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Kipple presenta “Il sigillo del dolore”, di Giovanna Repetto, finalista Premio Urania 2017

Il sigillo del dolore di Giovanna Repetto è il romanzo finalista al Premio Urania 2017. In un mondo decaduto e distopico il destino di un soldato, quello di una donna e di un’intera classe dominante s’intrecciano insieme a disegnare il legame tra passato e futuro, in una complessa trama di eventi dove l’amore e la morte sono le uniche carte disponibili, ma anche la posta in gioco. Il volume è disponibile in ebook e cartaceo su www.kipple.it e nei principali store online.

SINOSSI

La distopia non è soltanto la descrizione complessa di un mondo dove la tecnologia e il controllo sociale hanno acquisito un’astrazione soltanto immaginabile dalla nostra società; anche un mondo precedentemente evoluto e ora decaduto, che ha ancora la possibilità di gestire le tecniche di cui si è perso il significato e la capacità di manipolazione, può dare vita a forme di distopia oppressive, in cui chi detiene il potere e la manipolazione delle poche forme tecnologiche ha la possibilità di piegare ai propri voleri intere fasce sociali.
Questo è il concetto su cui Giovanna Repetto ha costruito il suo romanzo Il sigillo del dolore, finalista al Premio Urania 2017, i cui personaggi principali hanno una sensibilità che sfiora l’empatia e l’immedesimazione.

ESTRATTO

— Soldato, dove hai messo il tuo Cilicio?
Era un Superiore molto anziano. Non l’aveva mai visto, ma l’inconfondibile veste purpurea denotava il suo stato. Si era soffermato accanto a lui e lo apostrofava seccamente.
Zaion maledisse la leggerezza con cui aveva scostato la mantellina per chinarsi a bere alla cannella dell’acqua accanto al campo di esercitazione. Farfugliò qualcosa, come a dire che aveva capito e che si sarebbe presto messo in regola. Ma l’altro non era tipo da accontentarsi.
— Ti ho fatto una domanda — ribadì.
Zaion si rese conto di non avere per le mani una scusa buona. Si lasciò prendere dal panico, disse la prima cosa che gli veniva in mente.
— L’ho tolto, mi faceva male.
La peggiore delle risposte possibili, in un ordinamento di cui il dolore rituale era uno dei cardini. Il manrovescio lo colpì con tanta violenza che gli parve di sentir scricchiolare l’articolazione della mandibola. Ebbe l’impulso di portarsi una mano al viso, ma per sua fortuna si trattenne.
— Perdonate — mormorò. — Ho detto una sciocchezza per giustificarmi.
— Allora?
— Io… io l’ho perso.
Il Superiore sottolineò con un silenzio gelido la gravità dell’affermazione. Quando riprese a parlare aveva sul viso una smorfia sprezzante.
— Puzzi ancora di recluta. Sarà necessaria un po’ di esposizione al dolore ordinario per farti capire la differenza.
A un cenno impercettibile delle dita una Sentinella gli comparve accanto. Indossava una tuta nera aderente e il mantello argenteo d’ordinanza. In testa il casco d’argento. Dalla cintura pendevano un manganello e una pistola a ultrasuoni. Il Superiore accennò a Zaion con uno scatto del sopracciglio.
La stanza scomoda — ordinò.
Il militare si mosse per obbedire, ma subito si arrestò indeciso. L’ordine era incompleto.
— Per quanto tempo, signore? — domandò con cautela.
— Fino a nuovo ordine.
Era stato perentorio e si allontanò senza prendersi la briga di verificare che l’ordine andasse a buon fine. Ebbe cura però di sollevare il mantello sull’omero sinistro per offrire la vista del Cilicio borchiato d’oro e incastonato di pietre dure.
Zaion lo guardò torvo. Correva voce che i Cilici dei Superiori fossero finti.
— Ehi, fratello, — gli sussurrò la Sentinella avvicinandosi — devi averla fatta grossa.
Poi lo sguardo gli cadde sul braccio, dove la pelle portava la cicatrice del Cilicio scomparso. Emise un fischio.
— Grossa davvero!
Gli fece cenno di seguirlo. Si affrettarono a lasciare il campo di esercitazione, eludendo la curiosità dei Soldati che si stavano assiepando intorno. La loro meta si trovava poco lontano, in un complesso che comprendeva la caserma delle Reclute e l’infermeria militare.
La Sentinella era un uomo magro che dimostrava una trentina d’anni. Aveva un viso irregolare, la bocca storta, un naso lungo e asimmetrico, e sopracciglia non allineate fra loro. Un ciuffo nero gli ricadeva sulla fronte. Mentre procedevano nel corridoio Zaion gli sussurrò all’orecchio.
— Amico, non puoi fare niente per me?

LA QUARTA
In una società distopica, con una città-fortezza popolata da soli uomini e organizzata gerarchicamente e un villaggio fuori dalle mura dove sono segregate le donne, il soldato Zaion viene sorpreso privo del cilicio regolamentare. Punito e degradato, egli non sa o non vuole fornire una giustificazione plausibile né dare indicazioni sulla sorte dell’oggetto scomparso. I Superiori gli mettono alle costole un’ambigua Sentinella, Anton, con l’incarico di aiutarlo nelle ricerche ma soprattutto di esercitare una stringente sorveglianza. I destini dei personaggi s’incrociano in una partita dall’esito imprevedibile, dove l’amore e la morte sono le uniche carte disponibili, ma anche la posta in gioco.

