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La statua a tre gambe

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In anni di lassismo estetico, kitsch imperante, sdoganamento e banalizzazione di qualsivoglia eccezionalità a fini bassamente tele-promozionali come questi, ebbene, una recentissima notizia, espunta dai giornali di questi giorni, ci riconferma come il freak sia ormai l’unica figura rimasta ancora capace di risvegliare il famigerato “comune senso del pudore”. Chi, in controtendenza con la progressiva quanto rapida estinzione della classe media, riesca ancora a épater le bourgeois (quest’ultimo ormai inteso più come categoria morale e identitaria che socio-economica).

Anche quando il freak in questione non si presenta in carne, ossa e annesse deformità, bensì… in effigie.

Riassumendo, i fatti sono i seguenti: in questi giorni a Rosolini, comune del siracusano, è stata scoperta una statua che vuole commemorare il suo figlio più celebre, Frank Lentini, nato Francesco, dodicesimo figlio di una coppia di braccianti ivi nati e vissuti nella seconda metà del XIX sec.

Frank, in giovane età, avrebbe poi lasciato il paese natio per le Americhe, ove avrebbe presto mietuto immense fortune.

È però il motivo stesso di quella fama, che lo avrebbe accompagnato vita natural durante, a incontrare ancora oggi l’opposizione e il mal celato disgusto degli attuali abitanti di Rosolini, visto che Frank Lentini nacque – il 18 maggio 1899 – dotato di tre gambe: ironia del caso tale e quale alla stessa Trinacria dalla testa di gorgone che proprio da Siracusa (provincia d’origine del nostro Lentini) si era diffusa per l’intera isola siciliana, divenendone infine il simbolo identificativo, dopo che Agatocle, nel III sec. a.C., l’aveva scelta quale incisione centrale sulle monete battute dalla tirannide da lui retta.

Oltre alle gambe, il piccolo Francesco era venuto alla luce con diverse altre parti del corpo in soprannumero: quattro piedi (il quarto gli spuntava, solitario, dal mezzo di una delle gambe), ventisei dita complessive e persino due peni, «ambedue funzionanti» tengono a rimarcare gli accertamenti medici del tempo. Tutto ciò a causa di un gemello parassita le cui uniche parti formate, allo stadio embrionale, erano state incapsulate dall’omozigote vivo.

Si dice che la levatrice, dopo aver portato a termine un po’ po’ di parto tetrapodalico come questo, si fosse a tal punto sgomentata, alla vista del mostruoso nuovo nato, da sbrigarsi a nasconderne il corpicino sotto il letto, per poi fuggire a gambe levate (ahilei, solo due, nel suo caso). Fatto salvo l’esordio, anche la crescita del povero mostriciattolo entro il piccolo borgo non dové rivelarsi meno difficile. Quell’aspetto non comune ad ogni modo gli valse, presso i compaesani, il bell’appellativo di u meravigghiùsu, che sembra competere quanto a potere evocativo con il soprannome di Stupor mundi precedentemente conferito a un altro celebre siciliano (d’adozione).

La chirurgia del tempo non era in grado di alleggerire il ragazzino degli organi pleonastici del gemello, né (in mancanza di un’assistenza sanitaria adeguata) i due contadini, e genitori seriali, avrebbero mai potuto permettersi di pagare un intervento del genere.

Nel frattempo la futura star Frank Lentini aveva imparato a gestire al meglio la gamba in eccesso: la usava per palleggiare durante le partitelle di calcio, ci sapeva pattinare, saltare la corda e andare in bicicletta. Di se stesso affermava: «Sono l’unica persona al mondo a potersi sedere senza bisogno di una sedia,» usando la gamba in più come appoggio.

Emigrato ancora in età prepuberale negli Stati Uniti, laddove gli arretrati compatrioti non avevano scorto altro che una maledizione divina, i capitalisti locali ci videro sin da subito una gallina dalle uova d’oro, introducendolo di prepotenza nel rutilante mondo dello show business.

Frankie, The three legged man, arricchì e prosperò in breve tempo esibendosi per i circhi di Barnum e di Buffalo Bill. Trovò moglie, ebbe figli (tutti bipedi) e si spense nel più quieto pensionamento, in una villetta a schiera con giardino, di quelle che contraddistinguevano la middle class americana.

Ora, a più di mezzo secolo dalla morte, Lentini torna al suo paese d’origine, sebbene sotto forma di statua, che lo ritrae nudo in tutta la sua spudoratezza teratologica (proprio come in certi dagherrotipi d’epoca per cui u meravigghiusu, uomo di spirito ci raccontano le cronache, aveva posato volentieri).

Non ci si crederà, ma gli odierni abitanti di Rosolini, nel vedersi davanti una tale scultura, hanno immediatamente gridato allo scandalo, invocandone seduta stante la rimozione. Troppo mostruoso anche per la sensibilità corrente. E ora non si sa che farne. Il Frank Lentini marmoreo al momento è stato accantonato nel fondo di qualche magazzino municipale, quasi si trattasse di un Cottolengo da arte plastica, in attesa di deciderne una collocazione che non si ripromette facile a trovarsi.

E dire che Frank, ancora in vita, aveva già fatto ritorno presso il paesino che lo aveva visto nascere: allora, forse anche entusiasmati dai dollari che l’illustre rosolinese portava con sé, i compaesani lo accolsero festanti indossando in suo onore pantaloni a tre gambe.

Di lui resta memorabile un motto che per l’occasione calza a pennello: «Voi ridete di me perché sono un diverso, io invece rido di voi perché siete tutti uguali.»

