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La poesia delle immagini dentro e fuori la rete: intervista a Denise Gafa, artista e influencer maltese

Denise Gafa

Hi Denise, it’s a pleasure to have you as a guest on Kipple Officina Libraria’s blog. In this interview we will talk a little bit about self-expression, social media and art. You’re pretty popular in Malta; but for all those who will read this interview in Italy, would you like to start by introducing yourself?

Ciao Denise, è un piacere averti ospite qui sulle pagine virtuali di Kipple Officina Libraria. In questa intervista affronteremo diversi temi, fra cui l’esprimere se stessi, i social media e l’arte. A Malta sei molto popolare; ma per tutti quelli che leggeranno quest’intervista in Italia, ti andrebbe di iniziare presentandoti?

Well, I’m just a Maltese girl who was brought up in a fishing village. I started working with my parents in their business from a young age, selling fish! I’ve tried entering school but the business and independency had become a big part of me – and I liked it! Then along the years I started getting tattoos here and there, unknowingly creating an image and becoming “popular” in my country. I wouldn’t say i’m any different than your average girl though.

Sono semplicemente una ragazza maltese cresciuta in un villaggio di pescatori. Ho cominciato fin da giovane a lavorare con i miei genitori, vendendo pesce! Ho provato a proseguire gli studi ma l’indipendenza e il lavoro erano diventati una parte molto importante della mia vita – e ne ero contenta! Poi, più avanti, ho cominciato a tatuarmi, creandomi inconsapevolmente un’immagine che mi ha portato a diventare “popolare”. Eppure non mi sento diversa da qualsiasi altra ragazza.

How did your passion for tattoos start and what do they represent for you personally?

Com’è iniziata la tua passione per i tatuaggi e cosa rappresentano per te?

I was a mere teen when I got my first tattoo. Had it done for the sake of doing it, to look cool. In fact I remember, right after finishing it, I went to my local and walked down the harbor like I owned it, telling everyone I got a tattoo just in case they hadn’t noticed. Then I got my second and third and it started becoming a habit. Some of my tattoos represent my family or milestones I achieved in life. But most of them are mythological creatures, animals or scenes which I like.

Ero ancora adolescente quando mi sono fatta fare il mio primo tatuaggio. Lo feci solo per farlo, per apparire “cool”. Ricordo ancora come subito dopo averlo fatto mi feci un bel giro attorno al porto del villaggio, mostrandolo a tutti nel caso non l’avessero ancora notato. Poi me ne feci fare un secondo e un terzo e diventò presto una specie di abitudine. Alcuni dei miei tatuaggi rappresentano la mia famiglia o obiettivi che ho ottenuto nella mia vita. Ma la maggior parte di questi sono creature mitologiche, animali e scene che mi piacciono particolarmente.

People tend to disagree when they come to define what is art and what is not. Some people might argue, for example, that tattoos are not a real form of art, since most of the time they are just made for aesthetic purposes or because they are trendy. How would you reply to these people?

La gente tende spesso ad avere opinioni diverse quando si tratta di definire cosa sia arte e che cosa no. Alcune persone, ad esempio, potrebbero dire che i tatuaggi non sono una vera forma d’arte, visto che nella maggior parte dei casi vengono fatti per ragioni estetiche o perché sono “trendy”. A questi cosa risponderesti?

People who say that it’s not art, have no idea what art is. I would normally ignore a mentality like that. I think you can find art in anything. Whatever pleases you aesthetically or touches your soul is a version of art to you. It doesn’t have to be stuck on a wall or painted with brushes. Art comes in many forms. It’s the way a model walks so proudly down the catwalk. It’s the way a cappella group form a beautiful melody or even how a flock of birds create symmetrical shapes in the sky. If only people opened their eyes more.

La gente che dice che i tatuaggi non sono una forma d’arte, non hanno idea di che cosa sia l’arte. Normalmente ignoro questo genere di mentalità. Penso che sia possibile riconoscere l’arte in tutto. Qualsiasi cosa che ti colpisce esteticamente o che ti tocca nel profondo è una forma d’arte. Non deve necessariamente essere appesa a un muro o dipinta con dei pennelli. L’arte si esprime attraverso tantissime forme diverse. È il modo come una modella sfila orgogliosamente sulla passerella. È nella bella melodia creata da un gruppo musicale a cappella o nelle forme simmetriche disegnate nel cielo da uno stormo di uccelli. Se solo la gente aprisse un po’ più gli occhi.

You have an ever-expanding base of followers. What are the main advantages social media offers to an artist and what are in your opinion those mistakes he/she should be careful not to make?

Hai un crescente numero di followers sui social media. Quali vantaggi offrono i social a un’artista e quali sono invece secondo te gli errori che bisognerebbe fare attenzione di non commettere?

An advantage to me would be making a lot of friends. I often go out alone and return home with new contacts and a bunch of new plans – just because they recognize me from social media! A disadvantage would be that I easily get distracted and being the people’s person that I am, it’s hard to stay focused and to stick to my days schedule. What I suggest other social media influencers not to do is to not let it take over your reality-time. We tend to create a virtual life, depending solely on a piece of technology. This is fine only if it’s controlled. I try spend some time without checking my phone and get back in presence with myself.

