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Kipple Officina Libraria @ Fantascienza.con onlive – sabato 5 dicembre

Domani 5 dicembre la redazione Kipple sarà ospite alla trasmissione live in streaming di Silvio Sosio dove si parlerà, tra le altre cose, di CapitalPunk, il romanzo di Lorenzo Davia finalista dell’ultimo Premio Urania e recentemente pubblicato da Kipple.

In un mondo dove il Capitalismo è l’unica religione, la risorsa postumana Captain Capitalism si batte per il trionfo del Libero Mercato.
Ma tra gli Esuberi e i disoccupati sorge una nuova minaccia: Democrazy, che conosce i più oscuri segreti dell’economia mondiale. L’elemento destabilizzante dà l’avvio a una carrellata di eventi, personaggi e supereroi che immergono la storia in un immaginario pop capitalistico a tratti delirante e spassoso.

Lorenzo Davia ha trovato una ricetta per destrutturare il nostro modo di vivere, il mondo governato dal capitale, le sue regole, i suoi assunti, le sue disumanizzazioni e i risvolti più deliranti che ci sembrano la normalità: lo ha fatto per mezzo dell’ironia, con le salaci immagini dei rapporti umani retti dal Libero Mercato e la vertigine di quello che può essere la società del futuro dove il capitale getta le sue fondamenta.

Per seguire e commentare in diretta la trasmissione è possibile andare sulla pagina Facebook di Fantascienza.com o sul canale YouTube dedicato, dove sarà anche possibile rivedere la puntata in differita una volta terminata.

Trasformare un istante in opera d’arte: intervista a Nadine Mohr, fotografa artistica di Gozo / Transforming an instant into a work of art: an interview to Nadine Mohr, artistic photographer from Gozo

Nadine Mohr

Hi Nadine, it’s a pleasure to have you as a guest on Kipple Officina Libraria’s blog. In this interview we will talk about artistic photography. Would you like to start by telling us a little bit about you?

Ciao Nadine, è un piacere averti qui ospite sulle pagine virtuali di Kipple Officina Libraria. In quest’intervista parleremo di fotografia artistica. Ti piacerebbe iniziare parlandoci un po’ di te?

Likewise, it is a pleasure to be featured on your blog. I am half German half Gozitan. I was brought up in Gozo and left the islands to travel and work from a young age. Art has always been a big part of my life. I’ve always had a big imagination since I can remember and drew a lot as a child and played the piano for a while. Later, I painted and started photography and design. I moved back to Gozo around 3 years ago now and have been really enjoyed it.

Grazie, è un piacere anche per me essere vostra ospite sul blog. Sono per metà tedesca e per metà gozitiana. Sono cresciuta a Gozo, lasciando poi le isole maltesi per lavorare e viaggiare quando ero ancora giovane. L’arte ha sempre avuto un ruolo fondamentale nella mia vita. Ho avuto sempre una fervida immaginazione e da bambina disegnavo molto e per un po’ di tempo ho pure suonato il piano. Più tardi ho poi iniziato a dipingere e a dedicarmi alla fotografia e al design. Sono tornata a Gozo circa tre anni fa e mi sta piacendo molto.

What led you to embrace photography as an art form?

Cosa ti ha portato ad abbracciare la fotografia come forma d’arte?

Having parents who are both musicians and photographers, I guess it was bound to integrate itself in me one way or another. It all started a couple of years ago, when my Dad gave me one of his old cameras to practice. From the first click I was hooked. The fact that one can never capture the same moment twice and make it your own really spoke to me. Since then, a camera has been surgically attached to my hands. I love the editing and post production too. Playing with lights and shadows, setting the mood and tone of the photograph.

Avendo genitori che sono entrambi musicisti e fotografi, suppongo che in un modo o nell’altro la fotografia era destinata a diventare parte di me. È iniziato tutto un paio d’anni fa, quando mio padre mi diede una delle sue vecchie macchine fotografiche per fare un po’ di pratica. Fin dal primo click non potevo più smettere. Il fatto che sia impossibile immortalare lo stesso momento due volte e farlo tuo è una cosa che mi ha davvero affascinato. Da quel momento ho sempre avuto la macchina fotografica in mano. Amo anche gli aspetti dell’editing e di post produzione. Giocare con luci e ombre, dare una dimensione emotiva e un tono alla fotografia.

Nature is one of the predominant themes in your work. What is your relationship with nature as a photographer?

La natura è uno dei temi predominanti nel tuo lavoro. Che rapporto hai con la natura come fotografa?

