Archivi categoria: Korallo’s Circus

FREAKSHOW di Pee Gee Daniels | Recensione apparsa su Iyezine

Su Iyezine è apparsa una bella recensione a FreakShow, il romanzo di Pee Gee Daniel che ha vinto il premio Kipple 2016; eccone un corposo estratto, perché la critica è organica e ha bisogno di spazio per dispiegarsi:

Il circo itinerante Korallo’s gira nella spazio per proporre il suo spettacolo. La ciurma diretta da Korallo, anima e boss di questa attività, è formata da un popolo selezionato di freak, esseri deformi e fenomenali, questi monstrum nell’accezione latina: dei prodigi, esseri fenomenali, portentosi, eccezionali. Una specie di Corte dei Miracoli futuristica ma in grottesca salsa d’antan da circo di fine ottocento. In questa marmaglia dedita allo spettacolo da circo affiorano nani, giganti dalla forza brutale, donne grassissime e uomini stecco, sorelle siamesi, donne barbute, uomini focomelici, ragazzi microcefali, la tipica dotazione fenomenologica di un buon circo stile Barnum.

Ma Pee Gee Daniel, l’autore di questo romanzo edito da Kipple nella collana Avatar , romanzo vincitore del Premio Kipple 2016, ci trasporta tra gli accadimenti di questa strampalata truppa di freak in un’epoca diversa da quella che ci si potrebbe aspettare, in città che hanno tutto l’aspetto di quelle odierne ma su cui scorre trasversale una serie di riferimenti che ci fanno capire che siamo in un mondo infinito, nel quale l’uomo è riuscito a viaggiare nello spazio e a colonizzare altri pianeti. Dunque questa ambientazione superkitsch, ambigua e di un nobilissimo trash, tra surreale in salsa fine secolo e trama spaziale, fa acquistare al libro una stravagante e interessantissima peculiarità. Come in maniera sopraffina contaminare i generi, insomma, come aggiungere verve a un adattamento che così compare duplice (o triplice, ad infinitum), e che vagamente traveste il racconto di un’atmosfera stile Steampunk, e poi grottesca, e ironica, totalmente visionaria.

Questa storia è assolutamente da leggere perché riesce a creare un connubio singolare di atmosfere e ambientazioni e generi, con un linguaggio ricercato che anch’esso sembra attingere da un certo genere di romanzo di fine secolo, con richiami a squisite interpretazioni della lingua che sì all’inizio sembra inceppare un poco la lettura per la sua voluta ricercatezza ma che poi si fa godibilissima divenendo a tutti gli effetti una caratteristica inscindibile al racconto. Giallo, humor, fantascienza, amalgamati da una narrazione istruita e nozionistica: ecco un pacchetto esclusivo da non lasciarsi scappare.

Sinossi

Su un lontano avamposto spaziale sul satellite Europa, viene ad allietare la popolazione il circo Korallo, costituito da singolarità bizzarre, un freak show dove creature deformi si agitano per strappare un sorriso, un moto di riprovazione, uno sbigottimento in cambio di pochi spiccioli equivalenti al biglietto d’ingresso. A risvegliare la deprimente situazione, nasce tra gli artisti un improvviso credo religioso: Uincio Uancio, che salverà tutti i freak del circo per portarli nel paradiso degli sgorbi. Sarà vero? Chi è questo messia che si profila tra gli infelici malformi? L’entusiasmo che infetta ogni artista del Korallo è coinvolgente e attraversa le lande siderali del mondo di frontiera in cui vi troverete con loro.