Uno dei vantaggi principali è la possibilità di stringere moltissime amicizie. Spesso esco sola per poi tornare a casa avendo incontrato tanta gente nuova e con nuove cose da fare, appunto perché le persone mi riconoscono e mi fermano per strada grazie ai social media! Uno svantaggio è invece rappresentato dal fatto che i social sono a volte per me fonte di distrazione ed essendo una persona molto sociale, può diventare difficile riuscire a portare a termine tutti gli obiettivi che mi prefisso per la giornata. Ciò che mi sentirei di consigliare ad altri influencer è di non lasciare che i social portino via troppo tempo alla vita reale. Tendiamo infatti a creare una vita virtuale che dipende esclusivamente dai gadget tecnologici. Va bene solo se si riesce a tenere la cosa sotto controllo. Provo per questo a spendere del tempo senza controllare il cellulare e a essere più presente a me stessa.

On social media, you often publish works of digital art where you seem to blend eroticism with surrealism. Where do you get your inspiration from?

Sui social pubblichi spesso delle opere d’arte digitale dove erotismo e surrealismo s’incontrano. Da dove trai ispirazione?

My drawings are inspired by brave artists I used to work with some time ago. I call them brave because it takes courage to share something so taboo. Following my previous argument, Kamasutra is another form of art. Which I, and i’m sure many people, appreciate.

Le mie opere sono ispirate da degli artisti coraggiosi con cui ho lavorato tempo addietro. Dico coraggiosi perché ci vuole appunto coraggio per condividere delle cose che sono tabù. Riallacciandomi al discorso precedente, il Kamasutra è anch’esso una forma d’arte. Che io, e sono sicura molta altra gente come me, apprezza.

When looking at the importance that tattoos seem to have for you, the images you post on social media and your art, one easily gets the impression that you believe in the power that images have to convey a message.

Data l’importanza che i tatuaggi sembrano avere per te, le immagini che posti sui social e le tue opere artistiche, uno non può far a meno di ricevere l’impressione che credi profondamente nella forza delle immagini di comunicare un messaggio.

Images don’t necessarily need to send a strong message. Also they don’t have to mean the same thing for everyone. For example, I can be an artist that paints a colorful canvas because I simply love how the colors blend together, but other eyes may relate it to a certain time in their life or just a general meaning.

Le immagini non devono necessariamente comunicare messaggi forti. E non devono nemmeno significare la stessa cosa per tutti. Posso, ad esempio, essere un’artista che colora una tela solo perché mi piace come i colori si sposano assieme; ma un paio di occhi diversi possono invece associare quei colori a una particolare esperienza di vita o dargli un significato più generale.

You love to read poetry. Which are your favorite authors and have you ever been tempted to express yourself not only through images but through words too?

Fra le cose che ami c’è anche la poesia. Quali sono i tuoi autori preferiti e se mai stata tentata di esprimerti usando non solo le immagini, ma anche le parole?

I love poetry but I don’t follow anyone in particular. I read it quite often and sometimes find myself stuck on a specific poem because it may have triggered some deep thoughts in my head. I do write in my personal journal! I’m not sure I’d share it! I think words reveal a lot about a person and I’m not comfortable with giving it all away just yet – not until the average mentality has advanced anyway.

Amo la poesia anche se non seguo nessun autore in particolare. Ne leggo spesso e a volte capita che venga catturata da una poesia particolare perché riesce a portare a galla dei pensieri profondi che sono nella mia testa. In effetti scrivo spesso sulle pagine del mio diario! Ma non sono ancora sicura di voler condividere ciò che scrivo. Credo che le parole rivelino molto di una persona e non mi sento ancora pronta a condividere tutto – o per lo meno non finché la mentalità generale non sarà un po’ cambiata.

Name one word you think should be given more importance in everyday life.

Qual è una parola a cui vorresti che venisse data più importanza nella vita di tutti i giorni?

The word YES. I think YES should be said more often. Yes to opportunities, yes to challenges and yes to whatever pleases you!

La parola Sì. Penso che Sì dovrebbe essere detto più spesso. Sì a opportunità, sì a sfide e sì a tutto ciò che uno vuole!

Malta seems to be going through a lot of changes currently, even at a cultural level. When it comes to creativity, what further changes would you like to see happening in the future?

Malta è un’isola in rapido cambiamento, anche a livello culturale. Per quanto riguarda l’ambito della creatività, quali cambiamenti vorresti che avvenissero nell’isola?

I would love having more events where locals mix with foreigners. I think this would give Maltese people more knowledge about other cultures and widening their perspectives. Since we are a small country, we are very limited in many ways. Considering this, I don’t blame certain Maltese people for growing up to be close-minded. It’s important to accept other cultures but we mustn’t lose ours.

Vorrei che ci fossero più eventi in cui la gente del luogo possa mischiarsi con persone provenienti da altri Paesi. Credo che questo darebbe ai maltesi una conoscenza più approfondita delle altre culture, allargando così la loro prospettiva. Essendo una piccola isola, sotto diversi punti di vista siamo molto limitati. Proprio per questo, non posso dare torto a certa gente per essere cresciuta con una mentalità chiusa. Eppure è importate accettare altre culture, senza però perdere la propria.

Straightforward question: what’s your greatest ambition in life?

