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Lo Zar non è morto – NeXT-Stream è da oggi disponibile per la collana Avatar

Kipple Officina Libraria presenta la terza iterazione delle antologie NeXT-Stream, esperimenti di commistione tra l’immaginario di genere e il cosiddetto mainstream, la letteratura non di genere; ci piace ricordare che il precedente capitolo Visioni di realtà contigue ha vinto il Premio Italia 2019, nella sezione antologia.
Lo zar non è morto è il titolo di questo volume, undici storie ucroniche, fantapolitiche o semplicemente ambientate in un “tempo fantastico” che, lette una di fila all’altra, sembrano riscrivere gli ultimi cent’anni di Storia.
Il libro è disponibile in formato cartaceo e digitale sul sito della casa editrice, nei principali store on line e nelle librerie. All’interno racconti di Giulia Abbate, Giovanni De Matteo, Ettore Maggi, Francesco Troccoli, Daniele Cambiaso, Sandro Battisti, Alessandro Forlani, Domenico Mortellaro, Franco Ricciardiello, Pee Gee Daniel e Nicoletta Vallorani. I curatori sono Lukha B. Kremo e Domenico Gallo.

Sinossi – dall’introduzione dei curatori

Dimentichereste mai un romanzo di avventure straordinarie, fantapolitico e ucronico, uno dei primi del suo genere in Italia e per di più scritto da un gruppo di dieci autori (capitanati dal fondatore del più grande movimento avanguardistico italiano), rendendolo un unicum nel panorama mondiale? La critica italiana lo ha fatto. Era concentrata su Benedetto Croce e i tormenti di Zeno Cosini, e seguiva le loro visioni oniriche considerandole molto più pregnanti di altre.
Parliamo di Lo zar non è morto – Grande romanzo d’avventure scritto nel 1929 da un gruppo di letterati italiani provenienti da diverse correnti culturali capeggiati dal padre del Futurismo: Filippo Tommaso Martinetti. Il “Gruppo dei Dieci”, così si chiama l’eterogeneo collettivo, si raccoglie con il preciso obiettivo di creare un’opera di intrattenimento e di grande avventura, un’opera per divertire il lettore senza alte finalità artistiche.
Noi abbiamo ripreso lo stesso spirito, quello della creazione letteraria pura e dell’orgoglio di una letteratura che, nonostante vanti un’illustre storia, sembra oggi relegata a un’ancella, forse soltanto simpatica, di una letteratura mondiale in grande evoluzione. Abbiamo quindi scelto autori che meglio hanno saputo interpretare questo spirito, pur consapevoli che a causa di contingenze e indisponibilità temporanee, potevano essere molti di più. E ne è nata un’antologia di undici storie ucroniche, fantapolitiche o semplicemente ambientate in un “tempo fantastico” che, lette una di fila all’altra, sembrano riscrivere gli ultimi cent’anni di Storia, quel lasso temporale che ci separa dalla nascita della contemporaneità e dalla scomparsa degli Zar. Una Storia a volte bizzarra (ma che, come l’attualità suggerisce, si peccherebbe a considerarla tale), altre assolutamente plausibile, che parte dalla fuga di Anastasija Romanova, tocca il fascismo, il Duce, la Resistenza, gli anni Sessanta, Berlinguer, fino ad arrivare ai giorni nostri e proiettarsi nel futuro, facendo ricorrere, in contesti diversi, gli stessi inquietanti interrogativi storici e sociali.