Pee Gee Daniel | Freakshow
Copertina di Ksenja Laginja

Kipple Officina Libraria
Collana Avatar — Formato ePub e Mobi — Pag. 208 – € 1.95 — ISBN 978-88-98953-67-7
Collana Avatar — Formato cartaceo — Pag. 200 – € 15.00 — ISBN 978-88-98953-68-4

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La statua a tre gambe

francesco-lentini

In anni di lassismo estetico, kitsch imperante, sdoganamento e banalizzazione di qualsivoglia eccezionalità a fini bassamente tele-promozionali come questi, ebbene, una recentissima notizia, espunta dai giornali di questi giorni, ci riconferma come il freak sia ormai l’unica figura rimasta ancora capace di risvegliare il famigerato “comune senso del pudore”. Chi, in controtendenza con la progressiva quanto rapida estinzione della classe media, riesca ancora a épater le bourgeois (quest’ultimo ormai inteso più come categoria morale e identitaria che socio-economica).

Anche quando il freak in questione non si presenta in carne, ossa e annesse deformità, bensì… in effigie.

Riassumendo, i fatti sono i seguenti: in questi giorni a Rosolini, comune del siracusano, è stata scoperta una statua che vuole commemorare il suo figlio più celebre, Frank Lentini, nato Francesco, dodicesimo figlio di una coppia di braccianti ivi nati e vissuti nella seconda metà del XIX sec.

Frank, in giovane età, avrebbe poi lasciato il paese natio per le Americhe, ove avrebbe presto mietuto immense fortune.

È però il motivo stesso di quella fama, che lo avrebbe accompagnato vita natural durante, a incontrare ancora oggi l’opposizione e il mal celato disgusto degli attuali abitanti di Rosolini, visto che Frank Lentini nacque – il 18 maggio 1899 – dotato di tre gambe: ironia del caso tale e quale alla stessa Trinacria dalla testa di gorgone che proprio da Siracusa (provincia d’origine del nostro Lentini) si era diffusa per l’intera isola siciliana, divenendone infine il simbolo identificativo, dopo che Agatocle, nel III sec. a.C., l’aveva scelta quale incisione centrale sulle monete battute dalla tirannide da lui retta.

Oltre alle gambe, il piccolo Francesco era venuto alla luce con diverse altre parti del corpo in soprannumero: quattro piedi (il quarto gli spuntava, solitario, dal mezzo di una delle gambe), ventisei dita complessive e persino due peni, «ambedue funzionanti» tengono a rimarcare gli accertamenti medici del tempo. Tutto ciò a causa di un gemello parassita le cui uniche parti formate, allo stadio embrionale, erano state incapsulate dall’omozigote vivo.

Si dice che la levatrice, dopo aver portato a termine un po’ po’ di parto tetrapodalico come questo, si fosse a tal punto sgomentata, alla vista del mostruoso nuovo nato, da sbrigarsi a nasconderne il corpicino sotto il letto, per poi fuggire a gambe levate (ahilei, solo due, nel suo caso). Fatto salvo l’esordio, anche la crescita del povero mostriciattolo entro il piccolo borgo non dové rivelarsi meno difficile. Quell’aspetto non comune ad ogni modo gli valse, presso i compaesani, il bell’appellativo di u meravigghiùsu, che sembra competere quanto a potere evocativo con il soprannome di Stupor mundi precedentemente conferito a un altro celebre siciliano (d’adozione).

La chirurgia del tempo non era in grado di alleggerire il ragazzino degli organi pleonastici del gemello, né (in mancanza di un’assistenza sanitaria adeguata) i due contadini, e genitori seriali, avrebbero mai potuto permettersi di pagare un intervento del genere.

Nel frattempo la futura star Frank Lentini aveva imparato a gestire al meglio la gamba in eccesso: la usava per palleggiare durante le partitelle di calcio, ci sapeva pattinare, saltare la corda e andare in bicicletta. Di se stesso affermava: «Sono l’unica persona al mondo a potersi sedere senza bisogno di una sedia,» usando la gamba in più come appoggio.

Emigrato ancora in età prepuberale negli Stati Uniti, laddove gli arretrati compatrioti non avevano scorto altro che una maledizione divina, i capitalisti locali ci videro sin da subito una gallina dalle uova d’oro, introducendolo di prepotenza nel rutilante mondo dello show business.