Domanda secca: qual è la tua più grande ambizione nella vita?

My greatest ambition is to learn how to work organically. Without losing vital time and energy on irrelevance. I don’t really have a long term goal, but just to be happy. I learned I’m not the type of person that commits to one career. So I’m an open book – I surprise myself sometimes honestly. And I will always want to work.

La mia più grande ambizione è imparare a lavorare senza perdere tempo prezioso ed energie in cose irrilevanti. Non ho un vero e proprio obiettivo a lungo termine da raggiungere, se non quello di essere felice. Ho capito di non essere il tipo di persona che può accontentarsi di una carriera sola. Sono aperta a tutto, tanto che a volte sorprendo pure me stessa. Ma so che desidererò sempre lavorare.

Before we say goodbye, would you like to tell us how people can follow your various activities online?

Prima di salutarci, ti andrebbe di dirci come la gente può seguire le tue attività online?

I share a lot of my every day life, art work and shenanigans on my Instagram page and some of my fish-related work on my Facebook.

Condivido molti istanti della mia vita di tutti i giorni su Instagram e altre attività che hanno a che fare col mio lavoro su Facebook.

Intervista a cura di Roberto Bommarito

La Fantascienza Cinematografica – la seconda età dell’oro: intervista all’autore del saggio, Roberto Azzara

Roberto Azzara

Ciao Roberto, è un piacere averti qui ospite sulle pagine virtuali di Kipple. Per chi non ti conoscesse ancora, ti andrebbe di presentarti?

Ciao e grazie dell’ospitalità. Allora, mi chiamo Roberto Azzara, sono nato a Caltagirone, un paese in provincia di Catania, ma vivo e lavoro da venticinque anni a Pavia. Appassionato di cinema e letteratura fantastica da sempre e di fantascienza in particolare, scrivo di queste mie passioni sui social e sul mio blog. La Fantascienza Cinematografica – la seconda età dell’oro rappresenta il mio esordio editoriale.

Come nasce la tua passione per la fantascienza cinematografica?

Per risalire all’origine della mia passione bisogna tornare nel passato, giusto per rimanere in tema fantascientifico, al 1978 in una semivuota sala cinematografica di paese dove proiettavano 2001: odissea nello spazio. Un’esperienza sensoriale che ha lasciato dentro me un seme che col tempo è germogliato, un po’ come l’intelligenza degli ominidi germogliò dopo il contatto con il monolite all’inizio di quel film. Certamente non è stato il mio primo impatto con il genere, già in televisione avevo seguito con tutta la famiglia Spazio 1999, serie che riprendeva in un certo qual modo le atmosfere del film di Kubrick, ma 2001 era qualcosa di completamente avulso alla mia esperienza, considerando anche il fatto che avevo sette anni. Nessuna altra opera è riuscita a trasmettermi il senso di meraviglia, mistero, freddezza, e inquietudine che lo spazio poteva offrire e aveva espresso in tale maniera l’incontro con un’intelligenza altra realmente aliena. Un’esperienza che ha fatto si che ogni volta che rivedo il film oggi, la mia mente voli e si ritrovi ancora una volta in quella sala semideserta.

Come nasce l’idea del tuo saggio La Fantascienza Cinematografica – la seconda età dell’oro?

È stato Claudio Fallani e la sua Electric Sheep Comics a cercarmi per offrirmi di scrivere quello che inizialmente doveva essere qualcosa di molto diverso. Io devo dire che mai prima di allora avevo pensato a pubblicare un saggio. Mi dilettavo a scrivere piccoli articoli su social e blog ma niente di paragonabile al lavoro di un libro di queste dimensioni. La decisione di trattare la fantascienza cinematografica che va dalla fine degli anni Settanta a tutti gli anni Ottanta è stata anche dettata da ciò, rimanere in territori a me particolarmente congeniali, visto che sono gli anni in cui sono cresciuto e sviluppato i miei gusti. Insomma, un modo per rispettare la regola di scrivere di ciò che si sà.

Ci parleresti più approfonditamente del progetto?

Il saggio ripercorre un periodo della storia della fantascienza cinematografica, dalla fine degli anni Settanta a tutti gli anni Ottanta, particolarmente fecondo di successi. Un periodo iniziato nel 1977 con l’uscita nei cinema di Guerre stellari di George Lucas e Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg, nomi e film che grande influenza avranno negli anni a seguire. L’opera non è strutturata cronologicamente, ma per temi portanti (fantascienza spaziale, post-apocalittica, distopica, intelligenza artificiale, alieni, eccetera). Ogni capitolo prende quindi in esame un particolare filone fantascientifico e i film che meglio lo rappresentano. Le pellicole più importanti sono state esaminate più in dettaglio. Non manca un capitolo dedicato alla fantascienza italiana e alle serie televisive, anche animate, del periodo.

Roberta Guardascione ha realizzato la copertina e le illustrazioni che accompagnano i vari capitoli.

Tre parole per descriverlo.

Appassionato, completo (o quasi) e scorrevole.

Quale importanza ha avuto, secondo te, la fantascienza nella storia della cinematografia?

