Archivi categoria: recensioni

Recensione di Danilo Arona a Uironda, di Luigi Musolino | Pulp libri

Danilo Arona recensisce superbamente su PulpLibri la raccolta di racconti di Luigi Musolino, Uironda, edita recentemente da Kipple. Vi lasciamo alle sue superbe parole, a un estratto che rende molto bene ciò che un maestro dell’oscurità italiana pensa di Musolino e dei suoi lavori.

Il fatto è che a Musolino non servono creature o dimensioni «altre». La realtà, per quel che lui che ne (dis)percepisce, è più che sufficiente. Una realtà hic et nunc senza andare lontano. Così, nella sua narrativa, i «mostri» diventano le anomalie, le distorsioni, fantasmi della mente che si materializzano per poi scomparire o riapparire sotto mutate vesti. E uscite autostradali inesistenti sulla carta geografica, un piano condominiale che appare e scompare, un paesaggio notturno che si modifica sotto i piedi di un improvvido runner o l’arcano incantesimo di un villaggio prigioniero di sé stesso, rilanciano ancora una volta l’antica tesi se la narrativa fantastica, soprattutto quella italiana, non sia in verità lo specchio di un altro Reame del Reale, contiguo e non impossibile.

Sinossi

Esplorazione. Cos’è la letteratura se non l’esplorazione, la ricerca e il superamento di nuovi confini? Uironda di Luigi Musolino è anche un luogo, ma in primis è un confine, un confine tra la luce e l’oscurità, tra il noto e l’ignoto. Uironda è la Paura, ma non quella dell’oscurità o dell’ignoto stessi, ma quella più grande, quella della scelta. Scegliere se compiere il salto, assumersi la responsabilità, o più semplicemente reificare le proprie paure e cedere all’orrore. Difficile trovare un nero più nero (come una “notte nella notte”, proprio per citare uno dei racconti della raccolta) di quello in cui ci troviamo “impeciati” in queste dieci storie, dai toni cupi e spesso disperati (spesso ma non sempre, a volte s’intravede un flebile spiraglio di speranza, magari proprio nell’accettazione di quel nero più nero). A rendere questo nero ancora più oscuro e affascinante è il linguaggio, lo stile di questi racconti, che pur partendo da un tessuto realistico nonché contemporaneo, si contorce, come una pianta rampicante, sino ad avvolgerci e catturarci per poi scaraventarci in una nuova dimensione, grazie anche all’uso di termini desueti, di onomatopee, con il loro richiamo a suoni ancestrali.

Luigi Musolino, Uironda
Copertina di Franco Brambilla
Introduzione di Andrea Vaccaro

Kipple Officina Libraria – Collana k_noir
Formato cartaceo – Pag. 248 – 15.00 € – ISBN 978-88-98953-93-6
Formato ePub e Mobi – Pag. 272 – 3.95 € – ISBN 978-88-98953-94-3