L’AUTRICE
Giovanna Repetto è nata a Genova, attualmente vive a Roma, dove ha svolto la professione di psicologa e psicoterapeuta. Ha coltivato diversi generi di narrativa, fra cui il giallo umoristico, il noir, il fantastico weird e la fantascienza. Due volte finalista al Premio Urania, ha pubblicato con Delos Digital Il Nastro di Sanchez (2017), primo di una trilogia che continua con Il figlio di Nergal e Tequiero – La stagione dei mostri (usciti entrambi nel 2019). Nel 2018 ha pubblicato Icarus (Watson Edizioni) e nel 2020 con CS_Libri La mappa dei gesti possibili, che unisce due racconti lunghi. Il racconto La legge della penombra, vincitore del Premio Short-Kipple, è stato pubblicato da Kipple Officina Libraria nel 2018. Altri racconti sono usciti su riviste italiane e straniere e in diverse antologie, fra cui La prima frontiera (Kipple 2019). Il racconto Corpi paralleli è apparso nella raccolta Temponauti, curata da Franco Forte (Mondadori, Urania Millemondi estate 2021). Recentemente ha partecipato alla raccolta Il fiore della Quintessenza (Ali Ribelli, 2021).

LA COLLANA
Avatar è la collana di Kipple Officina Libraria dedicata ai romanzi e grandi capolavori prettamente italiani del Fantastico e della SF, opere contraddistinte dalla cura meticolosa dei testi e dalle ampie visioni autoriali. Il logo della collana sintetizza perfettamente il circolo del tempo, delle conoscenze, degli eventi nascosti; l’iperbole del Fantastico per spiccare il volo nella fantasia più sfrenata e meravigliosa.

Giovanna Repetto | Il sigillo del dolore
Kipple Officina Libraria

Collana eAvatar — Formato ePub — Pag. 180 – € 3.95 — ISBN 978-88-32179-59-0
Collana Avatar — Formato cartaceo — Pag. 174 – € 15.00— ISBN 978-88-32179-60-6

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Esce Il giorno dell’uragano, di Marco Scarlatti – Premio Kipple 2021

Il giorno dell’uragano di Marco Scarlatti è il romanzo vincitore del Premio Kipple 2021.
In un futuro molto verosimile gli organismi economici, gestiti dalle multinazionali, formulano l’epica aziendale: la verità diventa una forma corporativa che fa del business una fede imprenditoriale. Per i protagonisti del romanzo si profila un viaggio iniziatico – tra centurie di Nostradamus, rivelazioni intime e la scoperta di una confraternita di dipendenti diversa da tutte le altre – inserito in un mondo retto dalla logica del profitto fine a se stesso.
Il volume è disponibile nel doppio formato cartaceo ed ebook su www.kipple.it e nei principali store online. Copertina a cura di Ksenja Laginja.

SINOSSI

Appena oltre il nostro presente esiste già un mondo di plastica perfezione in cui la gioia di vivere è una distopia apparentemente felice, gestita da granitici organismi economici come le multinazionali. Questo mondo ha bisogno di regole e trascendenze ferree per rimanere in piedi e svilupparsi all’infinito, e Marco Scarlatti con il suo romanzo ha descritto assai bene le dinamiche di questo mondo retto dalla logica del profitto e da un business autoreferenziale, algoritmi di uno sviluppo inumano in cui per l’uomo non c’è altro spazio che quello dello schiavo appagato.
Ne Il giorno dell’uragano la distopia felice si coniuga con il thriller e il noir, riscrivendo la tradizione della SF che si associa al Giallo, in una parvenza di perfetta plausibilità sociale.

ESTRATTO – Capitolo 1

Il ruolo principale dell’Epica aziendale
 non è cercare la verità, ma crearne una che corrisponda ai valori degli azionisti.
 (Giovanni Sraffa, Dopo il marketing: l’azienda come forma di religione)

— Scomparsa?
— Ma non era stata ricoverata d’urgenza?
— Macché ricoverata d’urgenza. È proprio scomparsa.
— Sembra non sia nemmeno mai rientrata a casa dall’ufficio.
— Nemmeno rientrata a casa? Ma quand’è successo?
— Tre giorni fa.
Uno sparuto gruppo d’impiegati, seduti su delle poltroncine rosse accostate a una parete, che sembrano il distillato supremo della comodità anche se hanno una funzione più estetica che pratica. A destra, una grande vetrata dà su alcuni grattacieli scintillanti che s’innalzano come torri su una piazza irragionevolmente gigantesca, un luogo che sembra simboleggiare uno spazio metafisico. Di fronte alle poltrone, le macchinette per il caffè, gli snack vegani e le centrifughe di verdura coltivate da un’azienda che non usa pesticidi ed è impegnata da anni a combattere il caporalato del Sud.
Accanto alle macchinette, due distributori di guanti liquidi e una sibilla elettronica color indaco.
Se fosse una mattina di pioggia, le macchinette brillerebbero come oggetti misteriosi, frigoriferi aperti di notte da un insonne.
Sulla parete di sinistra, di fronte alla vetrata, campeggia un’epigrafe parafrasata da un testo di buddismo quantistico.