I have always loved quieter places. Silence and beautiful terrains. I have lived and visited many different landscapes, but somehow have favoured the more natural areas. I guess I prefer them as it quiets down the mind.

Ho sempre amato posti che ispirano un senso di quiete. Silenzio e bei panorami. Ho vissuto e visitato molti posti diversi, ma per qualche ragione ho sempre preferito gli scenari naturali. Forse perché calmano la mente.

Your work though is not limited only to nature subjects. In fact, you are quite an eclectic photographer, tackling a lot of different themes. From people and architecture to racing cars and motorcycles. What is it that you search or aim for when taking a picture?

Il tuo lavoro non si limita a soggetti legati alla natura. Al contrario, sei una fotografa alquanto eclettica, capace di trattare tanti temi diversi. Dalla gente all’architettura alle auto e motociclette da corsa. Che genere di risultato cerchi nei tuoi scatti?

Yes, I love experimenting, trying different techniques and testing myself. I am quite ambitious and driven and pushing myself is part of the fun, making for some interesting results. I have always loved shooting from a different perspective. Also my clients prefer that. I am into concept based photography, so the shoot can take any shape. Something very mysterious and exciting about that! I love showing the beauty in everything, maybe not in a way most people expect it, but that’s what art is in my opinion: art is meant to make you feel something. That’s what makes it memorable and genuine.

Sì, amo sperimentare, provando diverse tecniche e mettendo me stessa alla prova. Sono molto ambiziosa e determinata e impegnarmi fa parte del divertimento, ottenendo risultati interessanti. Ho sempre amato adottare punti di vista insoliti nei miei scatti. Anche i miei clienti preferiscono questo tipo di approccio. Tendo verso uno stile di fotografia concettuale, per cui le mie foto possono avere risultati molto diversi fra loro. È un qualcosa che trovo misterioso ed emozionante! Amo mostrare la bellezza delle cose, anche se non sempre nel modo come la gente si aspetterebbe, ma l’arte è questo secondo me: l’arte dovrebbe farti sentire qualcosa. È questo che la rende memorabile e genuina.

Which are three adjectives you would use to describe your photographs?

Quali tre aggettivi useresti per descrivere le tue foto?

Tough one, as they all mean something different to me. I would say, impulsive, experimental and authentic.

Questa domanda non è facile, perché ogni scatto rappresenta per me qualcosa di diverso. Direi impulsive, sperimentali e autentiche.

You seem to give great importance to being authentic in your work. What do you mean exactly by that?

Sembri dare molta importanza all’autenticità nel tuo lavoro. Cosa intendi esattamente con questo?

Yes, I do. It is extremely important to me. Authenticity isn’t perfect, polished nor refined. I am still learning as a photographer everyday. But being authentic in my opinion means you’re in competition with no one, not even with yourself. Creativity isn’t compromised that way and it’s very freeing. All my photos were shot and edited in a way I imagined at that time. It’s amazing how my editing changes depending on what song I am listening to or how my life is going. I find it like almost painting on canvas. My style keeps changing but it’s still me. Sometimes the lighting is ‘not ideal’ or the subject isn’t in focus. Most people would throw those shots away. I love creating a whole new piece from a ‘faulty’ photograph. It has always appealed to me. Authenticity to me means you work using your mind and imagination and your heart to colour it in.

Sì, è così. Questo è un aspetto estremamente importante per me. Autentico non significa perfetto in ogni suo dettaglio. Imparo ancora cose nuove come fotografa ogni giorno. Ma essere autentica, per come la vedo io, significa non sentirsi in competizione con nessuno, nemmeno con me stessa. In questo modo la creatività non è compromessa e questa è una cosa molto liberatoria. Tutte le mie foto sono state scattate ed editate così come me le immaginavo in quel momento. È incredibile come il mio processo di editing cambi a seconda della canzone che sto ascoltando in quel momento o di come stia andando la mia vita. Per me è quasi come dipingere una tela. Il mio stile cambia ma sono sempre io. A volte l’illuminazione non è l’ideale oppure il soggetto non risulta messo bene a fuoco. La maggior parte della gente butterebbe via quelle foto. Io amo invece creare nuove foto proprio utilizzando quelle “difettose”. È una cosa che mi è sempre piaciuto fare. Autenticità per me significa lavorare usando la testa e l’immaginazione e il cuore per dare colore a tutto.

Modern technologies like mobile phones and social media have increased the number of people using photography as a form of expression. In your opinion, what’s the difference between snapping a simple photograph and artistic photography?