Link

Lucenti, una traccia fossile di Uduvicio Atanagi

Uduvicio Atanagi non esiste.
Gliel’ho detto di persona, lo giuro. Alla persona che mi si presentò con quel nome. Come recita la sua stessa biografia “Le opere di Uduvicio Atanagi sono state pubblicate tutte con diversi pseudonimi rendendo impossibile ricondurre i suoi lavori a un individuo preciso”.
Appunto. Non esisti, dicevo. E questa persona mi guardava con interesse, senza smentirmi, un po’ sorridendo alla strana situazione e un po’ riflettendo, proprio come se avessi pienamente ragione.
Chissà chi è Uduvicio? Il bambino “con i capelli corvini a padellina” o “il mostro che scompare e si cela, un mostro senza forma e con tutte le forme, un mostro di terra e di fango, un mostro che dorme per un miliardo di anni…”
E quindi: importa davvero? Certo che non era lui, nessuno è Uduvicio Atanagi, e lo siamo tutti. Tutti i bambini terrorizzati che siamo stati, circondati da un mondo ancestrale, ostile, oscuro e pregno di sospiri maligni, di luci che traversavano le nostre camerette, di genitori buoni che scomparivano, di amici che somigliavano a nemici, di amori che somigliavano a guerre.
Perché in fondo “siamo ricordi sbiaditi, lo siamo in ogni sospiro, in ogni patetico slancio, in ogni lacrima, in ogni risata. Siamo solo spettri che si riflettono nel nostro sangue sparso a terra, nella terra, scura, che se ne imbeve.”
E allora “Lucenti” – che è la famiglia che dà il nome alla tenuta che non produce, l’incolto cronico come fosse ostaggio di forze maligne – è anche la luce splendente che si staglia nel buio, ma che ne prende parte, lo “Shining” della follia che percorre tutti i (non) personaggi di questa (non) storia, il denominatore di un romanzo di de/formazione, un libro che non si lascia leggere, ma inghiottisce il lettore e lo conduce con sé sottoterra, nel fango, nel disturbo rabbioso dei personaggi, degli uomini-bestia, della prepotenza che non è ingiustizia, ma realtà, inconsistente, ma unico baluardo contro il nulla eterno.
Ora vi dico che se questa serie di personalità continueranno a scrivere e accompagneranno questo stile stupendo e lucente indagando ancora le trame oscure della vita, avremo uno degli scrittori più importanti dell’epoca. Non so quale.
Ma voi non esistete. E non leggerete mai questo libro, nonostante sia edito da Eris Edizioni e illustrato col cuore di tenebra dal buon akaB.

Recensione a Nella luce, racconto vincitore dello ShortKipple 2015

Su Medium.com è uscita una bella recensione a Nella luce, racconto di Francesco Fichera con il quale ha vinto il Premio ShortKipple2015. Un estratto:

Nella Luce è un racconto di fantascienza scritto da Francesca Fichera, ha vinto il premio Short Kipple 2015 e, se anche non avesse vinto niente, l’importante è non farselo sfuggire. In un quarto d’ora di tempo Francesca ci conduce nello sgretolamento interiore ed esteriore della protagonista. L’apocalisse ha il rumore delle nuvole che cadono dal cielo, nuvole che vanno e vengono, se raggiungono il suolo diventano nebbia e non è possibile vedere più nulla. Solo l’ignoto, privo di colori. Puoi affidarti al tatto, sentire la mano delle persone care che, insieme a te, cercano di raggiungere il luogo migliore per sparire. Sì, perché con le nuvole è precipitata anche la realtà, che possiamo continuamente negare e combattere, fingendo che non esista, ma a un certo punto non ci rimane che farcene una ragione. Non è una resa, ma un modo dignitoso di accettare le cose. Non fa meno male, anzi, il dolore è insopportabile. Ma, se dovesse finire il mondo, lottereste nel buio contro i mulini a vento? Non preferireste annusare l’odore del mare o sentire il rumore delle onde che si infrangono? Le nuvole che precipitano sulla terra, esauste, non sembra l’inizio di qualcosa di terribile, piuttosto l’inesorabile conseguenza di uno sfacelo preesistente. La protagonista cerca le persone che ama prima della pioggia di nuvole, l’orrore c’era prima, c’è ora e sta per finire. Nessuno potrà dire che almeno non ci abbiamo provato”, dice Dan Miller nella scena finale di The Mist (film tratto dall’omonimo racconto di Stephen King). Questo avviene anche per i personaggi di Francesca. Ci hanno provato, è ora di andare.

Dal post di presentazione dell’opera:

Sinossi

Gli eventi catastrofici, spesso e volentieri, innescano forti sentimenti di vicinanza e quando un evento atmosferico si abbatte con violenza sull’esistenza della protagonista, ci si trova a riflettere sul senso di ogni cosa e desiderare accanto coloro che, più di tutti, hanno resistito alla tempesta. Cosa accadrà al passaggio del fortunale? Una vita, le sue moltitudini di incontri e un percorso dal retrogusto amaro, immerso nella profondità del sogno, ci accompagnerà in questo viaggio “nella luce”.