Estratto – dall’introduzione dei curatori

Riscrivere la Storia è solo in parte un gesto dissacrante, un divertimento fine a sé stesso che gioca con un qualche ramo assurdo di possibilità che non si sono realizzate, un po’ come il paradosso di Erwin Schrödinger dedicato allo sfortunato gatto chiuso in una scatola. La teoria, mai dimostrata, è piuttosto nota. A ogni collasso di una funzione d’onda, un altro universo si crea con quei valori possibili che nel nostro universo non si sono realizzati. E allora esistono, a fianco a noi, infiniti universi che si creano a ventaglio ogni frazione di tempo in cui infiniti fenomeni quantistici letteralmente esplodono. Ma il mondo quantistico è decisamente controintuitivo e richiede spesso uno sforzo di immaginazione per raffigurarsi “materialmente” cioè che non lo è, ciò che nega la nostra esperienza quotidiana e classica. Ebbene è come se ogni ucronia fosse l’universo duale del nostro per ogni episodio storico che conosciamo. Ma al di là di una qualche verosimiglianza fisica, l’ucronia è uno sforzo di comprendere la Storia attraverso la sua falsificazione, la nostra Storia, quella che condividiamo. È un modo per amplificarne le contraddizioni, per mettere a nudo ciò che è alla base della politica: l’occultamento della verità. È un’idea che ricorda un po’ il gioco di Orson Welles in uno dei suoi ultimi film: F come falso. Il film, una strana pellicola del 1973, gioca sul rapporto vero e falso nell’arte partendo dai falsari, ma è fortemente ancorato a una riflessione pericolosa sulla realtà e sulla sua rappresentazione. Welles non ha mai giocato con le ucronie, ma in troppi suoi film troviamo una inquietante dialettica tra vero e falso in cui il falso è uno strumento del vero del reale. E allora leggiamo questi racconti con sospetto.
Dopo la lettura, non siamo più convinti che lo Zar sia morto, che il Duce e il Fascismo siano morti, che le dinamiche di potere politico e sociale di cento anni fa siano morte.

La quarta

Un’antologia di undici storie ucroniche, fantapolitiche o semplicemente ambientate in un “tempo fantastico” che, lette una di fila all’altra, sembrano riscrivere gli ultimi cent’anni di Storia, quel lasso temporale che ci separa dalla nascita della contemporaneità e dalla scomparsa degli Zar.

Gli autori

Gli autori che hanno scritto per questa raccolta sono: Giulia Abbate, Giovanni De Matteo, Ettore Maggi, Francesco Troccoli, Daniele Cambiaso, Sandro Battisti, Alessandro Forlani, Domenico Mortellaro, Franco Ricciardiello, Pee Gee Daniel e Nicoletta Vallorani. I curatori sono Lukha B. Kremo e Domenico Gallo; il primo è editore di Kipple Officina Libraria, Premio Urania 2015 e vincitore di altri importanti premi letterari del fantastico italiano, il secondo è scrittore, traduttore e saggista di lungo corso del fantastico e in particolare della fantascienza.

La collana

Avatar è la collana di Kipple Officina Libraria dedicata ai romanzi e grandi capolavori prettamente italiani del Fantastico e della SF, opere contraddistinte dalla cura meticolosa dei testi e dalle ampie visioni autoriali. Il logo della collana sintetizza perfettamente il circolo del tempo, delle conoscenze, degli eventi nascosti; l’iperbole del Fantastico per spiccare il volo nella fantasia più sfrenata e meravigliosa.

Aa.vv. | Lo Zar non è morto – NeXT-Stream – A cura di Lukha B. Kremo e Domenico Gallo – Copertina di Nives

Kipple Officina Libraria
Collana Avatar — Formato ePub e Mobi — Pag. 174 – € 3.95 — ISBN 978-88-32179-31-6
Collana Avatar — Formato cartaceo — Pag. 176 – € 15 — ISBN 978-88-32179-30-9

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Il maestro dell’ucronia italiana: intervista a Giampietro Stocco

12769537_782002031943214_1671599940_nCiao Giampietro, è un piacere e un onore averti per la prima volta ospite qui sulle pagine virtuali di Kipple Officina Libraria. Oggi parleremo principalmente di Ucronia e fantascienza in Italia. Ma prima di tutto ti andrebbe di parlarci del tuo percorso di autore dalle origini a oggi?

Nasco come autore con Nero Italiano. Un romanzo che ha avuto una gestazione lunga – è stato scritto dal 1996 al 1997 ed è rimasto nel famoso cassetto ad aspettare le tarme fino al 2002-2003, anno in cui l’editore Marco Frilli di Genova si appassionò a questa storia e la diede alle stampe con una curiosa copertina nera che rompeva con il cliché giallo della collana poliziesca da loro inaugurata. Lo definì, Frilli, un “noir”, e fu tra i primi esempi di fantastico italiano etichettato in modo, per così dire, improprio, per sottrarlo a una nicchia, quella fantascientifica, che altrimenti si pensava avrebbe limitato le vendite. Poi la strategia risultò vincente, perché il romanzo vendette bene e continua a farlo, anche nella sua nuova veste digitale, considerando che ha tredici anni.