Spesso si tende a sottovalutare l’importanza della fantascienza nella storia del cinema. A parte qualche capolavoro riconosciuto (2001 e Solaris, per esempio), è per lo più considerato un genere per ragazzi. Per dire, quanti film di fantascienza hanno vinto qualche premio cinematografico non di categoria? Però la fantascienza cinematografica fa capolino quasi in contemporanea alla nascita della settima arte. Gli stessi fratelli Lumière diressero nel 1895, anno ufficiale di nascita del cinematografo, La Charcuterie mècanique, il primo cortometraggio di fantascienza anche se ancora non esisteva un termine per definire il genere. Cosa sarebbe stato poi il cinema senza George Mèliés e le sue re-immaginazioni su schermo dei viaggi straordinari di Jules Verne o i romanzi scientifici di H. G. Wells? Quale altro genere ha permesso, per mezzo della metafora e dell’allegoria, senza risultare pedante o soggetto a censura, di parlare della società dell’uomo anche quando sembrava parlare di mondi o futuri lontanissimi? Insomma, secondo me non si può prescindere dalla fantascienza nella storia del cinema mainstream.

Prima di lasciarci, ti andrebbe di parlarci dei tuoi progetti futuri e di come possono seguirti i lettori?

Certamente. Quello che sembra più immediato è una collaborazione di cui posso solo anticipare che si occuperà del genere horror. Poi c’è l’intenzione di dare un sequel a La Fantascienza Cinematografica la seconda età delloro, che si occupi degli anni Novanta del secolo scorso, e un prequel che tratti invece degli anni che vanno dal 1968 al 1977.

Chi vuole può contattarmi o seguirmi sul mio profilo Facebook, https://www.facebook.com/roberto.azzara.9 ,

sulle mie pagine Who Goes There? https://www.facebook.com/azz1970/

e La seconda età dell’oro della fantascienza cinematografica, https://www.facebook.com/LSEDODFC/ ,

sul mio gruppo Facebook La biblioteca del cinefilo, https://www.facebook.com/groups/410491509300433/ ,

e infine sul mio blog Who Goes There? https://azz1970.wordpress.com/ .

Dal fumetto alla letteratura fantastica: intervista a Enrico Lotti, sceneggiatore di Diabolik e Martin Mystère

Enrico Lotti

Ciao Enrico! Benvenuto fra le pagine virtuali del blog di Kipple Officina Libraria. Con te parleremo di fumetti e non solo. Ma prima di iniziare, per chi non ti conoscesse ancora, ti andrebbe di presentarti?

Piacere mio! Mi presento: sono un giornalista, ho lavorato per quasi vent’anni (mamma mia!) nell’editoria informatica, soprattutto in ambiente Apple. Forse qualche utente Mac si ricorderà il mio nome perché sono stato per parecchi anni direttore di una rivista specializzata, Macworld Italia. Ma ho sempre avuto il desiderio di scrivere fumetti, e dal 2007 ho deciso di trasformare quello che era un hobby nella mia attività principale. Oggi collaboro come sceneggiatore con la Sergio Bonelli Editore (Martin Mystère e Le Nuove Avventure a Colori di Martin Mystère) e la casa editrice Astorina (Diabolik).

Molti sceneggiatori sognano di collaborare con Sergio Bonelli Editore. Ti va di raccontarci come sei riuscito a coronare questo sogno?

Molti rispondono dicendo “per caso”. In un certo senso, dovrei dirlo anch’io. Era l’anno 1991. Lavoravo nella redazione di una rivista di informatica chiamata “Applicando” (sempre mondo Mac) e un giorno venne a trovarci un signore. Si presentò: era Alfredo Castelli, e voleva parlarci del personaggio da lui creato, Martin Mystère, che tra le sue caratteristiche aveva quella di essere… un utente Mac. Anzi, un super-utente, perché in una storia si narrava di come la Apple gli avesse consegnato un prototipo del primo Mac affinché lo testasse… Da quell’incontro nacque un articolo, poi una collaborazione tra Castelli e la mia rivista, ma anche la curiosità e il desiderio da parte mia di provare a cimentarmi nel fumetto. Era stata una mia passione giovanile, come per tutti quelli della mia generazione. Con Martin Mystère, però, avevo trovato un personaggio che poteva coniugare la mia passione per il fumetto con l’interesse per temi più “adulti” (storia, archeologia, misteri, scienza e fantascienza). Proposi alcuni soggetti, uno fu accettato, e così l’anno successivo uscì “La grande illusione”, il mio esordio (Martin Mystère numero 131).
In seguito, scrissi alcune altre storie per MM, sempre in collaborazione con l’amico e collega Andrea Pasini, che ai tempi lavorava come grafico presso la mia stessa casa editrice, e col quale condividevo gli interessi di cui sopra (per la cronaca, oggi Pasini è redattore in Astorina, lavora quindi su Diabolik). Ma era un “hobby di lusso”, perché la mia attività di giornalista mi occupava a tempo pieno, anzi molto pieno, e mi lasciava ben poco spazio per fare altro. Poi, circa dieci anni fa, presi la decisione di lasciare il giornalismo full time, e di dedicarmi alla scrittura “creativa” e al fumetto.

Ci descriveresti un po’ l’esperienza di essere uno degli autori di Martin Mystère?