Francesca Fichera | Nella luce
Copertina di Ksenja Laginja

Kipple Officina Libraria
Collana Capsule — Formato ePub e Mobi — Pag. 13 – € 0.95 — ISBN 978-88-98953-30-1

Link

Recensione a Carnivori, di Franci Conforti | Vanamonde

Su Vanamonde è apparsa una recensione, a opera di Marco Passarello, al Premio Kipple in carica, quel Carnivori di Franci Conforti che tanto consenso ha suscitato in giro per il mondo SF italico. Vi lasciamo a qualche considerazione di Marco.

È la fortissima attualità del tema di fondo la forza principale del romanzo. Credo si possa dire che uno dei segni distintivi del XXI secolo sia il diffondersi di stili di vita che si pongono come “etici” e hanno l’obiettivo di far vivere l’uomo minimizzando l’impatto ambientale e le sofferenze per gli altri esseri viventi. E tuttavia ognuna di queste filosofie di vita deve prima o poi confrontarsi col fatto che la vita stessa si basa su una catena in cui la nascita e la crescita di ogni essere si basa sulla morte di qualcun altro. Conforti ha la capacità, ben rara in un autore al suo primo romanzo, di prendere un tema così ricco di implicazioni e svilupparlo fino alle estreme conseguenze, senza alcun didascalismo, ma con un equilibrio che suscita continue domande al lettore.

Il tutto attraverso una trama solida che svela a poco a poco le sue carte, passando senza scossoni da uno scenario ristretto a quello di una catastrofe planetaria, mantenendo desta l’attenzione fino alla fine; e attraverso un’ambientazione futuribile coerente e credibile sia dal punto di vista scientifico e tecnologico che da quello politico. Conforti usa una tecnica che apprezzo molto, quella di mettere in primo piano un personaggio tutto sommato minore per parlare della vicenda molto più grande che si svolge sullo sfondo. Tuttavia, se una critica si può fare al romanzo, è l’unicità del personaggio cui è affidato questo punto di vista. John Smith è una militare addestrata a mettere gli ordini al di sopra dei sentimenti, e nel corso della vicenda ha contatti quasi esclusivamente con persone come lei. Questo rende l’opera un po’ “monocromatica”: l’utilizzo, anche episodico, di qualche punto di vista differente, a mio avviso, l’avrebbe resa più definita, avrebbe chiarito meglio alcuni passaggi, e avrebbe permesso al lettore di immergersi di più nell’ambientazione.

Nondimeno un’opera riuscita, che mostra come le nuove leve della fantascienza italiana possano puntare molto in alto.

Recensione di I tarocchi quantistici | BlogGraphe

Sul blog della casa editrice Graphe è comparsa una recensione a I tarocchi quantistici, di Lukha B. Kremo. Eccovi un estratto:

Il libro I tarocchi quantistici si articola in diverse parti. Nella prefazione abbiamo la spiegazione di diverse teorie scientifiche, filosofiche e psicologiche connesse ai Tarocchi. Successivamente abbiamo una parte dove i Tarocchi quantistici vengono abbinati a quelli classici. Infine, viene spiegato come poter interpretare questi Tarocchi quantistici, nonostante la premessa che il metodo di lettura sia soggettivo e personalizzabile.

A questo punto inizia la parte in cui viene spiegato il significato di ciascuna carta, con disegno relativo (utile se avete acquistato l’eBook in quanto qui non è presente il mazzo di Tarocchi che, invece, è allegato alla versione cartacea).

Se amate i Tarocchi e volete un mazzo diverso dal solito, allora questo volume fa per voi. Devo dire che le carte sono disegnate molto bene e hanno un certo retrogusto fantasy che potrebbe piacere anche agli amanti del genere. È adatto anche a chi ama il pensiero alternativo, la divinazione e l’esoterismo.