DATE SPAZIO AL VOSTRO TEMPO

Prima della terza pandemia di spike, quando questa zona ristoro era ancora una delle ultime sale riunioni rimaste nella multicittà, sulla parete comparivano altre scritte, le cosiddette Tre Leggi ormai cadute in disgrazia:

  1. OGNI LAVORATORE DEVE PERSEGUIRE IL BENE DELL’AZIENDA
  2. OGNI LAVORATORE DEVE PERSEGUIRE IL BENE DEGLI ALTRI LAVORATORI, PURCHÉ QUESTO NON CONTRASTI CON LA PRIMA LEGGE
  3. OGNI LAVORATORE DEVE PERSEGUIRE IL BENE PER SE STESSO, PURCHÉ QUESTO NON CONTRASTI CON LA PRIMA E LA SECONDA LEGGE

È uno dei cinque punti ristoro del palazzo. Si trova al sesto piano. Gli altri quattro sono disseminati su altri livelli dell’edificio.
C’è chi sorseggia caffè sintetico, chi beve concentrato di datterino giallo del Salento e bacche di goji, chi pilucca un pacchetto di cracker di mela disidratata.
Nessuno fuma sigarette mediche, perché l’unico spazio all’interno del palazzo dov’è permesso fumare è una chiostrina al primo piano, che ha l’aspetto d’un pozzo d’areazione di stazione orbitante ed è soprannominata, senza che nessuno ne ricordi la ragione, Zona Libera Albemuth.
Stanno tutti in silenzio per un po’, a osservare il tempo che passa e gli uccelli che volano al di là dei finestroni, sopra l’atmosfera d’opale della piazza.
— Quand’è l’ultima volta che è stata vista?
A riformulare la stessa domanda è un uomo dalla faccia da ragazzo, vestito con un completo blu, la camicia bianca, la cravatta scarlatta e i gemelli ai polsi.
— Poco prima delle 7 di sera del 5 maggio.
La Buna Tower ha ventotto piani: all’ultimo c’è un roof garden che domina la città e che viene utilizzato per le poche riunioni in presenza del top management e per incontri di rappresentanza. Non di rado, prima dell’ultima pandemia, veniva affittato per eventi mondani: matrimoni di attori, compleanni di cantanti emptic.

LA QUARTA

Nel dedalo della multicittà le multinazionali, dopo la messa al bando dei sindacati, sono dotate di confraternite, che hanno ruoli di mero supporto spirituale. Luca Colosimo, il Custode dell’Epica della Buna, viene incaricato di creare una storia plausibile all’esterno. È l’inizio di un’indagine che somiglia molto a un viaggio iniziatico, tra centurie di Nostradamus, rivelazioni intime e la scoperta di una confraternita diversa da tutte le altre.

L’AUTORE

Marco Scarlatti è nato a Roma, dove vive e lavora. Ha pubblicato tre romanzi: L’anno del Drago (L’Erudita, 2012), Tempo di morte, tempo di coraggio (finalista all’edizione 2015 di IoScrittore) e Giovani come la notte (MDS Editore), vincitore del Premio Zeno 2020. Il racconto “Lo spettro dei sogni” è apparso nella raccolta digitale Sorridi, bellezza! (Rizzoli, 2013). Altri suoi racconti sono apparsi in diverse antologie collettive. Con questo romanzo ha vinto il Premio Kipple 2021.

LA COLLANA

Avatar è la collana di Kipple Officina Libraria dedicata ai romanzi e grandi capolavori prettamente italiani del Fantastico e della SF, opere contraddistinte dalla cura meticolosa dei testi e dalle ampie visioni autoriali. Il logo della collana sintetizza perfettamente il circolo del tempo, delle conoscenze, degli eventi nascosti; l’iperbole del Fantastico per spiccare il volo nella fantasia più sfrenata e meravigliosa.

Marco Scarlatti | Il giorno dell’uragano
Copertina di Ksenja Laginja

Kipple Officina Libraria
Collana eAvatar — Formato cartaceo — Pag. 192 – € 15.00 — ISBN 978-88-32179-53-8
Collana eAvatar — Formato ePub — Pag. 196 – € 3.95 — ISBN 978-88-32179-54-5

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Recensione a Capitalpunk, di Lorenzo Davia – Andromeda SF

Su AndromedaSF, a firma di Mariasilvia Iovine, è comparsa la recensione a Capitalpunk, romanzo di Lorenzo Davia finalista al Premio Urania 2019 e uscito di recente nella collana eAvatar, di Kipple Officina Libraria.

In questo mondo, il libero mercato è diventato una religione a tutti gli effetti e le leggi del successo economico sono dogmi che regolano la vita di tutto il pianeta: tutto è business, dalle lotte a colpi di hashtag alla guerriglia urbana, e ne sono il massimo esempio i protagonisti, supereroi/testimonial in una continua gara tutti contro tutti. Tra i tanti, spicca Captain Capitalism, che ben presto sarà costretto a fare parte di un’eterogenea e improvvisata coalizione per affrontare gli immancabili “supercattivi”, tra i quali il misterioso Democrazy, deciso a distruggere la società contemporanea rivelando i segreti di chi controlla l’economia mondiale. Tuttavia, a differenza della maggioranza degli altri supereroi, poco più che impiegati dai poteri sovrannaturali, proni alle politiche aziendali, alcuni decidono di combattere una battaglia più giusta, oltre il profitto a tutti i costi: tra di loro, HeavyMetal, il Barbaro e lo stesso Captain Capitalism, la cui storia personale si interseca alle gesta dimostrative di Democrazy e a quelle future della Bestia, dittatore del mondo che verrà.