Per me, è una delle cose più divertenti e stimolanti che si possano immaginare, perché il personaggio è straordinariamente ricco e vario: ti consente di parlare di ogni cosa! Fanta-archeologia, misteri storici, hi tech, fantascienza, thriller, leggende metropolitane… Non c’è argomento che non sia stato toccato da Martin Mystère, o che non possa essere toccato. Altri personaggi, invece, hanno un universo più ristretto e possono avere solo storie di un determinato registro, o trattare un numero limitato di temi.
Forse la fase più divertente è l’elaborazione del soggetto, perché sembra di ritornare studente alle prese con una tesi di laurea o quasi, e ogni volta in una disciplina diversa. A me, poi, piace molto scrivere in collaborazione con altri. Ho scritto diverse storie con Pasini, come dicevo; l’esperienza con le NAC (così chiamiamo la serie Le Nuove Avventure a Colori di Martin Mystère) è stata particolare, perché eravamo un team di sei sceneggiatori al lavoro su una serie articolata in dodici episodi, e abbiamo realizzato una specie di reboot del personaggio, con grande libertà creativa. Per Diabolik, faccio squadra con Alessandro Mainardi, uno sceneggiatore e scrittore col quale condivido parecchi gusti e interessi.

Quali sono le difficoltà maggiori con cui deve misurarsi chi vuole intraprendere la strada dello sceneggiatore di fumetti in Italia?

Già quando penso a me, ripeto spesso: “Ah! Se fossi nato vent’anni prima!”. Ho solo intravisto il mondo del fumetto nella sua epoca più florida, quando i grandi fumetti popolari vendevano centinaia di migliaia di copie.
Oggi il mercato si sta restringendo, le opportunità sono pochissime. Vedo spazi per autori completi che si cimentano con le graphic novel, ma si tratta pur sempre di esperienze di nicchia, tranne casi rarissimi. Per uno sceneggiatore gli spazi sono ristretti: non ci sono più i grandi fumetti popolari (Intrepido, Corriere dei Ragazzi, le mille testate anche effimere di mille editori grandi, medi e piccoli) che una volta potevano essere una palestra ideale per iniziare. A un esordiente, consiglierei di muoversi subito a cavallo tra diversi campi: fumetto, video, scrittura, cercando di accumulare esperienze, senza guardare subito al tornaconto economico.

Quali consigli daresti allo sceneggiatore in erba?

Secondo me, un bravo autore (scrittore, sceneggiatore) deve leggere molto. E, soprattutto, essere onnivoro. Diffido di chi è iper-specializzato, magari conosce a memoria ogni episodio di un determinato manga o tutto il cinema di SF degli ultimi vent’anni, ma non ha mai letto in vita sua nulla di storia, geopolitica, etnologia, antropologia, divulgazione scientifica… Non si può sapere da dove arriverà la fonte d’ispirazione. Lo spunto iniziale di una delle storie di Martin Mystère di cui sono più soddisfatto (“Il grande gioco”) mi venne dalla lettura del saggio omonimo di Peter Hopkirk, dedicato alla rivalità tra Russia e Inghilterra nel XIX secolo, nel teatro asiatico. È un consiglio che vale per tutti, anche per chi voglia scrivere per Topolino o Diabolik: leggere tanto, anche e soprattutto al di là del proprio genere di riferimento.
E poi, leggere con consapevolezza, cercando di individuare le caratteristiche di un personaggio, le tecniche narrative… Ci sono manuali di scrittura creativa dedicati al cinema che possono offrire consigli utili anche al romanziere o allo scrittore di fumetti. Anche in questo caso, essere onnivori è la scelta giusta.

Un tuo racconto è stato finalista al Premio Urania Short 2017. Ti va di parlarci anche della tua attività di autore?

La fantascienza è sempre stata una delle mie passioni, a partire da quando, adolescente, scoprii Urania in un’edicola… Mi sono cimentato nella scrittura di racconti e ho partecipato a qualche premio: miei racconti sono stati pubblicati sulle riviste Robot, Quasar e sul sito della Multiplayer. Un mio racconto, nel 2017, è stato selezionato tra i finalisti, ma non ce l’ha fatta e non è stato pubblicato (per ora). Però quell’esperienza è stata molto piacevole e interessante, perché ho conosciuto gli altri finalisti, siamo rimasti in contatto, senza gelosie (cosa difficilissima, nell’ambiente!) e abbiamo deciso di fondare un gruppo che proporrà un’antologia… Per ora, posso dire che il gruppo si chiama Collettivo Italiano Fantascienza.
Ho anche scritto una serie di romanzi brevi per la Delos, “I viaggiatori dell’impossibile”, pubblicati tra il 2016 e il 2017. Sono dieci episodi, concepiti come una serie tv, con una lunga linea narrativa orizzontale che copre l’intera “stagione”, ma articolata in dieci episodi autoconclusivi. Si tratta di un lungo viaggio tra mondi paralleli, altre Terre possibili, con una miriade di citazioni ai film, ai fumetti e ai romanzi che mi hanno fatto amare il genere fantastico e fantascientifico. Sono disponibili esclusivamente in versione ebook: niente carta da sfogliare, ahimè, ma in compenso sono i più facili da reperire.
E, per finire, mi sono cimentato anche in un territorio diverso, lo spionaggio, con un racconto breve pubblicato su Segretissimo, due anni fa. Curiosità: il mio racconto uscì in appendice a un romanzo di Piefrancesco Prosperi, anche lui scrittore e autore di fumetti e mio “collega”, per così dire, su Martin Mystère e Diabolik…

Quali sono le tue influenze principali, sia per quanto riguarda i fumetti che la letteratura?