La quarta

Questo manuale affonda le sue origini nel tempo immemore dei secoli andati, ha in sé un metodo antico d’indagine del reale che, come l’ourobros, si unisce all’estremo futuro postulato dalle attuali misure della realtà, che sono basate sulle inesattezze scientifiche non garantite dalle discipline caotiche e quantistiche, baluardi dell’insondabile grazie a teoremi che fanno dell’indeterminazione la propria bandiera.
Ovviamente, di quelle scienze esatte e quindi immaginarie qui non c’è nulla, e quale metodo migliore esiste per comprendere cosa siamo se non quello di coniugare l’estremo antico e l’estremo futuro in un cortocircuito che annulla il tempo stesso, lasciando così trasparire l’inesistenza delle dimensioni in cui galleggia soltanto l’energia, cioè noi stessi, ciò che siamo e quello che ci accade, per lasciarci interpretare istintivamente, come se fossimo indefinite particelle quantiche, la nostra stessa esistenza e ciò che ci è intorno?

L’autore

Lukha B. Kremo è autore di fantascienza, insegnante, mail-artista e musicista non professionista, ha vinto il Premio Urania con Pulphagus®, pubblicato nel 2016 con Mondadori.

La collana eXoth

eXoth è la collana di Kipple Officina Libraria dedicata agli studi del mondo esoterico e dell’occulto. Un contenitore di eccellenze filosofiche e medianiche, di esperimenti e astrazioni che spostano continuamente il confine del Reale e del Possibile. È l’altro lato delle nuove scienze Fisiche applicate alle antichissime scuole mistiche, in cui ogni aspetto della vita assume sembianze trascendenti e inumane.

Lukha B. Kremo, I Tarocchi Quantistici
Postfazione di Sandro Battisti

Kipple Officina Libraria
Collana eXoth — Formato Digitale — Pag. 103 — 3,99€ – ISBN 978-88-98953-88-2
Collana eXoth — Formato Cartaceo con Tarocchi — Pag. 160 — 25,52€ – ISBN 978-88-98953-89-9

Link:

Scemo chi vota

La giornata d'uno scrutatore

Il diritto di voto, specie per gli elettori più disincantati, rischia spesso di ricadere sotto il cosiddetto paradosso del sorite: il sorite è composto da una moltitudine di granelli, o di chicchi. Ma quando comincia un sorite? Un granello non fa un sorite, due granelli non fanno un sorite, neppure un centinaio o un migliaio di granelli fanno un sorite. Dopo aver accumulato quanti granelli esattamente si può cominciare a parlare di sorite? Quale numero di granelli rappresenta la discriminante tra quello che non è ancora un sorite e quello che finalmente lo è?

L’elettore rinunciatario si sente talvolta come un granello dentro al mucchio: “Che differenza fa che io vada a votare o meno? Non sarà certo quel mio stupido singolo voto in più o in meno a cambiare le regole…” pare di sentirlo giustificarsi tra sé e sé.

Per passare invece dall’aspetto quantitativo a quello qualitativo, sul fronte opposto, in particolare tra coloro che idealizzano l’importanza del proprio voto, si guarda con fastidio, se non addirittura con astio, a una buona fetta dell’elettorato che gode del diritto di votare al loro pari: “E questi votano!” è un commento ricorrente sui social, usato per stigmatizzare le infelici uscite di qualche utente cui piacerebbe levare quel diritto (che il collegio dei padri costituenti ebbe a suo tempo la bontà di assegnargli) per manifesta inadeguatezza, che sia di ordine psichico, morale, culturale etc.

C’è un libro che parte proprio da questo, ossia da ciò che rappresenta forse il primo fondamento di ogni democrazia moderno, così di frequente messo in discussione: il suffragio universale, il diritto al voto per tutti i cittadini maggiorenni, senza distinzione. Un diritto che si estende sino a risacche umane talora impensabili per l’elettore bempensante.