Frankie, The three legged man, arricchì e prosperò in breve tempo esibendosi per i circhi di Barnum e di Buffalo Bill. Trovò moglie, ebbe figli (tutti bipedi) e si spense nel più quieto pensionamento, in una villetta a schiera con giardino, di quelle che contraddistinguevano la middle class americana.

Ora, a più di mezzo secolo dalla morte, Lentini torna al suo paese d’origine, sebbene sotto forma di statua, che lo ritrae nudo in tutta la sua spudoratezza teratologica (proprio come in certi dagherrotipi d’epoca per cui u meravigghiusu, uomo di spirito ci raccontano le cronache, aveva posato volentieri).

Non ci si crederà, ma gli odierni abitanti di Rosolini, nel vedersi davanti una tale scultura, hanno immediatamente gridato allo scandalo, invocandone seduta stante la rimozione. Troppo mostruoso anche per la sensibilità corrente. E ora non si sa che farne. Il Frank Lentini marmoreo al momento è stato accantonato nel fondo di qualche magazzino municipale, quasi si trattasse di un Cottolengo da arte plastica, in attesa di deciderne una collocazione che non si ripromette facile a trovarsi.

E dire che Frank, ancora in vita, aveva già fatto ritorno presso il paesino che lo aveva visto nascere: allora, forse anche entusiasmati dai dollari che l’illustre rosolinese portava con sé, i compaesani lo accolsero festanti indossando in suo onore pantaloni a tre gambe.

Di lui resta memorabile un motto che per l’occasione calza a pennello: «Voi ridete di me perché sono un diverso, io invece rido di voi perché siete tutti uguali.»

Un motto che peraltro, ad ascoltare bene, si può sentir riecheggiare in tutte le pagine del romanzo FREAKSHOW, Kipple Edizioni, che potrete comodamente ordinare o scaricare cliccando qui!

Lo scemo e il vate

Pinhead-Schlitzie

Che cosa può venir fuori dall’incontro tra una grande mente e una testa rimpicciolita?

Incomprensione, spaesamento, incompatibilità? O, al contrario, un inatteso idillio?

O, per entrare già subito in argomento, vi immaginate che cosa potrebbe accadere qualora facessero conoscenza un grande letterato e un cretino cronico? O, in termini più peegeedanieleschi, quale combinazione si potrebbe ottenere dall’incontro tra uno scrittore e un freak (entrambi, tra l’altro, di chiara fama)?

Procediamo con ordine: com’è noto, la microcefalia rappresenta uno scompenso osseo e cerebrale incurabile. Chi ne sia affetto nasce dotato di un cranio dalle dimensioni ben più ridotte rispetto al normale: quasi miniaturizzato. Ne può conseguire una deficienza cognitiva assai grave.

Mentre in America tali elementi venivano esibiti in pubblico col soprannome di “teste a spillo” (basti ricordare l’iconico Schlitzie, interprete del film di T.Browning Freaks), passati perlopiù sotto false identità esotiche, che non faceva che rimarcare l’impostazione razzista di fondo di un tale genere di spettacoli a cavallo tra ‘800 e ‘900, volta a indurre il visitatore a credere a una naturale inferiorità intellettiva delle etnie non occidentali, nell’Italia proto-novecentesca i microcefali venivano rinchiusi, assistiti ed esaminati all’interno di speciali ospedali e ospizi. Bene che andasse, era consentito loro rivedere la luce del giorno giusto per essere esibiti anch’essi, sì, seppure stavolta per motivi di studio, posti di fronte a una platea di professoroni o di laureandi in procinto di intraprendere la professione medica.

Questo era, per esempio, il caso del microcefalo più famoso di tutti: Battista.

Appena nato, il povero menomato venne abbandonato alla ruota per trovatelli del nosocomio di Voghera. Il piccolo ebbe perlomeno la fortuna di crescere in un ambiente premuroso e ben disposto verso le sue specifiche debolezze. Tant’è vero che, a testimonianza del partecipe interessamento che lo accompagnò per tutta la vita, ci sono rimaste descrizioni dettagliate delle sue attività, che partono dai primi anni di vita, per inoltrarsi sino all’età adulta e a quella più matura.