Nel 2005 fu poi la volta di Dea del Caos, seguito di Nero Italiano e romanzo al quale sono molto attaccato perché fu successivamente drammatizzato in teatro con il supporto di Lorenzo Costa e del Teatro Garage, in due occasioni, la prima a Finalborgo, con una splendida interpretazione della protagonista, e quindi a Genova. Parliamo del 2006. Quindi Figlio della Schiera edito da Chinaski, la curiosa storia di una razza di roditori senzienti che abita il sottosuolo di una Terra postapocalittica, anche se le cose sono un po’ più complicate di così, nel 2007, e quindi il romanzo che a molti è piaciuto di più, Dalle mie ceneri edito da Delos, il primo di un autore italiano nella prestigiosa collana di science fiction, nel 2008. Nel 2010 è arrivato Nuovo Mondo con Bietti, avventura salgariana in un Rinascimento alternativo insieme con Critoforo Colombo e Leonardo da Vinci, e infine nel 2013 La corona perduta con Cordero, altro romanzo ucronico ambientato in un mondo che non ha mai conosciuto Bonaparte imperatore. Con nel mezzo un noir vero, edito da 111 Edizioni, Dolly, nel 2012. E poi racconti pubblicati un po’ ovunque, la verità è che non me lo ricordo più. Ah, sempre nel 2007 insieme con Alessandro Vietti e altri abbiamo dato vita al primo festival fantascientifico genovese, FantasticaMente, con iniziative di vario genere e la riunione di tutto il mondo della sf italiana sotto un unico tetto.

Con romanzi come Nero Italiano e più recentemente il seguito Dea del Caos, così come Nuovo Mondo pubblicato nel 2010, ti sei affermato come uno dei maggiori esponenti dell’ucronia in Italia. Che cosa ti ha spinto ad abbracciare questo genere letterario?

Le infinite possibilità di questo genere. Giustamente si dice che l’ucronia è fantascienza – grazie professor Umberto Rossi! – per l’apertura a 360 gradi, la sospensione dell’incredulità e le mille e mille strade che si prospettano per la fantasia. Insomma, queste sono le ragioni. E ancora ce ne sarebbero altre, come la possibilità di parlare di politica senza litigare troppo, le rivisitazioni sociali, antropologiche…

È vero che le fonti di ispirazione per un’ucronia possono venire anche da contesti inaspettati o ludici?

Certo. Personalmente sono un accanito giocatore di strategici come Europa Universalis e Crusader Kings, in cui tu impersoni un regnante e vai avanti con la tua dinastia. Possono uscire, e sono uscite, linee temporali molto interessanti. Chissà che non si possano sviluppare in romanzo?

Nero Italiano e Dea del Caos raccontano un’Italia dove il fascismo non è mai caduto. Con quali difficoltà deve confrontarsi l’autore quando tratta temi politici tanto importanti quanto delicati come questo?

Bè, anzitutto con se stesso.Ricostruire significa ricercare ed essere spietati anzitutto con se stessi. Errori se ne fanno, bisogna essere in grado di evitarli in futuro. L’ucronico è uno storico a tutti gli effetti: lavora anzitutto a una cronologia e cerca di renderla il più credibile possibile. Poi non è detto riesca a darle forma di romanzo. Turtledove per esempio fa ottime cronologie e pessimi personaggi, Silverberg ottimi personaggi e ottime storie, ma le sue ucronie lasciano per me un po’ a desiderare, Kim Stanley Robinson preferisce sfumare il POD, o punto di divergenza, e poi concentrarsi sul world building, dove eccelle. Io ho cercato di dare nel mio piccolo un quadro un po’ più di cronaca, come se si trattasse di descrizioni giornalistiche. Parlando di Nero Italiano e Dea del Caos, specie il primo romanzo per lunghi tratti è quasi un reportage indiretto di ciò che accade. Qui sono stato facilitato dal mio lavoro. Gli aspetti difficili vengono dopo, quando il romanzo esce ed è sottoposto al giudizio altrui. Non sono mancate le critiche, visto che all’epoca si usciva dritti da una polarizzazione destra-sinistra che poneva tutti gli ucronici in un mazzo nostalgico in cui io mai mi sono riconosciuto. Infatti le ho prese sia a destra, sia a sinistra… Ma sono ancora qui.

