Intervista al Collettivo Italiano Fantascienza

Un benvenuto al CIF, Collettivo Italiano Fantascienza, sulle pagine virtuali di Kipple. Come nasce e che cosa è esattamente il CIF?

Simonetta Olivo: Nell’agosto del 2017, quando ho scoperto con mia gran sorpresa di essere finalista per il Premio Urania Short, ho avuto la fortunata idea di contattare gli altri autori arrivati in finale e di proporre loro uno spazio virtuale dove potersi conoscere prima della proclamazione del vincitore. Abbiamo cominciato a scambiarci visioni, opinioni e racconti, ed è stato subito chiaro che se fossimo riusciti a uscire da un’ottica competitiva quell’incontro poteva diventare un valore. Nell’ottobre del 2017 molti di noi si sono incontrati di persona alla manifestazione Stranimondi a Milano, sede della premiazione. Lo scambio a distanza era stato così intenso e sincero che quell’incontro, per alcuni, è stato come fra amici di vecchia data. Così la proclamazione della vincitrice Linda De Santi è divenuta un’occasione di festa per tutti, sfociata in una cena in cui abbiamo cominciato a parlare di progettualità. Via dalle intense giornate milanesi il gruppo ha continuato a condividere idee e materiali, finché una sera Linda mi ha chiesto che cosa ne pensassi di proporre agli altri membri del gruppo la scrittura di un’antologia di racconti. Alla proposta, il momento forse più emozionante di questo lavoro: un coro di sì. Del gruppo e del progetto si è appassionato anche Piero Schiavo Campo, rapito dal Collettivo e non più liberato dopo un giro di antichi caffè e bettole a Trieste, città che accoglie ben quattro membri del gruppo, fra cui l’ultima acquisizione, Roberto Furlani, acquisito dopo tre giorni di intensa partecipazione alle nostre attività nell’ambito dell’ultimo ritrovo a Stranimondi, secondo il detto del nostro Lorenzo Davia, che “per entrare nel CIF bisogna aver pascolato le vacche assieme”, a sottolineare che si tratta di un gruppo di persone con legami di amicizia e fiducia. La caratteristica principale del gruppo è l’approccio fortemente cooperativo, a fronte di un mondo spesso mosso dalla competizione. I dieci racconti della nostra antologia Atterraggio in Italia sono stati letti e revisionati da ognuno degli autori, con uno spirito di collaborazione e attenzione reciproca che ancora oggi non smette di sorprenderci.
Ci siamo dati il nome di Collettivo Italiano Fantascienza per mettere l’accento proprio sull’idea cooperativa che ci ispira e sullo scenario culturale in cui ci muoviamo – quello della fantascienza italiana. Non si tratta quindi di una prospettiva di identità nazionale: uno di noi, Roberto Bommarito, è ad esempio cittadino di Malta, nuovi membri potrebbero provenire da ogni Paese del mondo e scrivere anche in lingue diverse dall’italiano. Il logo che abbiamo scelto, opera del grafico Lorenzo Nicoletti,vuole rappresentare l’entanglement quantistico, per affinità con il concetto che esprime: pur nella distanza fisica fra i membri del Collettivo, esistono un’influenza reciproca e un contatto umano che va oltre il quotidiano visibile.

È possibile partecipare alle attività del CIF?

Emiliano Moramonte: Al momento no. Stiamo valutando le linee d’azione per aprire, in un prossimo futuro, a una possibile collaborazione con altri autori. Attualmente il Collettivo sta definendo una propria impostazione progettuale e lo farà attraverso iniziative legate al gruppo originario degli autori che lo hanno fondato. Ma sia ben chiaro: il CIF non è un clan, né una setta e neanche un club esclusivo, bensì un laboratorio letterario, o più semplicemente, un gruppo di persone che hanno deciso di crescere insieme nella comune passione per la scrittura, attraverso un bellissimo rapporto d’amicizia e collaborazione. Ovviamente tutto ciò richiede un tempo “tecnico” per maturare, ragion per cui, abbiamo deciso di accogliere (ove esistano le condizioni), non più di un nuovo membro all’anno.

