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FREAK IN !

Scordatevi le derivazioni più recenti. Scordatevi i fricchettoni da Era dell’Acquario o il geek come attuale sinonimo di nerd appassionato di tecnologie varie.

Torniamo per un attimo a più robusti esordi, risaliamo a periodi più torbidi e politically incorrect donde la parola freak, come l’intero gergo da baracconi che le fa da corollario, trae origine per indicare quegli scherzi o capricci di natura, fenomeni da baraccone o anche (questa la definizione più rispettosa e calzante:) meraviglie umane che circhi e spettacolini, itineranti o stanziali, imperversanti per tutto il XIX sec. e buona parte del ‘900, esibivano davanti a un pubblico pagante.

Obesi colossali, figure scheletriche, spilungoni, nani con testoni e gambe storte o nani tali e quali a quattrenni mai cresciuti, esseri a tre gambe, fratelli siamesi allacciati insolubilmente tra di loro da un cordone di carne, ragazzi dal volto e dal corpo interamente ricoperti di biondo pelo, ermafroditi, persone deformate da innumerevoli tumori benigni ognuno grosso un pugno, gente senza gambe o con un paio di moncherini al posto delle braccia, ritardati con le teste a punta, menomati psichici spacciati per uomini selvaggi, mentecatti capaci di ingoiarsi ratti e insetti vivi, soggetti che giravano con un gemello abortito attaccato al petto e molti altri incubi viventi come questi richiamavano decine di migliaia di stomaci più o meno forti, dietro pagamento del relativo biglietto, durante i molti spettacoli che riempirono, specie nell’area anglofona, i secoli che ci hanno immediatamente preceduto (ma con origini assai più remote, risalenti agli albori della storia, nei pressi della cosiddetta Mezzaluna Fertile, dove si attestano i primi morbosi interessi di carattere pubblico per questo genere di anomalie).

Si tratta in fin dei conti di superhandicappati, gente deformata da tali e tante brutture da risultare quasi una bizzarria esterna alla specie cui di fatto appartengono, ma proprio per questo il genio commerciale dei direttori di circo che facevano brutta mostra di loro li trasformò in artisti. Una forma d’arte del tutto particolare, certo, che a ben guardare contraddice lo stesso termine di cui i freaks si fregiavano, visto che nel loro caso non vi è alcun artificio da ostentare, ma, al contrario, viene loro richiesto di limitarsi a esporre la propria natura, in tutta la sua nudità e crudezza.

Per soggetti consimili, qui da noi, in pieno cattolicesimo, sant’uomini quali il Cottolengo e Luigi Orione preferirono congegnare luoghi di detenzioni, camuffati da ricoveri misericordiosi, entro cui rinchiudere e nascondere tali mostruosità.

La cultura popolare da un certo punto in poi parve optare per questo secondo tipo di approccio: occultare il mostro, ospedalizzarlo, ricoverarlo, dimenticarne la presenza e, se possibile, evitarne preventivamente la nascita, ricorrendo a amniocentesi e analisi mirate.

Eppure, per quanto la società abbia tentato in tutti i modi di espellere la devianza fisica, l’attrazione sinistra e ancestrale che esercita su di noi la visione del mostro riemerge prepotente in barba a tutte le possibili contromisure.

A ben pensarci le pagine di maggior richiamo del Guinness dei Primati come certe gare delle Paralimpiadi altro non sono che un’esposizione aggiornata di malformazione e alterazioni genetiche anche gravi. Il freak prima o poi torna, sempre, e così facendo appaga una comune curiosità che, per quanto insopprimibile, ci resta difficile da confessare apertamente.

I freaks faranno trionfante ritorno in tutto il loro conturbante splendore, questo è l’annuncio! Tra duecento anni tondi tondi da oggi! Fuori dall’orbita terrestre, su una neo-colonia del Sistema Solare esterno. Sarà Monsieur Korallo, a capo di un piccolo circo itinerante che da lui prende nome, a portarceli.