Le tecnologie moderne come cellulari e i social media hanno aumentato il numero di persone che si esprimono usando la fotografia. Secondo te, che differenza c’è fra fare una normalissima foto e uno scatto che invece può essere definito artistico?

We live in the 21st century and cameras have come a long way, including mobile phone lenses which have revolutionised the way photographs are taken forever. I think being a great photographer has nothing to do with the medium. Interesting, memorable work is produced by the artist and the relationship with whatever you shoot with and the integrity and daily work you put in, to up your game. The gear doesn’t take pictures, people do. I do not believe that any photograph is simple, but maybe that’s just me. I think it is great that most people have the ability to photograph what comes their way at the palm of their hands. I would encourage anyone to not be afraid to self-express themselves in whichever form they wish. Make your own rules and stick to what makes you happy. That being said, for me personally, I will always choose a camera over a mobile phone. It feels more real and authentic, a different tactility altogether. It has become an extension of my body.

Viviamo nel XXI secolo e le macchine fotografiche sono cambiate parecchio, grazie anche ai cellulari che hanno rivoluzionato per sempre il modo come vengono realizzate le foto. Sono però dell’opinione che la tecnologia utilizzata di per sé non c’entri molto con l’essere un buon fotografo. Le opere interessanti e memorabili sono prodotte dall’artista e dal rapporto che questo ha con ciò che utilizza e l’integrità e l’impegno che dedica al suo lavoro, allo scopo di migliorare le proprie capacità. Non è la tecnologia a scattare foto, ma la gente. Non credo che tutte le foto siano ugualmente semplici da realizzare, ma forse questo è solo il mio punto di vista. Credo in ogni modo che sia una buona cosa che la maggior parte della gente abbia la possibilità di scattare foto di qualsiasi cosa vogliano. Incoraggerei le persone a non temere di esprimere se stesse. Create le vostre regole e fate ciò vi rende più felici. Detto questo, a livello personale, preferisco di gran lunga la macchina fotografica al cellulare. Mi trasmette la sensazione di qualcosa di più “reale” e autentico, una tattilità del tutto diversa. La macchina fotografica è ormai diventata come un’estensione del mio corpo.

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Intervista al Collettivo Italiano Fantascienza

Un benvenuto al CIF, Collettivo Italiano Fantascienza, sulle pagine virtuali di Kipple. Come nasce e che cosa è esattamente il CIF?

Simonetta Olivo: Nell’agosto del 2017, quando ho scoperto con mia gran sorpresa di essere finalista per il Premio Urania Short, ho avuto la fortunata idea di contattare gli altri autori arrivati in finale e di proporre loro uno spazio virtuale dove potersi conoscere prima della proclamazione del vincitore. Abbiamo cominciato a scambiarci visioni, opinioni e racconti, ed è stato subito chiaro che se fossimo riusciti a uscire da un’ottica competitiva quell’incontro poteva diventare un valore. Nell’ottobre del 2017 molti di noi si sono incontrati di persona alla manifestazione Stranimondi a Milano, sede della premiazione. Lo scambio a distanza era stato così intenso e sincero che quell’incontro, per alcuni, è stato come fra amici di vecchia data. Così la proclamazione della vincitrice Linda De Santi è divenuta un’occasione di festa per tutti, sfociata in una cena in cui abbiamo cominciato a parlare di progettualità. Via dalle intense giornate milanesi il gruppo ha continuato a condividere idee e materiali, finché una sera Linda mi ha chiesto che cosa ne pensassi di proporre agli altri membri del gruppo la scrittura di un’antologia di racconti. Alla proposta, il momento forse più emozionante di questo lavoro: un coro di sì. Del gruppo e del progetto si è appassionato anche Piero Schiavo Campo, rapito dal Collettivo e non più liberato dopo un giro di antichi caffè e bettole a Trieste, città che accoglie ben quattro membri del gruppo, fra cui l’ultima acquisizione, Roberto Furlani, acquisito dopo tre giorni di intensa partecipazione alle nostre attività nell’ambito dell’ultimo ritrovo a Stranimondi, secondo il detto del nostro Lorenzo Davia, che “per entrare nel CIF bisogna aver pascolato le vacche assieme”, a sottolineare che si tratta di un gruppo di persone con legami di amicizia e fiducia. La caratteristica principale del gruppo è l’approccio fortemente cooperativo, a fronte di un mondo spesso mosso dalla competizione. I dieci racconti della nostra antologia Atterraggio in Italia sono stati letti e revisionati da ognuno degli autori, con uno spirito di collaborazione e attenzione reciproca che ancora oggi non smette di sorprenderci.
Ci siamo dati il nome di Collettivo Italiano Fantascienza per mettere l’accento proprio sull’idea cooperativa che ci ispira e sullo scenario culturale in cui ci muoviamo – quello della fantascienza italiana. Non si tratta quindi di una prospettiva di identità nazionale: uno di noi, Roberto Bommarito, è ad esempio cittadino di Malta, nuovi membri potrebbero provenire da ogni Paese del mondo e scrivere anche in lingue diverse dall’italiano. Il logo che abbiamo scelto, opera del grafico Lorenzo Nicoletti,vuole rappresentare l’entanglement quantistico, per affinità con il concetto che esprime: pur nella distanza fisica fra i membri del Collettivo, esistono un’influenza reciproca e un contatto umano che va oltre il quotidiano visibile.