Il romanzo di Davia è molto piacevole da leggere: nel corso dei capitoli si scoprono a poco a poco i vari personaggi, tra sparatorie con kaijū geneticamente modificati e dialoghi tra sciami di nanorobot e uomini-schermo, in un’alternanza di scene d’azione e parodie. Molte le sottotrame, alcune divertenti, un paio tralasciate in fretta, come il tema dell’ecologia che, sviluppato con poca convinzione, sfiorisce nella lotta finale con la Bestia. In generale, comunque, “Capitalpunk” ha una presa di posizione nettamente anti-capitalistica, ma non per questo è un romanzo didascalico o noioso: al contrario, si tratta di un’opera ben strutturata e originale, nella quale riecheggiano suggestioni da romanzi, film, serie tv e fumetti, che il lettore troverà molto divertenti da scoprire.

LA QUARTA
In un mondo dove il Capitalismo è l’unica religione, la risorsa postumana Captain Capitalism si batte per il trionfo del Libero Mercato. Ma tra gli esuberi e i disoccupati sorge una nuova minaccia: Democrazy, che conosce i più oscuri segreti dell’economia mondiale.
L’elemento destabilizzante dà l’avvio a una carrellata di eventi, personaggi e supereroi che immergono la storia in un immaginario pop capitalistico a tratti delirante e spassoso.

L’AUTORE
Lorenzo Davia (Trieste, 1981) è ingegnere, giramondo e topo di biblioteca. Suoi racconti sono apparsi in varie antologie: Ascensione Negata si è classificato secondo alla prima edizione del Premio Urania Shorts mentre Il Tempo che Occorre a una Lacrima per Scendere ha vinto il Premio Viviani 2019. In Delos Digital è uscito il romanzo cyberfantasy New Camelot con protagonista la Fata Mysella, cinica protagonista di molti suoi racconti. Ha creato con Alessandro Forlani il progetto di scrittura condivisa “Crypt Marauders Chronicles”, il primo universo fantasy open source italiano, per il quale è uscita l’antologia Thanatolia (Watson). Assieme al Collettivo Italiano di Fantascienza ha pubblicato l’antologia Atterraggio In Italia (Delos). Il suo romanzo Capitalpunk è arrivato finalista all’edizione 2019 del Premio Urania.

LA COLLANA
eAvatar è la collana di Kipple Officina Libraria dedicata ai romanzi e grandi capolavori prettamente italiani del Fantastico e della SF, opere contraddistinte dalla cura meticolosa dei testi e dalle ampie visioni autoriali. Il logo della collana sintetizza perfettamente il circolo del tempo, delle conoscenze, degli eventi nascosti; l’iperbole del Fantastico per spiccare il volo nella fantasia più sfrenata e meravigliosa.

Lorenzo Davia | Capitalpunk
Copertina di Ksenja Laginja

Kipple Officina Libraria
Collana eAvatar — Formato ePub e Mobi — Pag. 182 – € 3.95 — ISBN 978-88-32179-39-2

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Kipple presenta il romanzo finalista Premio Kipple 2017: Cenere, di Federica Leonardi

Kipple Officina Libraria presenta Cenere, romanzo di Federica Leonardi finalista al Premio Kipple 2017. La pubblicazione è edita in formato digitale; la copertina è a cura di Thavon Phumijan.

In un ambiente che sa di sogno lungo, esteso oltre le porte della percezione, Federica Leonardi introduce nei suoi personaggi un coma leggero, lì dove le sensazioni non sono mai ciò che realmente sembrano, nel trionfo di inganni che trasformano la scena in un teatro dell’assurdo, e le apparenze cambiano continuamente le carte in tavola della trama.
L’autrice ha già vinto il Premio ShortKipple 2016 ed è attiva nel genere Giallo e Horror, ultimamente anche nel Weird; con questo suo romanzo conferma la sua vena ispirata e fuori dal comune che già l’ha fatta apprezzare nell’editoria italiana.

Sinossi

Federica Leonardi ci accompagna in un sogno velato, voci e sussurri sommati a se stessi e a situazioni sfuggenti, come voci oniriche che ridefiniscono continuamente la nostra scena cognitiva. L’apocalisse assume i connotati di un orrore interiore postatomico, lo scenario su cui ci muoviamo ci appare come disastrato, arso da un fuoco infinito in cui ogni nostra pulsione vitale sembra essere una colpa, una discesa tutt’altro che catartica nelle spire di una condanna infinita, inflitta da demiurghi imperfetti e crudeli: potremo mai sentirci al sicuro, dentro il nostro anfratto nel terreno, buio e insidioso? La Leonardi ci suggerisce una via d’uscita, ma non è detto che sia la soluzione giusta.
In questo romanzo finalista al Premio Kipple 2017, l’autrice rivela la sua visione del futuro umano, nella sua angosciosa quotidianità che tanto riflette il nostro stato attuale: stiamo forse già vivendo quel futuro? Siamo davvero sicuri di essere senza alcuna colpa e innocenti nel nostro vivere semplice, dispiegato senza grosse pretese nei nostri giorni anonimi?