Il primo progetto del CIF si chiama “Atterraggio in Italia.” Di cosa si tratta?

Linda De Santi: “Atterraggio in Italia è un’antologia di racconti di fantascienza, e, come si evince dal titolo, la sua caratteristica principale è proprio quella di avere un’ambientazione italiana. Le storie di questa raccolta si pongono come sfida quella di far diventare l’Italia un palcoscenico su cui si svolgono eventi fantascientifici, sfruttando le possibilità offerte da un paese come il nostro, dalle sue caratteristiche geografiche, culturali, sociali. Naturalmente, la cosa non implica nazionalismi di nessun tipo: lo spirito che ha animato la stesura dei 10 racconti della raccolta è stato quello di scrivere fantascienza italiana con una propria identità e “caratteristiche” definite (quindi anche la sua multiculturalità), indipendentemente dal fatto che gli autori siano italiani (ad esempio Roberto Bommarito è per metà maltese). L’origine del titolo della raccolta è abbastanza chiara: “i dischi volanti non atterrano a Lucca” è una frase ricorrente nella storia della fantascienza in Italia. Riprendendo questa metafora, in questa raccolta di ufo ne abbiamo fatti atterrare tanti: a Trieste, Roma, Pisa, Belluno e in tantissimi altri luoghi…

Di cosa parlano i racconti contenuti nella raccolta “Atterraggio in Italia”?

Fabio Aloiso: I racconti solleticano tematiche care alla fantascienza e allo stesso tempo guardano oltre, ognuno con un’interpretazione originale del futuro che ci attende, sia esso domani o tra centinaia di anni.
Il filo comune che li lega è l’ambientazione italiana. È più di un palcoscenico: ne impregna i personaggi e le vicende.
Andiamo più in dettaglio:

Piero Schiavo Campo è protagonista di un’inaspettata gita fuoriporta con destinazione Campaldino.
Alessandro Napolitano e Roberto Bommarito dipingono un’Italia depredata delle sue bellezze.
Lorenzo Davia trascina il lettore in un videogame ambientato nell’antica città di Trieste.
Simonetta Olivo racconta del rapporto tra una psicologa di Trieste e un robot semi-umano capace perfino di sognare.
Dario Giardi ambienta a Calcata un futuro di piombo dove è negata la libertà di sognare.
Fabio Aloisio rende Trieste lo sfondo di un mondo bizzarro in cui la plastica ha preso il sopravvento sui mari.
Linda De Santi racconta la giornata storta di un’artista di strada di Pisa.
Emiliano Maramonte trasforma Castel del Monte nello scenario di un rocambolesco attacco allo spazio-tempo.
Enrico Lotti si occupa di una famiglia di Milano alle prese con un sistema di domotica di ultima generazione.
Damiano Lotto segue il caso di un poliziotto invischiato tra un gruppetto di ragazzine e la Megastruttura di Belluno.

Dieci racconti di respiro nostrano capaci di intrattenere, fare riflettere ed emozionare.
Insomma, dieci visioni insolite del pianeta Italia.

Quali sono state le difficoltà più grandi che si sono dovute affrontare nella realizzazione della raccolta?