Volete sapere dove e come? Non avete che da leggere Freakshow, Kipple, 2016. Avanti, siòre & siòri, lo spettacolo comincia…

Oltre a ciò, continuate a seguire la presente rubrica, dove di volta in volta il mondo dei freaks vi si squadernerà davanti agli occhi sotto ogni suo rabbrividente aspetto…

IL BARACCONE DEI FENOMENI di Pee Gee Daniel | Tibereide

A corredo del proprio romanzo Freakshow, vincitore del Premio Kipple 2016, Pee Gee Daniel ha scritto un articolo riguardante l’argomento, uscito su Tibereide. Si tratta di un excursus storico della vicenda dei freaks, dei fenomeni da baraccone e della loro semantica, utile per inquadrare il romanzo vincitore del Premio Kipple 2016:

Nel Sistema Solare, nei pressi del satellite Europa, uno strano carrozzone si aggira per allietare la vita grama dei coloni: è il Circo Korallo, composto da una masnada di freak che cercano di sbarcare il lunario come possono. La prospettiva di un riscatto sovrannaturale animerà improvvisamente l’intera comitiva dei fenomeni da baraccone e ogni cosa non sarà più come prima.
Pungente ironia e precisione nel trasportare il lettore su quel mondo lontano, che potrebbe essere stato o essere ancora il nostro terrestre, delineano uno scenario tragicomico dove il possibile è esattamente ciò che avviene anche nelle nostre esistenze; Desolation Road, l’opera scritta da Ian McDonald, è la prossima verosimile fermata di un treno che passa per i luoghi attraversati dal Circo Korallo.

Pee Gee Daniel | Freakshow
Copertina di Ksenja Laginja

Kipple Officina Libraria
Collana Avatar — Formato ePub e Mobi — Pag. 208 – € 1.95 — ISBN 978-88-98953-67-7
Collana Avatar — Formato cartaceo — Pag. 200 – € 15.00 — ISBN 978-88-98953-68-4

Ecco un estratto dal post dell’autore, con significativi brani; buona lettura!

Il circo equestre affonda le proprie origini nell’Antica Roma, allorché i Cesari, per dimostrare l’incessante espansione imperialistica dell’Urbe, facevano esibire di fronte a un pubblico ammirato, composto dai residenti della Capitale del mondo, animali esotici provenienti dalle remote terre dappoco conquistate: leoni, tigri, elefanti, giraffe, struzzi, marsupiali, scimmie. Possiamo ben immaginare lo stupore che si doveva venir a creare a tale vista in quella gente abituata tutt’al più a vedere polli, cani, gatti, maiali e buoi e, male che andasse, a incontrare in percorsi fuorivia cinghiali e lupi.

Ebbene, molti secoli dopo, nel pieno dell’attività circense americana, laddove lo show è sempre, per definizione, bigger than life, si pensò bene di affiancare ai soliti, rodati, secolari numeri qualcosa di più emozionante e raccapricciante insieme: il lucrativo giro degli spettacoli di intrattenimento più popolari, capeggiato da quel geniaccio privo di scrupoli di Phineas T. Barnum, decise di affiancare all’abituale esotismo animale un tipo di esotismo riferito invece all’umano. Se da sempre si era tentato di calamitare la curiosità della gente abbindolando e i bambini e il fanciullino serbato dentro i loro genitori con esemplari di bestie fuori dal comune, ora si tentava la medesima operazione con un ulteriore scarto morale: esibendo cioè esseri umani più o meno consenzienti soggetti a tante e tali patologie e tare psico-fisiche da risultare mostri a tutti gli effetti, capaci di suscitare un misto di sgomento e morboso interesse nello spettatore.

Si tratta dei freaks, sventurati cui la natura o, talora, la vita hanno tirato più di uno scherzo mancino, rendendoli personaggi deformati sino all’inverosimile: donne scimmia, uomini lupo, fratelli siamesi, uomini a tre gambe, individui capaci di roteare la testa di un completo angolo piatto, nani, giganti, superciccioni, uomini scheletro, focomelici, ritardati con teste a punta, ermafroditi, bruttoni e sgorbi vari.

Il pubblico fece la fila per secoli pur di vederli, occhi negli occhi, e provare un’emozione ambivalente che mai era capitata loro quando assistevano ad animali anche stranissimi messi in parata, poiché in questo caso, per quanto si potesse faticare a crederlo, le stranezze che essi contemplavano erano loro fratelli, figli di umani assolutamente rispondenti alla norma e alla media generali, usciti fuori però, chissà se per un castigo divino o per un semplice malfunzionamento organico, più simili a incubi viventi che a persone propriamente intese.

Una situazione come quella descritta ha fin da subito fatto sorgere un cruciale dilemma: è accettabile che qualcuno si arroghi il diritto di far soldi su infelici pari a costoro? Che d’altra parte si scontrava con la constatazione che questa fosse l’unica via percorribile perché persone in quelle condizioni potessero sentirsi in qualche maniera realizzate e divenire socialmente accettabili, spesso ricche e autonome. Un risultato del tutto impensabile se i loro destini non si fossero incrociati, prima o poi, con quelli di un qualche ciarlatano convinto di poter monetizzare i loro gravi handicap.