Estratto

Ci buttano giù dal letto che non è ancora l’alba.
Sbattiamo le palpebre, cercando di orientarci nel bagliore confuso delle lampade. In fretta, racimoliamo le nostre cose. Nessuno parla. Convulsi, i nostri respiri si intersecano.
Vado a sbattere contro qualcosa di duro e aguzzo, mentre cerco di recuperare il cellulare e il dolore mi restringe come fossi un cuneo. Serro la mandibola e i denti scricchiolano; brancolo nel buio, nelle chiazze gialle delle torce che ci restano; sfioro un braccio caldo e morbido che si ritrae al contatto mentre cado in ginocchio. Nessuno mi aspetta. Nessuno si cura di me. Lacci di scarpa mi sferzano la schiena mentre mi scavalcano. Sputo saliva troppo amara e afferro una maglietta troppo stretta per essere la mia. La indosso.
Le tracce degli altri sono sempre più rade, così come i lampi di torcia. Vorrei gridare loro di fermarsi, di aspettarmi. Ma non posso farlo. Sarebbe inutile. Mi ucciderebbero. Se lo facessi, metterei tutti in pericolo, ora che sappiamo che sono anche qui. Morirei. Morirebbero.
Striscio sul pavimento e raccolgo tutto ciò che trovo; non importa di chi sia. Nulla ci appartiene più, ormai. Non gli oggetti, non la nostra vita. Possiamo solo cercare di sopravvivere; sforzandoci di non cedere, di resistere. Non abbiamo sogni, desideri o speranze. La speranza è morta assieme a un sacco di altre cose. Il suo cadavere verde e traslucido è smembrato e ridotto in poltiglia. La speranza è stata la benda che ci ha impedito di vedere il precipizio verso il quale stavamo camminando, un metro alla volta, mentre il mondo moriva. È la baldracca degli idioti.
Mi rialzo. Un orologio e un libro in mano. Il silenzio è gommapiuma che riempie la stanza. Corro fuori, inseguo l’ultimo balenio di torcia giù per un contorto intreccio di scale, corridoi e pianerottoli. La luce sempre più fioca, il resto del gruppo sempre più lontano. Il cuore pulsa disorientato, gonfiando di sangue e angoscia il cervello. Infilo l’orologio in tasca, stringo il libro contro il petto. Al mio passaggio il pavimento scricchiola e si frantumano gli scarafaggi. La luce si dissolve al voltare di un angolo. Mi accascio contro la parete buia. Il culo a terra.
Respiro.

L’autrice

Federica Leonardi è nata nel mese dei morti, e si approccia giovanissima alla letteratura crepuscolare, passando lunghi pomeriggi in compagnia di E. A. Poe. Da allora continua a leggere e scrivere di follie, corpi brulicanti e indecenti mutazioni.
Ha scritto alcuni racconti pulp, tra i quali il lungo Re di cuori (Delos Digital). Ha esordito per LaPiccolaVolante nel 2015 con il romanzo weird Il signor W. Con la stessa casa editrice ha pubblicato, due anni più tardi, I figli delle Ombre. Suoi racconti sono inclusi in Altrisogni Vol. 3 (dbooks.it), Strane Visioni, (edizioni Hypnos), Divagazioni Aliene (Kipple), Zappa e Spada (Acheron).
Il suo blog è letturepericolose.blogspot.it.

La collana

Avatar è la collana di Kipple Officina Libraria dedicata ai romanzi e grandi capolavori prettamente italiani del Fantastico e della SF, opere contraddistinte dalla cura meticolosa dei testi e dalle ampie visioni autoriali. Il logo della collana sintetizza perfettamente il circolo del tempo, delle conoscenze, degli eventi nascosti; l’iperbole del Fantastico per spiccare il volo nella fantasia più sfrenata e meravigliosa.

Federica Leonardi | Cenere
Copertina di Thavon Phumijan

Kipple Officina Libraria
Collana Avatar — Formato ePub e Mobi — Pag. 105 – € 2.95 — ISBN 978-88-98953-92-9

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Distopia Salvini

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Fa un caldo porco da quelle parti, in balia di quel sole cocente, quaranta e passa gradi centigradi e un tasso d’umidità nell’aria che pare di bere dalle narici, mica di respirare. Poi, ammassati tutti quanti là dentro, come tante bestie, sotto un tetto di lamiera che si arroventa già ai primi albori e trattiene il calore fino a notte fonda per irradiarlo durante l’intera giornata contro le teste madide di chi ci sta sotto.

Ci ristagna un fetore di ascelle rancide, misto ad aliti corrotti dall’eccessivo consumo di piatti a base di soffritti all’aglio e al puzzo di piedi mal lavati. Ma la cosa in assoluto peggiore, da questo punto di vista, sono le zaffate cariche di odore di urina che di tanto in tanto si levano dagli angoli dello stanzone (sfornito di cessi chimici), verso cui gli occupanti corrono ogni qual volta si vedano costretti a liberare la vescica.