Enrico Lotti: Forse il momento più complicato è stato l’avvio. Per qualche tempo abbiamo dibattuto su come dovesse essere l’antologia: con un tema forte e vincolante? Oppure, all’opposto, una serie di racconti totalmente liberi? Per esempio, si era considerato di scrivere una serie di racconti tutti basati sull’idea di uno sbarco alieno nel nostro paese. Probabilmente, ognuno di noi aveva la sua idea di come dovesse essere l’antologia, e non solo il proprio racconto. Confrontandoci, limando, vedendo e rivedendo, si è giunti all’impostazione definitiva. Poi, immagino ci siano state mille piccole difficoltà individuali: a volte, i suggerimenti e le impressioni di lettura dei colleghi davano ulteriori dubbi, e non certezze. Sarebbe stato più facile se avessimo deciso di avere un curatore onnipotente, con diritti “assoluti”, o quasi. Però questa, in un certo senso, era una delle regole del gioco: abbiamo deciso di avere un’impostazione non gerarchica, scegliendo di mantenere ciascuno la propria individualità e il diritto di difendere le proprie scelte.

Tre aggettivi per descrivere “Atterraggio in Italia.”

Alessandro Napolitano: Coraggiosa, eclettica e “dannatamente futuristica”.

Cosa ne pensate della situazione della fantascienza in Italia?

Piero Schiavo Campo: A giudicare dalle vendite medie si potrebbe pensare che la fantascienza italiana sia in agonia; tuttavia basta fare un salto a Stranimondi per rendersi conto dell’entusiasmo e della voglia di partecipazione che vi regna. Non c’è dubbio che il genere sia ridotto a una nicchia: la maggior parte della gente (anche lettori forti) non sa nemmeno che esiste, e perfino trovare Urania è diventata un’impresa (quando ero ragazzo Urania era diffusa come il mitico Giallo Mondadori, e non c’era edicola di campagna che non lo tenesse). A che cosa si deve questo declino? Personalmente credo che la fantascienza letteraria sia stata uccisa dal cinema. Non è la prima volta che succede: si pensi al genere (letterario) western, annientato dal trionfo del film western all’inizio degli anni ’40. La situazione è paradossale, da diversi punti di vista. Franco Forte, nel presentare Simbionti di Claudio Vastano a Stranimondi 2018, ha fatto notare che Mondadori riceve una notevole quantità di manoscritti fantascientifici, a fronte di un numero esiguo di copie vendute. Come se il genere avesse tanti scrittori quanti lettori. E in effetti un po’ è così: la sensazione diffusa è che noi fantascientisti finiamo col parlarci addosso, esclusivamente tra di noi, e chi è interessato alla fantascienza è, con ottima probabilità, uno scrittore o un potenziale scrittore. Un altro aspetto paradossale è la litigiosità degli addetti ai lavori: anziché fare quadrato per sostenere la fantascienza, in molti casi ci lanciamo in giudizi spietati nei confronti di tutto ciò che non assomiglia esattamente al nostro modo di intenderla. Un terzo aspetto paradossale è legato alla sensazione (non solo mia) che questo declino riguardi solo le vendite, non la qualità complessiva che, viceversa, è in crescita. Quest’ultimo fatto si spiega bene pensando alle finalità di chi scrive. Nessuno scrittore sano di mente si butterebbe nella fantascienza per avere successo e guadagnare dei soldi. Chi lo fa ha in testa altro: la passione per il genere, il gusto dell’idea fulminante (che sia scientifica, fantascientifica, narrativa o letteraria)… Questo ci mette al riparo dal rischio di appiattirci sulle mode del momento, di scrivere per un pubblico vasto sperando nel best seller. In sostanza, vedo la fantascienza (soprattutto in Italia, dove la nicchia è stretta come quei corridoi in cui è impossibile passare in due) come uno straordinario laboratorio dentro a cui si trova di tutto, e da cui finiscono col saltare fuori suggestioni, trovate, ma anche idee forti declinate nei modi più interessanti.

Quali sono gli ostacoli maggiori con cui deve confrontarsi un autore di fantascienza in Italia?