Uno dei primi a visitare il bambino e ad annotarne le tare psico-fisiche fu niente meno che Cesare Lombroso: dai suoi resoconti veniamo a sapere che nella più tenera infanzia Battista presentava una leggera lanugine su gran parte del corpo, il viso prognato, i denti distanziati con canini grossi il doppio del normale (come a voler sottintendere un regresso sulla scala evolutiva, tema ricorrente nelle disamine lombrosiane e frutto di una cattiva interpretazione del darwinismo). Infine, quel che più ci interessa: aveva una testolina la cui circonferenza si riduceva a 360 mm, quasi priva della fronte, terminante in una cresta dalla consistenza – presumiamo – cartilaginea.

Sul piano emotivo e comportamentale, sembra cercasse volentieri la compagnia altrui, si esprimeva con poche stentate parole (per la maggior parte bestemmie e insulti), manifestava il proprio gradimento impugnandosi i genitali, mentre, qualora gli fosse negato qualcosa cui teneva, cominciava a sbraitare e sputare in faccia a chi ritenesse colpevole di ostacolarlo. Gli si scaraventava poi addosso con la volontà di picchiarlo. Si spostava sempre e solo saltellando o saltabeccando qua e là da un mobilio all’altro. Oltre a questo sin dai primissimi anni era dedito a un forsennato onanismo e adorava straziare a mani nude qualunque animali in cui si imbattesse (tanto che il brefotrofio che lo ospitò per diversi anni si era visto costretto a rinunciare a ospitare, lungo quel lasso di tempo, animali domestici o da cortile).

Un ultimo appunto degno di nota: la volta che, frequentando una speciale classe di sostegno, Battista imparò a contare fino a tre, questo lo inorgoglì a tal punto che da allora in poi iniziò a simulare autografi che rilasciava a destra e a manca, adoperando uno stecchino di legno al posto del lapis, e fingeva di leggere i libri che gli capitavano sottomano declamando una serie di lallazioni incomprensibili.

Il suo corpo crebbe, sebbene non di troppo, mentre la testa rimaneva della stessa misura, cosicché nel corso degli anni il suo handicap primario venne ancor più ad accentuarsi.

Verso l’adolescenza fu preso in consegna dal freniatra Augusto Tamburini, sta a dire il più eminente rappresentante di quella branca della medicina all’epoca delegata alla cura delle malattie mentali. Fu proprio lui a esporre il buffo omino ai colleghi quale “splendido esempio di idiota”, rendendolo entro breve, anche grazie alle numerose cronache giornalistiche, una vera e propria attrazione. Oltre che per il corpo sanitario, pure per i profani più ficcanaso e versati alle curiosità di natura, tra i quali figurava – e qui veniamo al fatidico incontro – addirittura… Giosuè Carducci!

Avvenne infatti che il grande cattedratico, eccelso versificatore, premio Nobel, anch’egli – come molti altri – solleticato dalle notizie sul simpatico microcefalo, il 30 aprile 1899 accorresse alla sede clinica del Tamburini con l’esplicito desiderio di avere un contatto diretto col prodigio umano.

Quando fu introdotto presso le stanze di Battista, quest’ultimo, pur senza ovviamente riconoscere la celebrità che veniva a fargli visita, come per un impulso irrefrenabile (attratto forse dal grosso barbone, dai lunghi capelli arruffati e, più in generale, dalla massiccia figura del grand’uomo), gli saltò subito al collo festante.

Carducci, felicemente sorpreso, abbracciò il tenero microcefalo come si trattasse di un proprio pargolo e, stringendolo amorevolmente, tra bonari ghigni soffocati dall’ispida barba, attaccò ad accarezzargli la testina con estrema dolcezza, abbandonando la rude mano su e giù per la cresta che infiocchettava il minuto cranio del giovane.