Per il fumetto, sono cresciuto a pane e super eroi Marvel (all’epoca della gloriosa casa editrice Corno), prima ancora avevo amato Tex, Zagor, Tarzan e Flash Gordon: avventura pura, fantasia sfrenata (Tarzan, Zagor, Gordon), mondi fantastici a go-go. Oggi, mi piace moltissimo un autore come Warren Ellis, ma guardo molto alle serie tv degli ultimi anni. Dico un luogo comune, ormai, quando affermo che la scrittura delle serie tv è molto sofisticata, e che ci sono molte serie tv migliori del cinema “classico”. Ammiro (e invidio) il talento e la libertà di chi scrive in serie come Westworld, Game of Thrones, Blacklist o Person of Interest, di cui adoro soprattutto i dialoghi, spesso sintetici e fulminanti. Ho molto apprezzato anche alcune serie non disponibili per il mercato italiano – almeno, a quanto ne sappia io – ma ricche di idee come Keizoku (giapponese), Okkupert (norvegese), Real Humans (svedese) o El ministerio del tiempo (spagnola).
In letteratura (tralasciando la grande letteratura, che mi porterebbe a parlare di altri secoli e altri autori), ho gusti alquanto eclettici: Philip K. Dick, ovviamente, ma anche Silverberg, Turtledove, i racconti brevi di Matheson e autori di difficile collocazione come Michel Houellebecq, James Ballard e Colin Wilson. In linea di massima, mi piace la fantascienza che guarda al futuro per parlare dell’oggi: Huxley, giusto per fare un nome, che forse è stato ancora più profetico di Orwell, e in generale le distopie fanta-sociologiche degli anni ‘60 e ‘70 (ma non quelle young adult di oggi, che in realtà sono tutt’altra cosa).

Prima di lasciarci, ti andrebbe di parlarci dei tuoi progetti futuri? Come può la gente seguire le tue attività?

Accennavo prima al progetto in collaborazione con le autrici e gli autori finalisti di Urania 2017. Adesso sto lavorando ad altre storie di Diabolik, alla seconda stagione delle Nuove Avventure a Colori di Martin Mystère e sto iniziando a raccogliere ed elaborare idee per un fumetto, questa volta con un personaggio di mia creazione, che vorrei proporre in crowdfunding in un futuro non troppo lontano.
Non ho un sito web (non mi considero un personaggio pubblico), chi vuole stare in contatto con me può seguirmi su Facebook, dove condivido innumerevoli fesserie e, talvolta, anche qualcosa di serio…

Una chiacchierata con Lukha B. Kremo, vincitore del premio Robot – Penne Matte

Su PenneMatte è uscita una bella intervista al nostro editore Lukha B. Kremo. Molte le domande, pertinenti al suo ruolo di editore e anche di vulcanico connettivista, ma pure di compositore musicale, di artista e autore a tutto tondo insomma; eccone uno stralcio.

Da anni ormai sei al lavoro anche nel ruolo di editore con Kipple. Hai messo su due premi, uno per romanzi e uno per racconti, e sei sempre alla ricerca di autori che si muovono nel genere della fantascienza. Ci faresti tre nomi di autori italiani attuali che secondo te sono imprescindibili?

Per quanto riguarda gli imprescindibili direi di scolpire il nome di Valerio Evangelisti e aggiungere Lino Aldani e Vittorio Catani. Poi, è chiaro che se uno vuol scoprire cosa sta succedendo nella fantascienza italiana degli anni 2000, ci sono altre due decine di nomi, ma se faccio un elenco poi mi accusano sia di aver fatto nomi di amici, sia di non aver fatto altri nomi, per cui voglio citare solo Franci Conforti (che ha vinto l’ultimo Premio Kipple) e Davide Del Popolo Riolo (che l’ha vinto due anni fa), due autori già a un ottimo livello ma anche promettenti, nel senso che il meglio, secondo me, deve ancora venire (Non sono miei amici, eh, li ho visti solo di sfuggita, ghghghgh).

Di recente Delos ha pubblicato il libro Nuove Eterotopie, una raccolta di storie a opera del movimento connettivista, di cui tu sei membro attivissimo. Ci saranno presto novità anche su questo versante? Altri romanzi, o magari qualcosa che al momento non riesco neanche a immaginare?

Sì. Credo qualcosa che tu non riesci nemmeno a immaginare, di cui non posso parlare e che potrebbe articolarsi in complessità similfrattali da non riuscire nemmeno a descrivertelo. Ci stiamo lavorando. Ma non sarà pronto presto. Per il momento ci godiamo ancora Nuove Eterotopie, perché per noi rappresenta una pietra miliare, il punto di arrivo e di ripartenza. Il Connettivismo proseguirà con una nuova linfa, probabilmente con modalità diverse, ma con lo stesso entusiasmo artistico che si respira nel Manifesto.