È possibile partecipare alle attività del CIF?

Emiliano Moramonte: Al momento no. Stiamo valutando le linee d’azione per aprire, in un prossimo futuro, a una possibile collaborazione con altri autori. Attualmente il Collettivo sta definendo una propria impostazione progettuale e lo farà attraverso iniziative legate al gruppo originario degli autori che lo hanno fondato. Ma sia ben chiaro: il CIF non è un clan, né una setta e neanche un club esclusivo, bensì un laboratorio letterario, o più semplicemente, un gruppo di persone che hanno deciso di crescere insieme nella comune passione per la scrittura, attraverso un bellissimo rapporto d’amicizia e collaborazione. Ovviamente tutto ciò richiede un tempo “tecnico” per maturare, ragion per cui, abbiamo deciso di accogliere (ove esistano le condizioni), non più di un nuovo membro all’anno.

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La sfera suprema: intervista al fumettista Riccardo Iacono

Riccardo Iacono

Ciao Riccardo, è un piacere averti ospite qui, sulle pagine virtuali di Kipple. Prima di iniziare, ti andrebbe di presentarti?

Ciao Roberto, un saluto a tutti i lettori di Kipple. Sono nato e vivo a Firenze, classe ’78. Dopo il Liceo Artistico e il corso di Illustrazione alla Scuola internazionale di Comics, iniziai a eseguire commissioni (CD, DVD, manifesti, loghi etc.) e a fare mostre collettive con illustrazioni personali. Ho poi collaborato con agenzie di comunicazione in tutta Italia, per campagne pubblicitarie, videoclip, cartoni animati, grafica e altro. Il fumetto è sempre stato un hobby e solo dopo aver fondato Electric Sheep Comics ho iniziato a prenderlo più seriamente, anche spinto dagli altri ragazzi. Un’altra mia grande passione è la musica: suono le tastiere e da più di 20 anni svolgo attività live coi Domine, band heavy/power metal. Abbiamo fatto 5 dischi e aperto show per band come Judas Priest, Dream Theater o Iron Maiden. Ho composto colonne sonore e Jingle e ultimamente collaboro anche con la trash metal band Sofisticator: ho girato i loro videoclip e ho suonato nel loro ultimo cd “At whore with Satan”, un album davvero stupido ma molto duro. Sono cresciuto a pane e Vernacoliere, adoro il grottesco, la commedia e il demenziale in ogni sua forma: sia esso un fumetto, un film o altro.

Il 9 e il 10 febbraio sarai al Bologna Nerd Show insieme a Filippo Ferrucci. Porterete con voi anche i primi due numeri della Sfera Suprema. Ti andrebbe di parlarci del progetto?

Oltre alla Sfera Suprema e ad altre pubblicazioni Esc più datate, tra cui la graphic Blood Washing (Ed. Il Foglio), le antologie “Visioni dal Futuro”(sci-fi) e “Delirium”(Horror), il racconto biografico in Italiano “La mia vita con Philp Dick”di Tessa B. Dick, ci saranno anche due nuove uscite. Una è S.t.i.p.s.i. ed è tutta farina del mio sacco. Il titolo, oltre che essere un acronimo, si rifà anche alla difficoltà di pubblicare in solitudine, almeno per me. Dopo vi dirò altre cose a riguardo. L’altra pubblicazione in casa E.S.C. è l’opera Sci-fi “La BioArmatura Zeta”. Cinque storie, cinque epoche e ambientazioni con un unico filo conduttore; cinque disegnatori diversi; il soggetto e la sceneggiatura sono di Filippo Ferrucci.