In queste pagine chiamati a esprimere le loro preferenze politiche sono infatti i degenti della Piccola Casa della Divina Provvidenza di Torino, conosciuta popolarmente come Cottolengo (per antonomasia, dal cognome del santo fondatore). Ricettacolo di mostri, deformi, subnormali abbandonati dalle famiglia alla nascita e cresciuti là dentro, senza mai mettere piede fuori da quelle mura. Infelici segregati tutta vita in una pietosa clausura, cui tuttavia viene saltuariamente concesso di partecipare, attraverso quella crocetta, alla vita pubblica.

La giornata di uno scrutatore è un libercolo che conta meno di una cinquantina di pagina. Calvino ci faticò tuttavia una decina d’anni per portarlo a termine.

Testimonia un passaggio esistenziale, oltreché politico, nella vita dell’autore: la finale disillusione verso gli ideali comunisti fino ad allora abbracciati acriticamente e l’abbraccio di una nuova forma di umanesimo, privata e personale.

Già il nome del protagonista suona come un crittogramma: dietro Amerigo è facile vederci nascosto proprio lui, l’italo-cubano Italo Calvino, (nato vicino all’Avana, figlio di un agronomo sanremese trasferitosi lì per lavoro).

La storia è tutto sommato semplice: si riduce alla cronaca lineare del periodo di permanenza presso l’istituto religioso, occorso per lo svolgimento del seggio che Amerigo, rappresentante PCI, è chiamato a scrutinare: «Costretto per un giorno della sua vita a tener conto di quanto è estesa quella che vien detta la miseria della natura.»

Quella mostrata da Calvino è una democrazia non già periclea e trionfale, bensì scarna e spicciola e in questo, nella visione dell’Amerigo-Italo, pienamente antifascista, ossia contro ogni forma di inutile, vuota retorica. La democrazia che pretende la partecipazione del cittadino, anche quello più umile, anche quello più disgraziato. A rischio di spingersi nel parossismo, richiamando all’espressione della propria preferenza elettorale l’idiota, il deforme, l’altrimenti escluso, con tutte le storielle amaramente gustose che vi fioriscono intorno: «l’elettore che s’era mangiato la scheda, quello che a trovarsi tra le pareti della cabina con in mano quel pezzo di carta s’era creduto alla latrina e aveva fatto i suoi bisogni, o la fila dei deficienti più capaci d’apprendere, che entravano ripetendo in coro il numero della lista e il nome del candidato: “Un due tre, Quadrello! un due tre, Quadrello!”»

La fugace esperienza presso l’ospizio dei mostri opererà però ben presto un rapido disincanto nell’animo dello scrutinatore, sia a livello politico, fornendogli un efficace parallelismo tra lo sviluppo deteriore della democrazia e lo spostamento dell’istituzione del Cottolengo, dall’iniziale sincerità pietosa all’attuale assistenza sovvenzionata, sia su un piano gnoseologico, scardinando con facilità il positivismo e l’approccio razional-materialistico dell’intellettuale di sinistra. Il sempre citato gnommero, di matrice gaddiano-ingravallesco, in cui la realtà consisterebbe, destabilizza qui a più riprese anche le certezze logiche dello stesso Calvino (lo scrittore anti-gaddiano per eccellenza): «Ad Amerigo la complessità delle cose alle volte pareva un sovrapporsi di strati nettamente separabili, come le foglie d’un carciofo, alle volte invece un agglutinamento di significati, una pasta collosa.»

Ma dei tanti spunti forniti dalle non molte ma concettose pagine del libro, neanche a dirlo quello che più interessa la presente rubrica è proprio la descrizione dei «tanti infelici, i minorati, i deficienti, i deformi, giù giù fino alle creature nascoste che non si permette a nessuno di vedere.»