Lui sta lì, piazzato in mezzo a due cristoni dai capelli biondo-rossicci, la pelle che neppure quel gran sole sempre incazzatissimo è riuscito ad abbronzare, ma ha reso paonazza e lucida come il budello di un wurstel cotto troppo a lungo che sia lì lì per scoppiare. Uno dev’essere un crucco, l’altro uno slavo. Borbottano, ogni tanto gli cade uno sguardo di sufficienza su di lui, messo tra loro come Cristo tra i ladroni. Lui zitto. Inghiotte a vuoto e guarda avanti, verso il fondo semibuio del locale. Ogni tanto si asciuga la fronte marcia di sudore con la manica della camicia ormai molle come una bustina da tè usata, resa quasi trasparente dall’abbondante traspirazione.

Sono mesi che stazionano in quella topaia. “Centro d’accoglienza” l’avrebbero chiamato a suo tempo, dalle sue parti. Qui sono più schietti, per denominarlo usano una parola che in swahili significa più o meno: il brago dei porci.

Ci è capitato alla fine di un luuungo viaggio.

I precedenti storici li conoscete tutti, si studiano sui sussidiari…

L’Europa alla fine esplose come un bubbone suppurante. Dai e dai, le forze politiche antieuropeiste come la sua l’avevano spuntata. Avendo facile gioco sul diffuso malcontento del cittadino medio, uno a uno i paesi membri della Comunità Europea si erano staccati da essa, come i tentacoli di un polpo la cui testa poi era stata lasciata sulla rena a marcire e decomporsi rapidamente.

Ma quello non era bastato per ristabilire un po’ di benessere. Anzi, la riconquistata indipendenza aveva aggravato ulteriormente la situazione economica di tutte le nazioni del Vecchio Mondo. I partiti che in quel momento le governavano (nati come comburente per il fuoco della contestazione che tirava un po’ dappertutto, ma incapaci, all’atto pratico, di prendere decisione risolutive, o anche solo pallidamente utili) avevano finito per aprire le braccia in segno di resa. Ne conseguì la presa del potere da parte di nuclei militarizzati che, quale soluzione più sbrigativa per mettere a tacere il popolino estenuato, avevano scelto di scontrarsi gli uni contro gli altri, in guerre fratricide e centripete che ricordavano da vicino i conflitti che avevano imperversato per l’Europa lungo un paio di millenni almeno, e che solo la posticcia quanto effimera ricerca di riunificazione aveva per qualche tempo sospeso.

L’Italia aveva mostrato da subito la propria impreparazione. Era stata tra le prime a cadere sotto le grinfie dei nemici confinanti.

Lui, per tutto quel tempo, aveva gollisticamente incitato la sua brava gente a resistere, restandosene comodamente nascosto in qualche superattrezzato riparo nelle zone della Valcamonica.

Quando l’Italia aveva capitolato, il primo che erano andati a cercare era stato proprio lui che, per salvarsi la pellaccia, se l’era data a gambe in fretta e furia senza neppure guardarsi indietro.

Neanche i suoi figli si era portato con sé: erano passati quasi sin dall’inizio nelle fila della resistenza quei fredrifraghi… quei fedrifragi… quei frenfrinfranfri… quegli stronzi, insomma!

Nottetempo aveva allungato una trentina di milioni di Danari del Po, avvolti a tubo e trattenuti da un elastico, a uno di quegli scafisti che ora compivano la rotta contraria rispetto agli anni ’10: dalle coste italiane a quelle africane, più sicure e pacifiche.

Dopo migliaia di chilometri percorsi a groppa di mulo, su jeep malferme, a piedi, tra le gobbe di un cammello o strisciando come un verme, aveva finalmente raggiunto quella regione subsahariana, per mettersi in salvo anche dalle guerre civili che ancora, di quando in quando, scuotono il Nordafrica.

Quand’era arrivato lì lo fermarono un paio di bestioni dalle carnagioni così scure che sembravano di cioccolato fondente, tanto che veniva da chiedersi se non si potessero sciogliere prima o poi sotto quel sole impietoso.

Indossavano delle mimetiche con stelline militari al bavero e un buffo basco messo sulle ventitré sopra i loro ricci lanuginosi tagliati corti. Al cinturone una semiautomatica per uno lunga quasi come tutta la coscia, in mano un manganello ad apertura telescopica con cui si tambureggiavano il palmo del guanto in pelle. Lo squadravano storti. Sulle prime, visti i tratti, l’avevano preso per il solito maghrebino spiantato che arrivava lì a fare il furbo, in cerca di fortuna. Quando videro i documenti sospettarono fossero contraffatti: un italiano, addirittura l’ex-presidente del consiglio italiano. Si guardarono negli occhi ridacchiando coi loro dentoni d’avorio.

Lo sbatterono in malo modo in quarantena, dentro l’area recintata di chi faceva domanda d’asilo politico. «Chissà che belle malattie ci porta questo…» sussurrò uno all’altro.

Eppure quella è la sua ultima speranza (oltreché di molti altri esuli volontari come lui): da qualche anno quei posti hanno riacquisito una certa autodeterminazione, dopo aver scacciato le ingerenze straniere e essersi riappropriati delle ricchissime risorse naturali, molte delle quali indispensabili per i produttori d’armi occidentali (una delle industrie attualmente più fiorenti al mondo). Luoghi dalle vertiginose espansioni economiche, ove è possibile ricominciare una vita, sempre che ti concedano di continuare a soggiornarvi…

Ora è giunto il momento della sua domanda per essere esaminata.