La Sfera Suprema parla (almeno in questa prima saga di tre numeri) di una clinica appena fondata da tre scienziati (Emmeth, Brendon ed Helveth) che hanno trovato il modo di ricostruire protesi biologiche, tali e quali alle originali. Ed in una megalopoli come Fiorimburgo, sede delle nostre avventure, vi assicuro che è molto semplice perdere uno o più arti. Staccato dai coccodrilli che girano liberi per la città, per opera dei Bikers imperiali che devono portare caos dove vi è troppa pace o a causa di un attacco bellico, che non solo è legale ma addirittura è ben voluto in questo mondo. Quindi i nostri ne hanno di lavoro. E ai loro concorrenti questo non piace proprio… Infine c’è l’imperatore Peto Demenzel II, che adora emanare leggi: alcune valgono tutti i giorni, altre solo per alcune ricorrenze ed infine ci sono le leggi a fasce orarie. In ogni caso l’imperatore ha l’ultima parola su tutto, sempre e comunque.

Abbiamo scritto i soggetti insieme a Filippo, poi ci siamo divisi i compiti: a lui la sceneggiatura, a me i disegni, ma ci correggiamo a vicenda. Le copertine sono di Yonatan Bartoli ( ep. 1) e Sascha Ciantelli(ep.2). Per la terza e ultima cover, non abbiamo ancora stretto patti demoniaci con nessuno, ma siamo in contatto con molti autori di ottimo livello.

Come nasce l’idea di della Sfera Suprema?

Oh…storia lunga! A fine anni ’90 io e Filippo suonavamo insieme e volevamo scrivere dei testi per alcuni pezzi. Eravamo attratti dai concept album e volevamo farne uno. Poveri sciocchi! Non sapevamo in che bagno di sangue saremmo andati a finire! Gli proposi di costruire una storia su alcuni personaggi che avevo disegnato per poi ricavarne i testi e… la cosa parve funzionare…almeno all’inizio. Dopo poco il gruppo si sciolse ma la storia rimase e negli anni a seguire, a spizzichi e bocconi, riuscimmo quasi a concluderla. Quasi. Gli anni passavano e altri impegni e progetti ci tenevano lontani dalla Sfera Suprema, ma sapevamo che per noi era solo una lunga grande pausa di riflessione (ognuno ha le proprie tempistiche!). Nel 2011 proposi a Filippo di partecipare al Contest del Lucca Comics e per la prima volta pensammo alla Sfera Suprema come una storia a fumetti. E arriviamo al Trittico Zeta: l’idea di fare tre numeri introduttivi nasce dal fatto di presentare un mondo(stupido), dei personaggi(stupidi) e delle leggi (stupide). Alla fine di questo Trittico il lettore dovrebbe essere pronto ad addentrarsi alla storia vera e propria.

Quale sono state le difficoltà maggiori che avete dovuto affrontare?

Come detto la Sfera Suprema ha vuto un lunghissimo periodo di gestazione e la difficoltà maggiore è stata quella di non snaturare l’idea iniziale. In 20 anni si cambia, non per forza si migliora, ma sicuramente non si è più gli stessi. Quindi, date alcune vedute tra me e Filippo, come diametralmente opposte, un’altra grande difficoltà l’abbiamo trovata nel “non spaccarci le gengive a vicenda”. In amicizia, sia chiaro. Per non parlare poi, della difficoltà di una distribuzione inesistente e di come sia difficile gestire un’autopubblicazione di nicchia, come questa.

Fra l’altro sei anche uno dei membri fondatori di ESC, Electric Sheep Comics. Cosa ne pensi della situazione del fumetto in Italia?

Il fumetto italiano è vivo, forse trainato da fenomeni non prettamente fumettistici, ma c’è molto interesse . Ci sono moltissime realtà come quella di E.S.C. nel panorama italiano e mi sento di dire che il fumetto indipendente è vivissimo e carico di idee e bravi autori. In più i vari mondi dei videogame, dei giochi da tavolo, dei cosplay, degli youtubers influenzano e tirano dentro persone che altrimenti non si sarebbero mai approcciati a questa arte. Mi pare ci sia grande apertura all’innovazione anche da grandi realtà come Panini o Sergio Bonelli. Non c’è staticità, ma mutamento! I nostagici potrebbero vederlo come un male… chi vivrà vedrà!

Hai dei progetti futuri?