Gli «abitatori d’un mondo nascosto», come ha modo di definirli, romanticamente, l’autore. Freaks che, se altrove (in Europa e nel Nuovo Mondo) venivano da sempre esibiti in pubbliche piazze, fiere, circhi e show appositamente concepiti, sfruttati sì, ma con la possibilità di ritagliarsi un loro spazio sociale ed economico, in Italia, più specificamente nella porzione di territorio che si estende intorno alla Divina Provvidenza, ci si sbrigava invece a recludere in una detenzione che facesse scontare loro la pena di essere nati diversi: «era il segreto delle famiglie e dei paesi, era anche (ma non solo) la campagna povera col suo sangue avvilito, i suoi connubi incestuosi nel buio delle stalle, il Piemonte disperato che sempre stringe dappresso il Piemonte efficiente e rigoroso, era anche (ma non solo) la fine delle razze quando nel plasma si tirano le somme di tutti i mali dimenticati d’ignoti predecessori, la lue taciuta come una colpa, l’ubriachezza solo paradiso (ma non solo, ma non solo), era il rischio d’uno sbaglio che la materia di cui è fatta la specie umana corre ogni volta che si riproduce, il rischio (prevedibile del resto in base al calcolo delle probabilità come nei giochi di fortuna) che si moltiplica per il numero delle insidie nuove, i virus, i veleni, le radiazioni dell’uranio… il caso che governa la generazione umana che si dice umana proprio perché avviene a caso…»

I freaks come minaccia religiosa, morale, sociale e dunque anche politica per il buon borghese, come pure per il proletario, il contadino, il poveraccio in buona salute che rintracciano in loro lo stigma di una colpa ancestrale, innata, atavica, impossibile da annullare con i mezzi immanenti delle riforme pubbliche o assistenziali.

Il mondo dei freaks è un mondo a sé, un mondo perduto, su cui mai potrà splendere il sol dell’avvenire. «Siamo in India. È l’India, è l’India», congettura a un certo punto tra sé Amerigo a proposito del Cottolengo e della sua gestione etica. Quell’India che già Carlo Marx ebbe modo di definire “fuori dalla storia”, e che per Amerigo diventa la metafora geografica di ciò che altri avrebbe potuto indicare, invece temporalmente, come un Medioevo: un’epoca insomma, o un luogo, impermeabili alle istanze progressiste, legati alla parte più riposta, arcaica, superstiziosa e invincibile del nostro animo (e della nostra cultura), pur convivendo con gli storicismi anche più entusiasti e affiancandoli, magari di soppiatto.

Un mondo che è tale secondo gli standard antropici, ma, ancor prima, a causa delle regole biologiche dei caratteri predominanti. E proprio per questo crea scandalo: per la sua ineluttabilità. È la natura capricciosa ad averli fatti venire al mondo così. Che cosa ci si può fare? I progressi scientifici, certo, possono scongiurarne la nascita, ma ciò, oltre a essere una pericolosa via verso l’eugenetica, vale come approccio a priori che nulla cambia rispetto al confronto con chi freak ormai è nato e ci è costretto a vivere.

C’è un passaggio degno della miglior fantascienza, propria degli anni della Guerra Fredda, in cui Calvino immagina che l’intero consorzio umano possa, entro un prossimo futuro, trasformarsi in un enorme Cottolengo, a seguito magari di una catastrofe nucleare: «Un mondo, il Cottolengo, – pensava Amerigo, – che potrebbe essere il solo mondo al mondo se l’evoluzione della specie umana avesse reagito diversamente a qualche cataclisma preistorico o a qualche pestilenza… Oggi, chi potrebbe parlare di minorati, di idioti, di deformi, in un mondo interamente deforme? (…) Una via che ancora l’evoluzione potrebbe prendere, rifletteva Amerigo, se è vero che le radiazioni atomiche agiscono sulle cellule che racchiudono i caratteri della specie. E il mondo potrà venir popolato da generazioni d’esseri umani che per noi sarebbero stati mostri, ma che per loro stessi saranno esseri umani nel solo modo in cui si potrà essere umani. (…) Se il solo mondo al mondo fosse il Cottolengo, pensava Amerigo, senza un mondo di fuori che, per esercitare la sua carità, lo sovrasta e schiaccia e umilia, forse anche questo mondo potrebbe diventare una società, iniziare una sua storia.»