La tua produzione letteraria non si limita all’ucronia. Col tuo romanzo Dolly, infatti, hai esplorato anche il noir. Quali sono le differenze principali che hai riscontrato come autore fra la stesura di un romanzo di fantascienza e un thriller?

Un romanzo è un romanzo. Diciamo che il thriller si basa di più sulla trama e sui personaggi come tecnica. Stai più attento a seguire un certo mainstream, specie se l’editore ritiene che tu debba calcare la mano o andarci più piano. Dolly è un romanzo forte, con aspetti da “snuff film”, come ha scritto qualcuno. E qui è di nuovo uscito il gusto di raccontare Genova per immagini, come farebbe il giornalista televisivo che io sono. La fantascienza pone esigenze di rigore simili e a un tempo diverse. La sospensione dell’incredulità funziona in modo molto simile. Nel senso che tratteggiare un serial killer come quello di Dolly ha abbastanza in comune con l’inventarsi un alieno: entrambi così diversi da noi, ma nello stesso tempo così simili.

Ci parleresti del tuo romanzo ucronico La corona perduta?

Accennavo prima: un mondo che non ha conosciuto il bonapartismo perché Napoleone è stato ucciso durante la Campagna d’Italia e dunque la Rivoluzione Francese e tutti i suoi frutti sono rimasti un’idea. Dunque un XX secolo – inizio XXI veramente – aristocratico, con una società spaccata in caste e tanti stati e staterelli in Italia, un Impero su cui non tramonta mai il sole. Però ci sono comunque i grandi temi che conosciamo: l’aspirazione alla libertà, le prigioni visibili e invisibili, gli amori proibiti e quelli leciti. Tutto in un quadro che, come già in Nuovo Mondo, è un grande omaggio a Emilio Salgari, a mio avviso vero gigante della letteratura di genere.

Al di là della carenza di lettori, un fatto divenuto ormai cliché, quali credi che siano i problemi principali che soffocano il mondo della narrativa fantastica italiana?

Le troppe beghe tra autori nel mondo virtuale in primo luogo, ciò che resta di una passione politica che ha suddiviso il campo in fazioni avverse. Il trombonismo di alcuni che ritengono di essere depositari di non si sa bene quale primogenitura culturale; il fighettismo di qualche giovane o ex giovane che tende a costruire conventicole e ci viene a miracol mostrare; le troppe chiacchiere, in assoluto. Va bene che gli autori si confrontino, non va bene che si scontrino per un “like” su FaceBook o si guardino con sospetto se uno non ha aderito a certi movimenti o se non si adagia estasiato su certi luoghi comuni. Non esito a dire di preferire ancora Tau zero di Poul Anderson al ciclo ancillare di Ann Leckie. Il primo per me è un capolavoro a prescindere dalle aspirazioni politiche dei protagonisti del romanzo o dello stesso autore – e lo stesso potrei dire dell’Orson Scott Card del Gioco di Ender; il secondo un guazzabuglio illeggibile. Ecco, dividersi su queste cose e dare patenti di progresso o regresso sulla base di ciò che ci piace è veramente un fascismo – o stalinismo, fai tu – di ritorno, tipico di un Paese come il nostro in cui tanto garbano ancora chiese contapposte, campanili, e sezioni da giovani pionieri, che poi a ben vedere sono la stessa cosa.

Prima di lasciarci, ti andrebbe di parlarci dei tuoi progetti futuri?

Per ora sto dietro a una serie di progetti che potrebbero sfociare in una space opera un po’ diversa. Se son rose fioriranno.

Intervista a cura di Roberto Bommarito.