Si, molti. Troppi… Sicuramente mi piacerebbe portare avanti la Sfera Suprema oltre il Trittico Zeta. Poi c’è il già citato S.t.i.p.s.i.; una raccolta di storie demenziali-grottesche. Nel numero Zero quella principale è ” U cristo Mortu”, un tizio che deve recuperare il cadavere di Cristo, appena morto sulle colline di Palermo. In appendice: Il supereroe; una riflessione su come sia bello avere i soldi e non dover lavorare. Da quando è uscito, non gli ho dedicato molto tempo, devo essere sincero, anche a causa della realizzazione della Sfera Suprema, ma l’intento sarebbe quello di trovare altri autori su questa lunghezza d’onda per una pubblicazione seriale e antologica di storie brevi autoconlusive o più lunghe ma divise in parti. Se qualcuno fosse interessato a partecipare al progetto non esiti a contattarmi alla mail prichardesign@gmail.com. In campo musicale, sono in procinto di registrare dei pezzi con un progetto che ho da anni: i Bestemmia.

Prima di lasciarci, ti andrebbe di dirci come possono le persone seguire le tue attività artistiche?

La rete sta cambiando e tutto è veicolato dai social. Quindi banalmente potete seguire le mie pagine facebook.com/lasferasuprema, /stipsiilnullaafumetti o se volete seguire la mia band sempre facebook.com/domineofficial. Sono presente anche su Instagram.com/prichardesign. Vi invito infine a fare un salto sul sito http://www.electricsheepcomics.com per conoscere tutte le nostre pubblicazioni e molto altro. Grazie per lo spazio concessoci, un saluto a Kipple e a tutti i suoi lettori.

Fantascienza e luoghi sconosciuti da scoprire: intervista a Dario Giardi

Dario Giardi

Ciao Dario, è un piacere averti ospite sulle pagine virtuali di Kipple. Per chi non ti conoscesse ancora, ti andrebbe di presentarti?

Sono un curioso sognatore. Anche se il mio lavoro ufficiale è quello di ricercatore nel campo ambientale, ho sempre coltivato la passione per la scrittura. Ho iniziato come autore di guide turistiche per case editrici nazionali e internazionali. Una ricerca che mi ha permesso di scoprire luoghi inesplorati e storie dimenticate del nostro territorio che poi hanno ispirato le mie prime avventure nella narrativa.

Cosa ti ha spinto a scrivere fantascienza?

In tutte le storie che racconto, mescolo continuamente due piani: quello della verità, della scienza e quello della fantascienza perché ritengo profondamente che il secondo abbia sempre anticipato il primo anzi direi che senza il secondo il primo non sarebbe mai arrivato a certe scoperte. E poi cos’è davvero scienza e verità? Un mio amico fisico quantistico, con il quale ho lavorato per anni sui modelli climatici, mi raccontò che negli anni 80°, quando presentò la sua tesi sull’entanglement, la stessa gli venne rigettata perché ritenuta, da molti professori accademici, scienza di confine se non pseudoscienza. Oggi di entanglement se ne parla anche in tv e sappiamo che la fisica quantistica è alla base della nostra tecnologia, di tutte le scoperte recenti e della nostra stessa vita. C’è un aneddoto, a tal proposito, che mi ha sempre colpito. Un fisico tedesco, Oberth, fu schernito con il soprannome di Luna Oberth quando, già nel 1920, ipotizzò la possibilità di un viaggio interplanetario sulla Luna. Molti suoi colleghi, per screditarlo, asserirono che una persona, appena fuori dai limiti dell’atmosfera terrestre, sarebbe stata dilaniata dalla forza di gravità del Sole. Nella sua autobiografia, Oberth si riferì a queste persone come a “quelli che hanno studiato tanto da vedere gli alberi e non il bosco”. Ecco… l’ignoranza e la paura di ciò che non conosciamo possono spingerci a contrastare delle idee etichettandole come assurde. Io verso l’ignoto mi sono sempre diretto con passione e curiosità e le mie storie sono ricche di innovazioni, scoperte e ricerche di confine. Nel mio ultimo thriller fantascientifico “Quarantena Roma”, ad esempio, una delle note più caratteristiche è stata quella di descrivere una Roma e una società del futuro quanto più verosimile possibile grazie all’aiuto di amici sociologi e urbanisti. Ho cercato, inoltre, di portare la mia esperienza come esperto nel campo ambientale ed energetico per capire quanto e come i cambiamenti climatici potranno influenzare il nostro futuro e quanto gli stessi potrebbero ridisegnare il paesaggio urbano romano.

Quali sono i tuoi autori preferiti e perché?

Amo tutto Pavese, il John Fante di “Chiedi alla polvere” e il Dostoevskij de “Le notti bianche”.
Questi sono i grandi classici che più mi hanno emozionato. Per la fantascienza sicuramente lo Stanisław Lem di “Solaris” e “Neuromante” di William Gibson, una storia talmente originale e pazzesca che nessun regista, ad oggi, è riuscito a trasporla in video.

