Oltremuro | Lankelot

Segnaliamo questa bella recensione a Oltremuro, la silloge di Alex Tonelli edita da Kipple Officina Libraria. La rece è a cura di Ettore Fobo ed è comparsa su Lankelot.

Ci sono poeti che scavano nella parola, nel silenzio e Alex Tonelli è uno di questi. Ritmi cesellati, emorragie di parole musicali sono accanto a costruiti labirinti melodici, le parole scarnificano il bianco della pagina, così come il marmo imprigiona la figura da plasmare nelle teorizzazioni dell’ultimo Michelangelo, così la pagina bianca è per Tonelli una miniera di ritmi, immagini, visioni. Si scava dunque, oltre la realtà perché la realtà è la prima delle illusioni, dentro visioni vaste e ingannevoli come la Storia.

Poesia scavata è la prima impressione di questo Oltremuro, edito nel 2015 da Kipple Officina Libraria, poesia come metodo per accedere alla conoscenza, di sé, del mondo e soprattutto, come vuole l’estetica connettivista, di cui Tonelli è uno dei principali interpreti, specie in ambito poetico, di ciò che oltrepassa, trascende: le convenzioni, il sé, il mondo. E si finisce per raccontare il niente fuggevole di una visione, nella poesia Misericordia e il nome, dove la parola si sottrae alla benedizione divenendo blasfema, oppure altrove si rivela essere, per una contorsione del senso, “Cabala del silenzio”, e il poeta è uno che compie “l’evocazione”, attorniato dal buio che è come il nero inchiostro della sua anima; tanto sono intense queste poesie, tendendo alla rarefazione estrema del segno. Tonelli opera per condensazione: scatti improvvisi dei nervi, grida soffocate, emozioni impetuose, incubi neri, slanci lirici, vengono fusi nello stesso alambicco dal poeta alchimista.
Perché Alex Tonelli ha il dono di sintetizzare in pochissimo spazio fisico le grandi praterie dell’immaginazione, un’immaginazione che si vuole, ci sembra, soprattutto gotica, spettrale, dimensione in cui il tempo si dissolve e tutto si rivela polvere, vuoto, assenza. Non c’è dubbio che in diverse poesie si senta l’eco di poeti contemporanei, Mark Strand su tutti, nella sua denuncia della vacuità dell’esperienza umana, nell’inganno del tempo. Affiora talvolta anche Charles Simic, per esempio nella poesia La morte mi ha attraversato la strada, dove Tonelli attinge al quotidiano, narrando di “precedenze mai rispettate”, sotto un sole definito “inutile”. Altrove si sente l’eco di Bonnefoy, della sua ricerca sospesa fra l’onnipotenza e la fragilità della parola, fulcro del mondo. 
Quella di Tonelli è una poesia che amoreggia con le tenebre, flirta con il buio, non ama la luce ma si alimenta di penombra. Talvolta il buio è un incubo “nero/ vorace” che ci soffoca e ci inghiotte. Siamo alle radici di un idioma originario che svanisce, una lingua primordiale di cui ogni poesia è solo la traccia, il calco, se vogliamo. Il linguaggio di Tonelli racconta sempre di una frantumazione, di una distruzione, e si configura come cumulo di schegge, dove “cataste di brusii” incontrano “frattali di sillabe” e misteriosamente una qualche unità è raggiunta dalla polverizzazione, dall’apocalisse del linguaggio stesso, dove apocalisse è sia l’evento catastrofico che una rivelazione, come vuole l’etimologia.

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