Qualcosa si muove nell’oscurità, dietro una tavola di legno duro in penombra.

È l’ispettore preposto alle verifiche del caso.

Una delle due guardie dritte in piedi alle sue spalle fa cenno al richiedente asilo di avanzare verso la scrivania.

Lui tentenna, ha gli occhi gonfi e smarriti. Sbava anche un po’. Si fa coraggio. Incede un piede avanti all’altro fino all’ispettore. Ora che gli è abbastanza vicino può osservarlo per bene. Tenta di non far trasparire il raccapriccio…

L’ispettore, appollaiato in diagonale sulla seggiola, è quasi un tronco umano: gli mancano completamente due arti e una delle braccia finisce sotto il gomito, il moncherino racchiuso dentro un telo di garza stretto da un lacciolo. Metà del volto è attraversata da una cicatrice biancastra, mai rimarginata, spessa un pollice. Da quella parte l’occhio è bianco come una strana larva gelatinosa. Dall’altro lato l’orecchio è smangiato quasi sino all’attaccatura. La bocca è storta, il labbro inferiore cadente. Si capisce che dev’essere per via di un colpo secco, inferto col calcio di un fucile, o qualcosa del genere.

L’hanno ridotto così molti anni fa, quando queste zone erano ancora straziate da una guerra sanguinosa. L’ispettore, che era ancora un ragazzo, era riuscito a scappare per la verità. Aveva fatto grossomodo il suo stesso percorso, ma a ritroso. Una volta in Libia aveva attraversato quel lembo di mare che divideva lui e i trecento altri disperati dall’Europa e dalla speranza di una nuova vita. Lo avevano lasciato marcire per mesi dentro una catapecchia e alla fine gli avevano detto che no, lui il diritto a diventare un rifugiato mica ce l’aveva e l’avevano rispedito al paese d’origine, dove un commando di etnia differente dalla sua lo aveva conciato così, insieme a trecento altri disperati pari a lui…

Ora tutto quello è acqua passata. C’è stata la pacificazione nazionale da quelle parti. C’è un governo di coalizione ora. Se non del tutto democratico, quanto basta perlomeno. A lui, come per uno sfottente contrappasso, è toccato il ruolo di ispettore capo proprio nel reparto che ha a che fare con questa moltitudine di bianchi che arriva lì, tutti i giorni, a ondate continue, migliaia su migliaia, a supplicare un rifugio dalla guerra che sconquassa le loro case.

L’ispettore investiga le carte dell’italiano dalla faccia molliccia e l’occhio spento che si trova di fronte. Comunicano tramite interprete.

«Salvini Matteo, Salvini Matteo… Mmm, questo nome non mi è nuovo, mmm… Ebbene, Salvini Matteo, che cosa desidera Ella dal Nostro Governo?»

«Chiedo mi venga riconosciuto lo stato di rifugiato,» fa lui con un lieve balbettio, umettandosi le labbra aride con la punta della lingua.

«Viene dall’Italia, giusto?»

Lui fa sì, oscillando il testone.

«Ma per curiosità, lei non è quel tale che ha fatto tutta una carriera politica attaccando tra l’altro la gente della mia… razza?»

«C-cosa?» finge stupore Salvini Matteo, «Non ce l’ho su coi negr… con la gente di colore io. Mai. Tutt’altro… Per esempio, lei, signor ispettore, non può sapere quante vostre sorelle sono andato a cercare, nei momenti di maggior solitudine…»

L’ispettore tace. Tiene l’occhio buono incollato sugli incartamenti che stringe tra le dita magre e affusolate: «E, mi dica, signor Salvini, se lo Stato che io rappresento volesse mostrarle tutta la sua generosità, concedendole il trattamento previsto per i rifugiati politici. Ella come lo ripagherebbe?… Sì, in parole povere, Ella… cosa sa fare, di grazia?»

«Beh, io… io…» la balbuzie del richiedente asilo è in forte aumento, «Io… ho fatto politica sin da ragazzo… Sempre fatto quello… Vi può tornare utile, no?»

«Questo è peggio del tizio che si proponeva come addestratore di gazzelle…» bisbiglia l’ispettore, reclinandosi verso la guardia alla sua destra. Ridacchiano tra loro, soffocandone il suono.

Trascorre qualche minuto di silenzio.

Il richiedente, con le braccia dietro la schiena, osserva il funzionario timbrare in rosso una serie di fogli. Recintata dai bordi del tampone gli pare di leggere la scritta Rejected. Col poco di inglese che conosce azzarda: «Respinto? In che senso?»

E l’ispettore: «A me non la si fa, caro signor Salvini. Ho capito il genere dalla prima occhiata: Ella è il solito finto rifugiato… Viene fin qua, senza arte né parte, a succhiare i soldi dei nostri contribuenti, ciondolando tutto il giorno per le nostre strade senza nulla da fare…»

«Ma in Italia c’è la guerra! Se torno, mi acchiappano subito, al confine, e mi fanno fare la fine dello stronzo in carriola…»

«È quello che dite tutti…» risponde l’altro laconico, subito prima di fare un cenno rivolto non si sa dove.