Ti andrebbe di parlarci dei tuoi lavori?

Essendo un curioso di natura e un gemelli zodiacale, mi stanco e annoio facilmente. Sono sempre alla ricerca di idee nuove per sviluppare storie e ambientazioni che possano quantomeno arricchire il lettore con la scoperta di qualcosa di nuovo. Leggo troppi romanzi identici nei contenuti e ormai anche nelle copertine. In tutti i miei romanzi, la parte descrittiva dei luoghi ha sempre un valore forte. Trovo assurdo che abbiamo dovuto attendere i romanzi scritti da un americano, Dan Brown, per scoprire il passetto tra la Città del Vaticano e Castel Sant’Angelo o interessarci alla Divina Commedia.
Ecco, nel mio piccolo, vorrei invertire questa tendenza. Noi giovani scrittori italiani dovremmo tutti impegnarci per costruire storie in grado di portare alla ribalta zone e storie del nostro Paese, troppo spesso ignorate.
Ogni volta che sviluppo un’idea mi piace poi confrontarmi con i diversi professionisti del settore. Se voglio parlare di fisica quantistica cerco persone che lavorano nel settore per avere spunti e riscontri su quanto ho scritto.

Hai qualche progetto futuro in mente?

Sto scrivendo la sceneggiatura di diversi corti fantascientifici e anche di “Quarantena Roma”. Il mio sogno è che possa diventare una serie Netflix. Quando abbiamo girato il booktrailer del romanzo mi sono accorto della potenzialità della storia e delle ambientazioni scelte della Città Eterna. Ci sono luoghi incredibili, come il Cimitero Acattolico o i sotterranei dell’Isola Tiberina, ancora inesplorati dalle telecamere e sconosciuti al grande pubblico.
Colgo l’occasione per ringraziare i miei amici di Coralia Produzioni per avermi aiutato nella realizzazione del booktrailer e la mia amica attrice e modella Lia Lippiello per la sua partecipazione.
Ci sono persone che ancora vivono e si nutrono di passione e incontrarle è una vera fortuna.

Prima di lasciarci, come possono i lettori seguire le tue attività?

Ho un mio account twitter dove pubblico news riguardo tutte le mie attività editoriali e non.
http://www.twitter.com/dariogiardi

Per chi è interessato al mio ultimo romanzo, ho aperto una pagina facebook sulla quale pubblicherò interessanti approfondimenti circa le innovazioni e tecnologie che presento tra le pagine del libro nonché report fotografici sui luoghi insoliti di Roma che fanno da cornice alla storia.
http://www.facebook.com/quarantenaroma

Fantafiabe e fantascienza: intervista all’autrice Simonetta Olivo

Simonetta Olivo

Ciao Simonetta, è un piacere averti ospite qui sulle pagine virtuali di Kipple. Per chi non ti conoscesse ancora, ti andrebbe di presentarti?

In molti non mi conosceranno: “I’m Nobody!” – direbbe Emily Dickinson. Infatti, è da poco che mi dedico alla scrittura, un paio d’anni. Il primo racconto che ho scritto (in vita mia) è stato finalista per il Premio Urania Short 2017 e per l’undicesima edizione del Premio Robot, per essere poi pubblicato con Urania nel maggio 2018. Rileggerlo, oggi, mi provoca un certo bruciore di stomaco, perché lo trovo pieno di ingenuità stilistiche, che noto solo oggi, dopo due anni di scrittura quasi quotidiana. Non posso che essere grata, però, a quel racconto, perché è stata l’occasione di un’esperienza ben più ampia di un concorso letterario. Nel 2017 infatti i finalisti del Premio Urania per i racconti erano quindici. Incuriosita, ho deciso di contattarli tutti, per conoscerli, e la maggior parte ha risposto con interesse. In breve, abbiamo cominciato a conoscerci, a scambiarci materiali e opinioni, per poi incontrarci alla premiazione, e renderci conto di essere un insieme di persone legate da affinità elettive importanti, e dalla consapevolezza di voler uscire dalle dinamiche competitive che spesso offuscano il mondo della scrittura, per sperimentare una visione fortemente cooperativa. Questo aspetto è diventato l’elemento caratterizzante del Collettivo Italiano Fantascienza, il gruppo che è nato da questa prima conoscenza e che ha coi mesi sviluppato un proprio metodo di scambio delle reciproche competenze, che mi ha permesso di crescere e migliorare come scrittrice. Posso dire che senza Il Collettivo non avrei mai scritto le Fantafiabe. Per il resto, ho quarantadue anni, lavoro come psicologa in un servizio pubblico, vivo a Trieste con mio marito e mio figlio di otto anni.