Damiano Lotto: Gli ostacoli maggiori provengono, paradossalmente, dagli stessi autori-lettori. Già il fatto che si parli di fantascienza italiana e non semplicemente di fantascienza la dice lunga. C’è un certo pregiudizio sulle produzioni italiane, che sono viste dai lettori (che, se si guardano le vendite delle pubblicazioni, sembrano essere molto pochi, a fronte di un grande numero invece di scrittori di questo genere, il che è un altro paradosso) come di secondo ordine rispetto a quelle estere. E si parla comunque di appassionati. Perché la fantascienza (notare quel -fanta a inizio parola) ha ancora quella sua etichetta di letteratura di evasione che la relega nei bassifondi del (quasi) “nerdismo”. Farsi leggere è il vero ostacolo: proponendo quindi contenuti originali, tosti e non accontentandosi mai di quello che si fa. Sia a livello di stile che di contenuti.

In che modo sarebbe possibile allargare il numero di lettori italiani di fantascienza?

Roberto Furlani: Non è la più semplice delle imprese, temo. In Italia si legge poco tout court, anche quando non si tratta di fantascienza, e un’inversione di tendenza (assolutamente auspicabile) non mi sembra affatto immediata. Individuo tre possibili vie per attirare lettori.
La prima consiste nella commistione di generi. È un dato di fatto che oggi ci siano generi letterari che hanno più mercato della sf (soprattutto il fantasy) e le ibridazioni potrebbero avere un certo appeal su un pubblico che ha gusti “limitrofi”. Il successo dei romanzi di China Mieville mi sembra confermare la validità di un simile tentativo. La seconda via è quella dell’operazione commerciale che strizzi l’occhio al cinema e alle serie televisive, che contrariamente alla prosa riescono ad avere ancora un notevolissimo riscontro di pubblico, peraltro trasversale. Pubblicare libri che richiamino in qualche modo “Star Wars” o l’ultimo successo fantascientifico di Netflix potrebbe attirare l’interesse di un nutrito numero di appassionati dei due target in questione. Infine si potrebbe arrivare a una maggiore inclusività attraverso la semplificazione tematica, stilistica e contenutistica. Può non piacere come concetto, ma mi pare evidente che abbassando l’asticella si aumenti la platea di coloro che riescono a saltare dall’altra parte.

Come immaginate il futuro della fantascienza?

Lorenzo Davia: Ogni autore ha la sua personale visione di quello che è e di quello che rappresenta la fantascienza, e perciò ognuno ha libertà nel scegliere quale tipo di fantascienza è il più adatto da un lato per spiegare il mondo che ci troveremo ad affrontare nel futuro, dall’altro per esprimere la propria creatività. Ognuno di noi quindi ha delle aspettative e delle speranze diverse su quello che la fantascienza sarà in futuro. Avvertire le persone delle distopiche conseguenze della tecnologia? Infondere ottimismo nel trovare soluzioni ai problemi del futuro? Fornire intrattenimento intelligente? Noi del CIF pensiamo che una realtà sfaccettata come quella della fantascienza non possa chiudersi in una sola formula. Quello sul quale siamo invece tutti d’accordo è sul modo di scrivere fantascienza: come autori del collettivo sottoponiamo continuamente i nostri testi alla spietata revisione dei nostri colleghi, decidiamo assieme quali progetti intraprendere e cresciamo assieme come autori e come esseri umani. Ma soprattutto, evitiamo di impantanarci in dispute e rivalità che troppo hanno fatto male alla maturazione e diffusione del genere in Italia, consapevoli che solo così si potrà portare il genere fuori dal ristretto ghetto nel quale sembra essere finito.

E il futuro del CIF?

Dario Giardi: La creatività, la passione e la magia empatica che si è creata tra di noi, sono il motore del nostro Collettivo. Abbiamo già in cantiere una nuova antologia e tante idee che dovranno solo maturare. L’auspicio è che questa nostra esperienza e tutti i progetti che verranno, possano davvero avvicinare le persone alla fantascienza. Siamo convinti che progettare e immaginare futuri aiuti a comprendere e curare i mali del presente. Questo è il senso profondo e la mission del nostro Collettivo.

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