Battista nel frattempo, inopinatamente, prese a bestemmiare senza una ragione precisa, seppure lo facesse con un sussurro melodioso.

Fin qui, le esternazioni del sottosviluppato non dovettero dispiacere più di tanto all’illustre poeta, mangiapreti risaputo oltreché autore del blasfemo Inno a Satana.

Dopo però, sempre con eguale dolcezza, l’omino si mise a cantalenargli dritto in faccia: «Brutto coglione! Brutto coglione! Brutto coglione!…»

Tamburini e la sua equipe, visibilmente imbarazzati, si precipitarono a spiegare all’ospite di tutto rispetto che, considerato il limitatissimo bagaglio linguistico di Battista, quella era la sua maniera di esprimere gioia.

Carducci trovò la spiegazione più che plausibile e proseguì perciò a lisciare il morbido pelo sull’amabile capolino oxicefalico per l’intero pomeriggio.

Non resta che domandarci come abbia fatto a instaurarsi un così rapido rapporto amicale tra un tale gigante della cultura e un miserando oligofrenico dalla testa poco più grossa di un pugno. In poche parole, che ci trovò il Carducci in Battista?

È forse possibile che Battista risultasse ai suoi occhi come una sorta di fanciullino carducciano? Ovvero quale versione meno patetica e, peraltro, in carne e ossa di quello stesso “fanciullino” coltivato entro sé dal suo discepolo, successore universitario e collega letterario Giovanni Pascoli, inteso quale espressione dell’animo più intimo, ingenuo e genuino del vero poeta?

Per rimanere in tema, rimandiamo chi poi volesse conoscere più approfonditamente una coppia di microcefali onniscienti, anche conosciuti con il soprannome di “Les idiots savants”, alle peripezie dei gemelli O’Conner, che ritroverete in FREAKSHOW. Curiosi? Cliccate qui!

Recensione a Freakshow, di Pee Gee Daniel | Altrisogni.it

Su AltriSogni è uscita una bella recensione, a opera di Federica Leonardi, a Freakshow, il capolavoro di Pee Gee Daniel vincitore del Premio Kipple 2016. Eccone un passo:

Per il suo romanzo Straneo adotta un linguaggio volutamente sorpassato, fatto di termini desueti, ricercati e complessi per enfatizzare il contesto narrativo. Una decisione che a tratti può frenare la lettura, ma che rappresenta un bilanciamento perfetto tra narrazione e narrato.
La scelta linguistica si rispecchia anche nei dialoghi: ciascuno dei personaggi utilizza un proprio personale registro linguistico, insolito e caratterizzante.
Il tipo di relazioni che vengono a crearsi in un ambiente come quello del circo viene reso molto bene da Straneo, che mostra di aver approfondito l’argomento per la stesura della sua storia. Un approfondimento che, come accade per le digressioni filosofiche presenti in più punti del romanzo, a tratti si sovrappone alla narrazione appesantendo un po’ lo scorrere degli eventi.

Sinossi

Su un lontano avamposto spaziale sul satellite Europa, viene ad allietare la popolazione il circo Korallo, costituito da singolarità bizzarre, un freak show dove creature deformi si agitano per strappare un sorriso, un moto di riprovazione, uno sbigottimento in cambio di pochi spiccioli equivalenti al biglietto d’ingresso. A risvegliare la deprimente situazione, nasce tra gli artisti un improvviso credo religioso: Uincio Uancio, che salverà tutti i freak del circo per portarli nel paradiso degli sgorbi. Sarà vero? Chi è questo messia che si profila tra gli infelici malformi? L’entusiasmo che infetta ogni artista del Korallo è coinvolgente e attraversa le lande siderali del mondo di frontiera in cui vi troverete con loro.

Pee Gee Daniel | Freakshow
Copertina di Ksenja Laginja

Kipple Officina Libraria
Collana Avatar — Formato ePub e Mobi — Pag. 208 – € 1.95 — ISBN 978-88-98953-67-7
Collana Avatar — Formato cartaceo — Pag. 200 – € 15.00 — ISBN 978-88-98953-68-4

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Il più grande freakologo di tutti i tempi

Erano cent’anni ieri che nasceva uno dei massimi campioni della critica letteraria americana: Leslie Fiedler.