A breve giro altre due guardie dal fisico massiccio si materializzano dal nulla per ancorare Salvini Matteo uno per giro-ascella e trascinarlo via, mentre quello finisce di sbraitare: «E con la convenzione del ’67 come la mettiamo? Voi dovete darmi asilo… Doveteeee!»

Tempo un paio di giorni e il richiedente respinto si trova a bagno, in pieno Mediterraneo, in balia dei flutti. Unico mezzo di sopravvivenza concessogli: un salvagente imbottito in polistirolo espanso, che porta la scritta Arrivederci a presto!

È alla deriva. La costa libica già non si avvista nemmeno più, da quella distanza.

Dove lo porteranno le maree? Impossibile saperlo.

Da vero uomo qual è, approfitta delle continue sferzate delle onde per piangere calde lacrime, che si mischiano all’acqua marina senza che in questo modo possa trapelare che anche un così grand’uomo qualche volta piange…

George Orwell spiega in una lettera perché ha scritto 1984

Raccolto nel volume George Orwell: A LIfe in Letters, e proposto anche dal sito Panorama.it, il testo che segue è tratto da una lettera del grandissimo autore distopico indirizzata a un certo Noel Willmet, un lettore preoccupato che il dispotismo potesse raggiungere anche il Regno Unito e gli States. In esso Orwell anticipa i principali temi del romanzo. Un testo molto interessante da leggere con attenzione:

“Caro Mr. Willmet,
[…] Devo dire che credo, o temo, che nel mondo intero questo genere di cose siano in aumento. Hitler, senza dubbio, scomparirà presto, ma al prezzo di rafforzare (a) Stalin, (b) i milionari Inglesi e Americani e (c) ogni sorta di piccoli “fuhrer” come De Gaulle. Tutti i movimenti nazionalistici in tutto il mondo, anche quelli che nascono dalla resistenza alla dominazione tedesca, sembrano assumere forme non democratiche, raggruppandosi attorno a qualche figura superomistica (Hitler, Stalin, Salazar, Franco, Gandhi, De Valera, sono tutti esempi di diverso tipo) e adottando la teoria che il fine giustifica i mezzi. Ovunque il mondo sembra tendere a economie centralizzate, che possono gestire la cosa pubblica in un senso economico, ma che non sono organizzate democraticamente, stabilendo un sistema di caste. Questo può portare con sé gli orrori del nazionalismo più emotivo e la tendenza a non credere più all’esistenza di una verità oggettiva perché tutti i fatti sono in sintonia con le parole o le profezie di qualche “fuhrer” infallibile.

Hitler può affermare che a iniziare la guerra siano stati gli ebrei, e se dovesse sopravvivere diventerebbe storia ufficiale. Non può dire che due più due fa cinque, perché ai fini della balistica, per esempio, deve fare quattro. Ma nel tipo di mondo che temo possa davvero presentarsi, un mondo con due o tre grandi super-stati che non possono conquistarsi l’un l’altro, la somma di due più due potrebbe diventare cinque, se solo il “fuhrer” lo desiderasse. Questa è, per quanto ne posso vedere, la direzione che stiamo prendendo, anche se, naturalmente, il processo è reversibile.

Per quanto riguarda Gran Bretagna e Stati Uniti, non ci sono ancora tendenze totalitarie e questo è molto promettente. Credo profondamente, come ho spiegato nel mio libro “Il leone e l’unicorno”, nel popolo inglese e nella sua capacità di centralizzare l’economia senza distruggere le libertà. Ma va ricordato che Gran Bretagna e Stati Uniti non hanno conosciuto veramente la sconfitta e la sofferenza, e ci sono alcuni sintomi negativi che bilanciano quelli positivi. Innanzitutto c’è una generale indifferenza al declino della democrazia. Si rende conto, per esempio, che in Inghilterra nessuno sotto i 26 anni può votare e che, per quanto si può vedere, la maggior parte delle persone di quell’età non dà importanza al voto? In secondo luogo […] gli intellettuali inglesi si sono opposti a Hitler, ma al prezzo di accettare Stalin. La maggior parte di loro è tranquillamente favorevole ai metodi dittatoriali, alla polizia segreta, alla falsificazione della storia, ecc., se si tratta di farlo dalla “nostra” parte. Dire che non abbiamo un movimento fascista in Inghilterra significa sostanzialmente che i giovani, in questo momento, cercano il loro “fuhrer” altrove. […] Se si proclama semplicemente che tutto va per il meglio e non si guarda ai sintomi più sinistri, non si fa altro che aiutare il totalitarismo ad avvicinarsi sempre più. […] Ma se penso che la tendenza mondiale sia verso il fascismo, perché supporto la guerra? […] Conosco abbastanza bene l’imperialismo britannico perché non mi piaccia, ma lo supporto contro quello nazista o giapponese, come male minore. Allo stesso modo vorrei sostenere l’URSS contro la Germania perché penso che l’Unione Sovietica non può sottrarsi del tutto al proprio passato, e conserva abbastanza delle idee originali della Rivoluzione da essere un fenomeno più promettente della Germania Nazista. Penso, e l’ho pensato fin da quando è iniziata la guerra, nel 1936 o giù di lì, che la nostra causa è quella giusta, ma dobbiamo continuare a fare meglio, cosa che comporta una costante critica.”