Un motto che peraltro, ad ascoltare bene, si può sentir riecheggiare in tutte le pagine del romanzo FREAKSHOW, Kipple Edizioni, che potrete comodamente ordinare o scaricare cliccando qui!

Farewell, Mister Phineas! And thank you so much.

Un comunicato ufficiale uscito in questi giorni avvisa della chiusura definitiva entro il mese di maggio del Circo Barnum, dopo un secolo e mezzo di attività.

La notizia ha goduto di un certo clamore di stampa e media più che per il merito dei contenuti per il nome altisonante di riferimento, assurto ormai ad antonomasia (Barnum, quale sinonimo di accozzaglia, o giustapposizione di cose ed eventi è stato addirittura adottato per la propria rubrica settimanale, curata sulle pagine di un quotidiano nazionale da uno scrittore che più di ogni altro ci appare distante dal capostipite dei circensi in questione: Alessandro Baricco).

Ma quelle che chiudono i battenti (accusando come il resto della concorrenza la drastica diminuzione dell’interesse collettivo verso questo genere di spettacolo, associato ai crescenti costi di manutenzione e allo spinoso problema del trattamento degli animali inseriti in cartellone) sono più che altro le remote vestigia dell’originale invenzione ottocentesca di Phineas Taylor Barnum.

Il sedicente “re dei farabutti”, nativo del Connecticut (e lì spirato, durante il ritiro privato giunto al termine di ripetuti giri del mondo che avrebbero fatto impallidire quel pivellino del suo quasi omonimo e coevo verniano Phileas Fogg), in gioventù era stato prima commerciante, quindi pubblicista. Combinando idealmente le due professionalità, ne aveva inventato una terza, grandiosa e innovativa, al passo con quella neonata superpotenza in vertiginosa espansione che erano gli Stati Uniti d’America: emulando parzialmente i circhi equestri già in attività da almeno un secolo e fioriti inizialmente nel Vecchio Mondo, e incrociandone le prospettive con quelle dei musei di antichità e le “stanze delle meraviglie” di epoca sei-settecentesca, Barnum fondò l’American Museum, ossia un enorme teatro stabile (che solo in un secondo momento avrebbe conosciuto la versione itinerante) pieno di oggetti, personaggi, esibizioni ed esemplari eccentrici e al limite con l’inverosimile.

Al contrario dei musei classici quello di Barnum voleva lucrare su quanto esposto (e qui risiedeva la sua anima commerciale), ma c’è anche da dire che il suo non si limitava a essere un museo pubblico come tutti gli altri, bensì popolare: la sua verve da imbonitore fuoriclasse gli permetteva infatti di adescare infinite frotte di gente in un incessante viavai, nonostante la bontà della “merce” esposta non fosse sempre accertata.

Tutto era partito dalla compravendita di una vecchia schiava negra, che Barnum spacciava per la ultracentenaria balia di George Washington. Altro suo pezzo passato alla storia della pubblicità fraudolenta, appaiata al miglior millantato credito, è “L’Autentica sirena di Feejee”: un ibrido incartapecorito che si scoprì poi essere, in realtà, un posticcio ottenuto dall’incollaggio di una coda di pesce sotto il busto di una scimmia. E poi l’elefante più grande al mondo Jumbo (altra antonomasia tuttora in uso in area anglofona per indicare qualsiasi prodotto di taglia extralarge), il generale Tom Thumb (un nanerottolo che non superò mai i 65 cm d’altezza e che Barnum portò in visita a tutte le più eminenti corti del tempo), Buffalo Bill e Toro Seduto (che, sotterrata l’ascia di guerra e messisi in comuni affari, furono scritturati per una fruttuosa tournée che toccò l’intero Occidente) e soprattutto, cioè quel che a noi qui più preme… i freaks!

Fu il primo a restituire loro la piena dignità, dal bambino peloso ai microcefali, fino ad arrivare a ermafroditi e focomelici, facendone artisti pagati (in alcuni casi anche profumatamente), anziché storpi da denigrare o da impiegare come oggetti di impietoso studio all’interno dei gabinetti medici.

Quello che immaginiamo muovesse il grand’uomo era lo spirito del fanciullino che ancora doveva albergare in fondo a quel suo robusto fisico da impresario nordamericano, capace di stupirsi e arrossire a bocca aperta di fronte alle continue stranezze che l’universo mondo ci offre a ogni piè sospinto, a patto che lo si rimiri col giusto paio d’occhi. Un’attitudine alla meraviglia che riusciva a trasmettere all’intero pubblico pagante e che crediamo lo animasse ancor più e ancor prima di una losca e dozzinale avidità.

La chiusura del Barnum, sotto tale luce, è forse un segno dei tempi? Testimonia un’epoca non più capace di trarre ispirazione e meraviglia da ciò che la circonda? (E la meraviglia, ricordiamocelo, è il punto di partenza di ogni pensamento, come ci insegna Aristotele). Oppure, più semplicemente, uno spettacolo del genere è divenuto superfluo, atteso che viviamo in tempi in cui nulla è più insolito, visto che tutto e tutti sono ormai continuamente accessibili (purché si possegga una adsl sufficientemente supportata)? Certo è che nel regno di quel vecchio cialtrone di Phineas non era banalmente l’ammasso di bizzarrie a costituirne lo spettacolo, ma la sapiente, ispirata, fanciullesca regia che c’era dietro…

(Se poi vi va di conoscere un erede futuribile di Barnum, beh, cliccate qua sopra per essere prontamente indirizzati)