Qui non lo ricorderemo per i suggestivi saggi ispirati alla letteratura nazionale, bensì per un secondo filone, non meno ricco di acume e di trovate esegetiche.

Nel 1978 Fiedler diede infatti alle stampe Freaks: un libro seminale quanto e forse più delle sue produzioni accademiche, ma dalle tematiche ovviamente inaspettate e per certi versi strabilianti, visto che il grande studioso presta qui tutta la sua capacità interpretativa alla conoscenza, all’approfondimento e alla piena comprensione del conturbante mondo dei mostri umani.

Una disamina diacronica e interdisciplinare che, attraverso documentazioni scritte, pubblicistica, arte, spunti di antropologia e psicologia, riesce a restituire il rapporto odiosamato, di orrore e di attrazione, di approccio e di respingimento che da sempre lega i normodotati ai malnati.

Vedete, nonostante l’argomento risulti per certi versi osceno (anzi, nel senso etimologico di obscaenus, ossia “da tenere fuori dalla scena, da nascondere” i freaks hanno rappresentato per lungo tempo l’oscenità par excellence), molte delle più chiare menti del pensiero occidentale ragionarono nel corso dei secoli sulle deformità umane (da Aristotele di Stagira a Michel de Montaigne): mai nessuno lo fece con l’occhio lucido, incantato e, al contempo, compassionevole del grande Leslie Aaron Fiedler.

È questo che fa di lui il più grande e completo studioso di storture (o bizzarrie) umane e che ce lo rende – a noi irriducibili appassionati di una materia tanto squinternata – come una sorta di grande padre putativo.

Una ventina di anni dopo farà il paio col saggio La tirannia del normale (pubblicato in Italia da Donzelli). È in questo secondo saggio che sviscererà appieno la sua inquieta, spregiudicata poetica (oppure – come si esprimerebbe un filososfo – il suo protrettico): «In tutta la mia carriera di critico sono stato ossessionato dalla figura dello Straniero, dell’Outsider, dell’Altro. Mi sono concentrato, per così dire, sui miti del Negro, dell’Ebreo e dell’Indiano. Più di recente però mi sono reso conto che per tutti noi che possiamo pensarci come “normali” esiste un Altro irriducibile. Si tratta, ovviamente, del Mostro. Quelle creature anomale sono state per tanto tempo messe in mostra nelle fiere e nei circhi, e hanno strappato brividi di disgusto o di piacere a un ampio pubblico, ben più ampio di quello che prova le stesse reazioni di fronte alla lettura di Moby Dick.»

Chi voglia perdersi in una lettura sinottica tra i testi fiedleriani e il romanzo Freakshow, giusto per rendersi conto di quanta influenza abbia subito quest’ultimo dai primi, non ha che da cliccare qui!

Farewell, Mister Phineas! And thank you so much.

Un comunicato ufficiale uscito in questi giorni avvisa della chiusura definitiva entro il mese di maggio del Circo Barnum, dopo un secolo e mezzo di attività.

La notizia ha goduto di un certo clamore di stampa e media più che per il merito dei contenuti per il nome altisonante di riferimento, assurto ormai ad antonomasia (Barnum, quale sinonimo di accozzaglia, o giustapposizione di cose ed eventi è stato addirittura adottato per la propria rubrica settimanale, curata sulle pagine di un quotidiano nazionale da uno scrittore che più di ogni altro ci appare distante dal capostipite dei circensi in questione: Alessandro Baricco).

Ma quelle che chiudono i battenti (accusando come il resto della concorrenza la drastica diminuzione dell’interesse collettivo verso questo genere di spettacolo, associato ai crescenti costi di manutenzione e allo spinoso problema del trattamento degli animali inseriti in cartellone) sono più che altro le remote vestigia dell’originale invenzione ottocentesca di Phineas Taylor Barnum.