Seguo con interesse anche la pagina Facebook, e il blog, di Nazione Oscura Caotica, un movimento artistico che ha creato una Nazione immaginaria con una propria Costituzione, una propria moneta, ecc. Nel blog infatti si parla soprattutto di attualità, politica internazionale e altre questioni che di recente stanno turbando i sonni del pianeta Terra. Quanto è importante la politica internazionale nella tua visione letteraria? E soprattutto, esistono bunker antiatomici nel caso in cui scoppi una guerra nucleare (giusto per sapere se devo fare il biglietto per Livorno…)?

Fondamentale. Non c’è un mio romanzo che non affronti la politica internazionale, sempre in modi e sensibilità diverse, senza appesantire la lettura e senza privarla della funzione principale della narrativa, che è quella di evadere dalla realtà riflettendo sulla realtà stessa. Spesso sono presenti distopie, e nel mio primo romanzo Il Grande Tritacarne, così come nella Trilogia degli Inframondi, c’è la minuziosa descrizione di una serie di piccole utopie e distopie, dove si affrontano problematiche sociali e religiose, politiche e storiche, ma anche economiche e finanziarie. Ci sono anche micronazioni fittizie (come quella che ho fondato io), criptonazioni e infranazioni (nazioni a cavallo tra un universo e l’altro). Abbiamo un bunker, certo, non si trova a Livorno, ma a Torriglia, in provincia di Genova. Non so se è a prova di radioattività o Sarin, ma è fatto di solida pietra ligure. Come armi disponiamo di un arsenale delle tanto vituperate armi chimiche. Non credo siano bandite dalla Convenzione di Ginevra: sono decine di fiale puzzolenti.

Sherlock Holmes e l’ultima rivelazione: intervista ad Alessandro Napolitano, vincitore dello Sherlock Magazine Award 2017

Alessandro Napolitano

Ciao Alessandro, è un piacere riaverti ospite qui fra le pagine virtuali di Kipple. Oggi non sei qui a nome di Electric Sheep Comics ma come autore campione del concorso letterario Sherlock Magazine Award 2017 con il racconto “Sherlock Holmes e l’ultima rivelazione”. Ma prima di iniziare, per chi non ti conoscesse ancora, ti andrebbe di parlarci del tuo percorso creativo?

È sempre un piacere scambiare quattro chiacchiere con gli amici di Kipple. Il percorso creativo parte da lontano, con ogni probabilità dai tempi della scuola media. Pur non essendo stato un alunno modello, ho sempre avuto molta confidenza con l’italiano e in particolare con la composizione dei temi. Con il passare degli anni e l’arrivo di internet, ho avuto la possibilità di frequentare diversi siti letterari e mi sono messo alla prova con altri scrittori esordienti. Oggi, alcuni di loro, pubblicano con le più importanti case editrici italiane e averli incrociati è stata per me un’indubbia palestra di scrittura. Piano piano ho preso fiducia e ho iniziato un percorso personale, scrivendo racconti per concorsi sempre più importanti fino a raccogliere nell’ultimo anno alcune buone soddisfazioni. Mi diverto molto a partecipare, a mettermi in discussione e a cercare sempre una strada nuova per migliorare.

Com’è stato vincere lo Sherlock Magazine Award 2017?

Inaspettato e per questo molto emozionante. Ho conteso la vittoria ad autori estremamente capaci ed esperti, alcuni già vincitori del premio e con esperienze di pubblicazione di racconti su Holmes. Essere scelto per condividere con loro la finale del Premio mi era sembrato già un motivo di orgoglio. Poi è arrivata la e-mail che mi annunciava la vittoria dello Sherlock Award. Confesso di averla riletta due volte per essere sicuro di averla capita!

Ce la dai un’anticipazione sul racconto vincitore “Sherlock Holmes e l’ultima rivelazione”?

Il Dottor Watson, appena appreso della morte di Sherlock Holmes per mano del Professor Moriarty, viene a conoscenza di un’inquietante rivelazione, capace di gettare un’ombra sul passato del più amato investigatore di tutti i tempi. Il racconto ha una collocazione precisa dentro il Canone: la storia è narrata dopo il racconto “L’ultima avventura” e prima di “L’avventura della casa vuota”, dove Doyle consegnerà per la seconda volta Holmes al suo pubblico.

Quando e dove potremmo leggere “Sherlock Holmes e l’ultima rivelazione”?

Il racconto verrà pubblicato entro l’estate sulla rivista cartacea Sherlock Magazine, editore Delos Digital. La casa editrice lo renderà presto disponibile anche nella versione elettronica nella collana “Sherlockiana”.

Disegno di Lorenzo Nicoletti

Quali sono le tue influenze principali?

Sono onnivoro in fatto di letture. Mi colpisce il titolo e leggo. Mi piace il disegno delle copertine e metto il libro nella lista dei desideri. Fantascienza e thriller sono i generi nei quali mi rifugio se non ho particolari ispirazioni, altrimenti leggo di tutto e il più possibile.

Secondo te, quali sono le difficoltà maggiori che deve affrontare un autore emergente nel panorama italiano della letteratura di genere?