Ci parleresti un po’ delle Fantafiabe?

Si tratta di sei racconti che ripercorrono le fiabe classiche in chiave fantascientifica, o secondo una prospettiva diversa da quella abituale. In alcune Fantafiabe la fantascienza fa da sfondo, per dare spazio all’introspezione dei personaggi, in altre è più centrale. In generale quello che ho cercato di fare è unire alla prospettiva fantascientifica un “buon scrivere”, sia dal punto di vista formale che per ciò che riguarda i modelli letterari: ci sono una serie di riferimenti da “scoprire”, sia stilistici che di contenuto, da Fitzgerald (per scrivere uno dei racconti ho riletto un bel po’ della sua opera) a Shakespeare, a Conrad (citazione nascostissima, solo per veri appassionati). Il volume sarà pubblicato nella collana Robotica.it di Delos Digital.

Copertina Fantafiabe

Com’è nata l’idea del progetto?

La risposta a questa domanda ha a che fare con un altro interrogativo: perché ho cominciato a scrivere proprio fantascienza? Siccome nella mia evoluzione personale penso di essere in un punto cruciale di quella che Jung chiama individuazione, che in parole povere vuol dire mettere assieme, integrare tutti i propri “pezzi” e diventare se stessi, mi sono chiesta quale aspetto di me rappresenti il mio immaginario fantastico. L’Ombra? No. L’Animus? No. No, non è questo. Pensa e ripensa, si allarga nella mia mente un’immagine. È un grosso libro rosso. Si intitola Il Tesoro. Apparteneva ai miei nonni. Dentro, tutte le fiabe che mio padre mi leggeva ogni sera, prima che io mi addormentassi. È il mio Bambino, il Puer, la parte di me che ritrovo nella scrittura. E a ben pensarci, non sono, le favole, dei racconti fantastici? E sono le prime storie, per me, quelle su cui tutto il mio immaginario si è fondato, tanto più dentro la cornice affettiva di quella vicinanza serale. Quando mi sono resa conto dell’importanza delle fiabe per la mia evoluzione passata e presente, ho deciso di proiettarle nel futuro.

Ci descriveresti il processo creativo che hai utilizzato?

Ho scelto le fiabe che avevano una reale e profonda risonanza dentro di me, quelle che più mi avevano lasciato un segno, dentro, nell’infanzia. Ho riletto le versioni originali, naturalmente non quelle disneyane, ma quelle ben più crude e realistiche della tradizione favolistica: ad esempio le favole di Andersen, autore a me molto caro, o le primissime versioni popolari di alcune fiabe, dense di violenza e certamente prive di lieto fine. Dopo essermi documentata, ho cominciato a scrivere, semplicemente. Gli amici del Collettivo mi hanno aiutato a perfezionare le storie. Piero Schiavo Campo, membro del gruppo, ha accettato di scrivere la prefazione: ci tenevo molto a coinvolgerlo in questo progetto, sapendo quanto anche lui ama le fiabe.
Chi ha letto già le Fantafiabe ha notato quanto si possano apprezzare maggiormente rileggendo la versione originale, motivo per cui ho voluto fornire al lettore un riferimento che là lo riconducesse: le illustrazioni. Nel librone “Il Tesoro”, che mi veniva letto la sera, ogni fiaba aveva un’illustrazione, che è rimasta impressa indelebilmente nella mia testa. Le “mie” Fantafiabe dovevano avere un’immagine che le caratterizzasse. Un po’ perché mi ricordavano quei vecchi disegni, un po’ perché libere da problemi di diritti d’autore (morto e sepolto da più di settanta anni), ho scelto le opere di Arthur Rackham, illustratore inglese di epoca Vittoriana, nella sua produzione dedicata proprio alle favole da me scelte.

Collettivo Italiano Fantascienza

Quali sono le tue influenze maggiori?

La letteratura americana, Jung, Dick, la mia vita onirica, la poesia del Novecento, i sepolcrali, i miei ricordi tardoadolescenziali, le suggestioni della musica che amo.

Come vedi la situazione della fantascienza in Italia?

In evoluzione. Bisogna però uscire dalle sciocche competizioni, dalle invidie, dai reciproci sputtanamenti.

Prima di salutarci, ci diresti come può fare la gente per seguire le tue attività?

Proprio ieri, non con grande entusiasmo, ho reso pubblico il mio profilo Facebook. Presto il Collettivo Italiano Fantascienza avrà uno spazio virtuale dove raccontare dei propri progetti.