Il sedicente “re dei farabutti”, nativo del Connecticut (e lì spirato, durante il ritiro privato giunto al termine di ripetuti giri del mondo che avrebbero fatto impallidire quel pivellino del suo quasi omonimo e coevo verniano Phileas Fogg), in gioventù era stato prima commerciante, quindi pubblicista. Combinando idealmente le due professionalità, ne aveva inventato una terza, grandiosa e innovativa, al passo con quella neonata superpotenza in vertiginosa espansione che erano gli Stati Uniti d’America: emulando parzialmente i circhi equestri già in attività da almeno un secolo e fioriti inizialmente nel Vecchio Mondo, e incrociandone le prospettive con quelle dei musei di antichità e le “stanze delle meraviglie” di epoca sei-settecentesca, Barnum fondò l’American Museum, ossia un enorme teatro stabile (che solo in un secondo momento avrebbe conosciuto la versione itinerante) pieno di oggetti, personaggi, esibizioni ed esemplari eccentrici e al limite con l’inverosimile.

Al contrario dei musei classici quello di Barnum voleva lucrare su quanto esposto (e qui risiedeva la sua anima commerciale), ma c’è anche da dire che il suo non si limitava a essere un museo pubblico come tutti gli altri, bensì popolare: la sua verve da imbonitore fuoriclasse gli permetteva infatti di adescare infinite frotte di gente in un incessante viavai, nonostante la bontà della “merce” esposta non fosse sempre accertata.

Tutto era partito dalla compravendita di una vecchia schiava negra, che Barnum spacciava per la ultracentenaria balia di George Washington. Altro suo pezzo passato alla storia della pubblicità fraudolenta, appaiata al miglior millantato credito, è “L’Autentica sirena di Feejee”: un ibrido incartapecorito che si scoprì poi essere, in realtà, un posticcio ottenuto dall’incollaggio di una coda di pesce sotto il busto di una scimmia. E poi l’elefante più grande al mondo Jumbo (altra antonomasia tuttora in uso in area anglofona per indicare qualsiasi prodotto di taglia extralarge), il generale Tom Thumb (un nanerottolo che non superò mai i 65 cm d’altezza e che Barnum portò in visita a tutte le più eminenti corti del tempo), Buffalo Bill e Toro Seduto (che, sotterrata l’ascia di guerra e messisi in comuni affari, furono scritturati per una fruttuosa tournée che toccò l’intero Occidente) e soprattutto, cioè quel che a noi qui più preme… i freaks!

Fu il primo a restituire loro la piena dignità, dal bambino peloso ai microcefali, fino ad arrivare a ermafroditi e focomelici, facendone artisti pagati (in alcuni casi anche profumatamente), anziché storpi da denigrare o da impiegare come oggetti di impietoso studio all’interno dei gabinetti medici.

Quello che immaginiamo muovesse il grand’uomo era lo spirito del fanciullino che ancora doveva albergare in fondo a quel suo robusto fisico da impresario nordamericano, capace di stupirsi e arrossire a bocca aperta di fronte alle continue stranezze che l’universo mondo ci offre a ogni piè sospinto, a patto che lo si rimiri col giusto paio d’occhi. Un’attitudine alla meraviglia che riusciva a trasmettere all’intero pubblico pagante e che crediamo lo animasse ancor più e ancor prima di una losca e dozzinale avidità.

La chiusura del Barnum, sotto tale luce, è forse un segno dei tempi? Testimonia un’epoca non più capace di trarre ispirazione e meraviglia da ciò che la circonda? (E la meraviglia, ricordiamocelo, è il punto di partenza di ogni pensamento, come ci insegna Aristotele). Oppure, più semplicemente, uno spettacolo del genere è divenuto superfluo, atteso che viviamo in tempi in cui nulla è più insolito, visto che tutto e tutti sono ormai continuamente accessibili (purché si possegga una adsl sufficientemente supportata)? Certo è che nel regno di quel vecchio cialtrone di Phineas non era banalmente l’ammasso di bizzarrie a costituirne lo spettacolo, ma la sapiente, ispirata, fanciullesca regia che c’era dietro…

(Se poi vi va di conoscere un erede futuribile di Barnum, beh, cliccate qua sopra per essere prontamente indirizzati)

MERRY FREAKSMAS

La seguente storia è un omaggio al corrente spirito natalizio nella sua più cristallina purezza.