Questo esperimento mentale aiuta, tra l’altro, a mostrare l’effettiva sottigliezza di quei muri divisori alzati allo scopo di separare loro, i freaks, da noi normodotati: «Già il confine tra gli uomini del Cottolengo e i sani era incerto: cos’abbiamo noi più di loro? Arti un po’ meglio finiti, un po’ più di proporzione nell’aspetto, capacità di coordinare un po’ meglio le sensazioni in pensieri… poca cosa rispetto al molto che né noi né loro si riesce a fare e sapere… poca cosa per la presunzione di costruire noi la nostra storia.»

Eppure questo mondo altro, rinchiuso, segregato – come dicevamo – viene chiamato con puntualità a esprimersi su chi debba governare quell’altro mondo, quello esterno, quello dei normali che non vogliono vedere i freaks e li relegano lì dentro. Non per dar loro una qualche importanza: per convenienza semmai, come traspare dalle parole di Calvino, sapendo che il voto di quei sempliciotti viene palesemente pilotato dalle religiose che li curano e sorvegliano (in che direzione, nell’Italia del Pentapartito, è facile comprenderlo).

La processione verso le urne diventa una sfilata di fenomeni da baraccone vividamente illustrati fin nei minimi particolari: «Sulla porta apparve una donnetta, bassa bassa, seduta su uno sgabello; ossia, non propriamente seduta, perché non posava le gambe per terra, né le penzolava, né le teneva ripiegate. Non c’erano, le gambe. (…) La donnetta cominciò ad avanzare, ossia spingeva avanti una spalla e un’anca e il panchetto si spostava di sbieco da quella parte, e poi spingeva l’altra spalla e l’altra anca, e il panchetto descriveva un altro quarto di giro di compasso, e così saldata al suo panchetto arrancava per la lunga sala verso il tavolo, protendendo il certificato elettorale.»

Oltre alla donna senza gambe, appaiono il ragazzo-pianta-pesce, il gigante con una smisurata testa da neonato tenuta ferma da una struttura di cuscini, il deficiente paralitico cui l’anziano padre dal bordo del letto schiaccia delle mandorle con cui lo imbocca, scemi inerti dai volti violacei e gli occhi strabuzzati e assenti, il tronco umano, le nane, le gigantesse, la grassona. Tutti quanti costretti al voto: anche qualora fisicamente impossibilitati, vengono assistiti da una monachella che vota al posto loro.

L’incontro tra l’onorevole democristiano giunto in visita e un nano ritardato che cerca invano di richiamarne l’attenzione è l’occasione per un dubbio che prende ad attanagliare la coscienza del protagonista, forzandone il preliminare atteggiamento di distacco: «Qual è il giudizio, si domandava Amerigo, che un mondo escluso dal giudizio dà di noi?»

E dopo l’iniziale parere negativo rispetto alla legittimità di un voto espresso da gente in tali condizioni, gli viene da pensare che il loro voto possa diventare in realtà una sorta di rivalsa verso il mondo e i poteri che lo reggono e che decidono quale siano la norma e i canoni e chi ne debba essere estromesso. Un voto a suo modo rivoluzionario, forse il più rivoluzionario di tutti i voti, perché formulato dai più reietti di tutti, considerati al di sotto dei proletari, ancor più sotto del sottoproletariato, in una categoria umana la cui esclusione non è neppure più sociale ma biologica.

In quel voto (preso come puro gesto piuttosto che nel suo valore elettorale) Amerigo sembra intravedere la possibilità di una sollevazione che va al di là della lotta di classe, che non si limita, pur idealmente, a sovvertire le iniquità messe in atto dall’uomo, bensì addirittura quelle disposte da elementi naturali e da forze metafisiche.