Mi sento di fare un discorso più generale e non limitato al solo panorama degli autori emergenti italiani. La difficoltà maggiore è ricevere attenzione. È difficilissimo, anche per le persone preparate e con ancora tanta voglia di crescere e imparare, riuscire a farsi ascoltare. Parliamo in tanti e nessuno ascolta le parole di chi gli è accanto. Questo è un bel problema e non vedo come potremmo venirne a capo.

Ti va di parlarci dei tuoi progetti futuri?

Divertirmi a scrivere è alla base dei miei progetti futuri. Continuerò a partecipare ai concorsi letterari, cercando di alzare l’asticella della difficoltà. Sono sempre invogliato a condividere le mie esperienze letterarie e a imparare dagli altri. Nel 2017 sono stato tra i finalisti del Premio Urania Short Mondadori. Da quell’esperienza è nata una collaborazione con alcuni autori che hanno condiviso insieme a me la finale. Ci siamo dati un nome, “Collettivo Italiano Fantascienza” che sintetizza un progetto a supporto della divulgazione della fantascienza nostrana, mettendo al centro delle storie proprio la nostra Italia. Spero di potervi aggiornare presto sull’evolversi di questa esperienza.

Trasformare con le parole i sogni in realtà: intervista a Linda De Santi, vincitrice dell’Urania Short 2017

Ciao Linda. Per chi non ti conoscesse ancora, ti andrebbe di parlarci un po’ di te?

Mi mette sempre un po’ in imbarazzo parlare di me. Sono una persona con un’irriducibile passione per la fantascienza. Approfitto di ogni minuto libero per scrivere, compro più libri di quanti ne riesco a leggere, amo le conversazioni su romanzi e scrittura, odio le polemiche sui social, sono una gamer con troppe ore di sonno arretrato.

Raccontaci com’è stato vincere il Premio Urania Short.

Un’emozione fortissima, soprattutto perché non mi aspettavo assolutamente di vincere. Figurati che, dopo la proclamazione, sono rimasta seduta tra il pubblico, credendo che fosse un sogno (mi sono riavuta solo quando mi hanno detto di alzarmi per andare a prendere il premio…).
Urania ha un grande significato per me. A casa ho una libreria dedicata interamente ai libri della serie. Sapere che un mio racconto avrebbe fatto parte della collana è stata un’emozione indescrivibile.

Quali credi che siano le difficoltà maggiori con cui deve confrontarsi uno scrittore emergente di genere in Italia?

Credo che una delle difficoltà principali sia farsi leggere. Purtroppo non basta più avere delle buone idee e un bello stile di scrittura: oltre ad essere bravi, oggi bisogna anche sapersi promuovere, andare in cerca di lettori, avere una strategia, seppure minima, in mente. Non è facile, considerato che, se scrivi, di solito non hai tempo per farti promozione.
Poi bisogna dire che dipende dal genere. In Italia la narrativa di fantascienza non ha un pubblico numeroso ed emergere è più difficile. Però è anche un genere che permette di spaziare molto e di raggiungere, potenzialmente, fette di pubblico più grandi. Ci vogliono bravura, intraprendenza, conoscenza della realtà in cui ci si vuole affermare, pensiero laterale.

Quali sono gli autori che ti hanno influenzato maggiormente e perché?

Philip Dick, Aldous Huxley, Greg Egan, Neil Gaiman, Kage Baker, Ted Chiang. Amo molto anche la fantascienza cinese. Aggiungo pure Garth Ennis, anche se è un fumettista.

Se potessi esprimere un desiderio legato al mondo della scrittura, quale sarebbe?

Vorrei che la scrittura venisse considerata un mestiere in tutto e per tutto, non più solo un hobby per chi ha tempo da dedicarle. Mi piacerebbe che alle persone che dicono: “Mi licenzio per dedicarmi interamente alla scrittura,” venisse detto: “Beh, almeno camperai facendo quello che ti piace”, piuttosto che: “Sei pazzo, finirai in mezzo a una strada domani”. Credo che anche la qualità delle pubblicazioni ne gioverebbe: se puoi dedicare tutto il giorno a qualcosa, e quello che guadagni dipende da quanto sei bravo, ti impegni a fondo per raggiungere dei bei risultati.

Prima di lasciarci, ti andrebbe di parlarci dei tuoi progetti futuri?

Intanto ti ringrazio per quest’intervista. Per quanto riguarda i miei progetti futuri, sto scrivendo dei racconti per alcune antologie e sto portando avanti un progetto, per ora ancora segreto (ma non per molto) con i finalisti del Premio Urania Short.
Per il momento continuerò a dedicarmi alla narrativa breve, anche se in futuro mi piacerebbe dedicarmi alla stesura di qualcosa di più lungo. Vedremo.

Isaac Asimov e il futuro dell’Uomo nello spazio: l’intervista tradotta in italiano

Isaac Asimov non ha di certo bisogno di presentazioni. Più di chiunque altro, l’autore americano è riuscito a dare, anche grazie al suo impegno come divulgatore scientifico, un volto alla fantascienza riconoscibile anche da chi solitamente non ama il genere. In questa intervista del 1981 che vi segnaliamo in coda al post, Asimov parla del futuro dell’Uomo nel cosmo, un tema a lui caro che ci invita a riflettere sulle sfide che attendono la nostra specie. Buona visione!