È una piccola storia tenera. Parla di un bambino bravo e obbediente, che desiderava taaaanto tanto possedere un cagnolino…

«Voglio un cucciolo! Voglio un cucciolo!» non faceva che ripetere, fino alla nausea. «Sarò buono con lui. Lo accarezzerò, lo sfamerò, lo disseterò, gli spazzolerò il pelo, di domenica gli farò il bagno, lo porterò a spasso ogni mattina di sole e prima di sera lo porterò a fare i suoi bisognini al parco. Lo giuro, lo giuro, lo giuro, lo giuro…»

Un giorno di quelli la sua cara mamma lo aveva chiamato da parte: «Ho una bella sorpresa per te, Tony. Vuoi che ti dica di che si tratta?»

«Di un cucciolo!» rispose di slancio il piccolo.

Eh no, dolce Tony. Il fatto è che alla mamma erano appena state comunicate dal medico condotto le ragioni di tutti quei malesseri e di quei conati di vomito che la avevano tartassata negli ultimi tempi: «La tua mamma… è in attesa» gli spiegò lei, accarezzandogli la morbida testolina tagliata a scodella in un incessante andirivieni che partiva dalla radice dei capelli e arrivava alle punte.

«Che arrivi il cucciolo?» replicò Tony, ancora speranzoso.

«Ma no!» la mamma questa volta si mostrò un po’ seccata, «Del tuo fratellino!» precisò infine.

A Tony quella notizia non provocava alcun piacere: «Non voglio un fratellino, io voglio un ca-gno-li-no!» si mise a strillare con la sua vocetta acutissima, prima di infilare la porta di casa, quella della staccionata che circondava il giardinetto prospiciente e scappare via in lacrime, strofinandosi gli occhietti arrossati con le manine messe a pugno.

«Voglio un cucciolo, voglio un cucciolo, voglio un cucciolo…» non faceva che frignare per tutta la via, infastidendo i pochi passanti.

Passarono i mesi. Si avvicinavano le festività natalizie.

Tony lo scrisse anche a Santa Klaus: “Caro Papà Natale, come tu ben sai sono stato buono e giudizioso. In cambio quest’anno per regalo desidero UN CUCCIOLO”. Le ultime due parole erano evidenziate da una cornice di punti esclamativi, casomai al buon prodigo vegliardo da un anno all’altro fosse calata un tantinello la vista.

Tony andò persino a chiederlo tutti i santi giorni dentro la chiesa in fondo alla strada, ginocchioni e col visino rivolto al crocifisso: «Ora lì sei morto, d’accordo, ma quando nasci, beh, se non ti rincresce… vorrei tanto che mi portassi un cucciolo!» pregava a mezza bocca. E si impegnò per di più in vari fioretti affinché il cagnetto gli arrivasse.

«Era tanto buono mio fratello, tanto giudizioso e degno di riconoscimenti… Insomma, tanto fece e tanto brigò che alla fine il Signore volle premiarlo, e gli fece nascere… me!» concludeva sempre quel racconto Frank Talamone, in arte Frankie il Ragazzo-Cane, subito prima di tossire una grassa risata catarrosa e finire di scolarsi l’intera bottiglia di grappa di prugne a buon prezzo, stando molto attento a non versarsene neanche un goccio sul pelo che gli ricopriva ogni centimetro di pelle, e alle cui lucentezza e pulizia teneva moltissimo.

Il resto della storia (e tutto quello che ci sta intorno) lo trovi qui