Recensione a “Carnivori” (2017), di Franci Conforti | Andromeda – Rivista di fantascienza

Su AndromedaSF è uscita una bella recensione a Carnivori, romanzo Premio Kipple 2017 di Franci Conforti, a opera di Elena Di Fazio. Eccone uno stralcio:

L’autrice ha scelto un tema potenzialmente esplosivo e lo ha fatto non solo con grande coraggio, ma con molta delicatezza, senza pregiudizi, valutando le conseguenze di diverse scelte e proiettandole in un’ottica fantascientifica. Questo aspetto impreziosisce il testo, che non diventa un semplice romanzo a tesi, ma un incessante punto interrogativo; un’esplorazione letteraria, ma anche etica, dell’”abisso” menzionato dall’autrice nella riflessione che apre il romanzo. Non si deve, insomma, concordare o meno sul concetto di base per apprezzare “Carnivori” (per dire, l’autrice e io la pensiamo in modo opposto); bisogna lasciarsi andare alla fantascienza e alla sua capacità di sondare il possibile senza dare facili risposte.

Da un punto di vista tecnico è un ottimo romanzo, dalla prosa pulita ed evocativa, capace di tratteggiare con cura la psicologia della protagonista e di sorprendere il lettore con sequenze dinamiche e ricche di suspense.

Insomma, brava a Franci Conforti che ha portato un tema importante nella fantascienza italiana contemporanea, e ha prodotto un’opera profonda e godibile da ogni punto di vista; e complimenti anche a Kipple Officina Libraria per aver premiato il testo, sicuramente un tassello significativo nel loro catalogo.

Sinossi

Squarci di un futuro incipiente e distopico balenano sullo sfondo di questo romanzo vincitore del Premio Kipple 2017. Franci Conforti, già vincitrice del Premio Odissea 2016, con Carnivori disegna a tinte rapide e decise un mondo in disgregazione, con l’esercito degli States che ancora è in grado di essere coeso ma è scosso dalla insubordinazione per il timore di cadere nella logica inumana delle IA o, peggio ancora, di una inespressa minaccia aliena.
Personaggio principale di questo romanzo è John Smith, soldatessa coriacea ma perfettamente femminile nelle sue debolezze antierotiche, che si trova ad affrontare un percorso di riabilitazione nell’esercito e per questo non esita a mettersi completamente in gioco e a correre rischi deleteri, in un rincorrersi di fatti che affondano la loro origine in esperimenti di sconvolgente innovazione aliena.
Quale futuro aspetta l’umanità, quindi? C’è ancora speranza per un futuro radioso e che sia libero, magari, dalla necessità di uccidere per nutrirsi? Come potrà essere contenuto o respinto l’inumano?
Nulla nella scrittura della Conforti si presta alla banalità: la soluzione dell’enigma proposto nel romanzo è ineccepibile, eppure risulta imprevista, l’unica fine possibile che non sia ascrivibile al dominio delle banalità o di facili sentimenti. È il romanzo del 2017: il Premio Kipple si conferma ancora una volta come un valido contest sperimentale ma, al contempo, concreto.

Franci Conforti. Giornalista professionista con una laurea in Scienze biologiche, si è affacciata da poco nel panorama della scrittura d’immaginazione.
Nel 2016 ha vinto il Premio Odissea con Spettri e altre vittime di mia cugina Matilde (Delos Digital) ed è stata tra i finalisti del Premio Urania con il romanzo Stormachine. Il Premio Kipple è il suo secondo importante premio nel campo del fantastico.

Franci Conforti | Carnivori
Copertina di Ksenja Laginja

Kipple Officina Libraria
Collana Avatar — Formato ePub e Mobi — Pag. 210 – € 2.95 — ISBN 978-88-98953-82-0
Collana Avatar — Formato cartaceo — Pag. 208 – € 14.99 — ISBN 978-88-98953-81-3

Link