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Fantafiabe e fantascienza: intervista all’autrice Simonetta Olivo

Simonetta Olivo

Ciao Simonetta, è un piacere averti ospite qui sulle pagine virtuali di Kipple. Per chi non ti conoscesse ancora, ti andrebbe di presentarti?

In molti non mi conosceranno: “I’m Nobody!” – direbbe Emily Dickinson. Infatti, è da poco che mi dedico alla scrittura, un paio d’anni. Il primo racconto che ho scritto (in vita mia) è stato finalista per il Premio Urania Short 2017 e per l’undicesima edizione del Premio Robot, per essere poi pubblicato con Urania nel maggio 2018. Rileggerlo, oggi, mi provoca un certo bruciore di stomaco, perché lo trovo pieno di ingenuità stilistiche, che noto solo oggi, dopo due anni di scrittura quasi quotidiana. Non posso che essere grata, però, a quel racconto, perché è stata l’occasione di un’esperienza ben più ampia di un concorso letterario. Nel 2017 infatti i finalisti del Premio Urania per i racconti erano quindici. Incuriosita, ho deciso di contattarli tutti, per conoscerli, e la maggior parte ha risposto con interesse. In breve, abbiamo cominciato a conoscerci, a scambiarci materiali e opinioni, per poi incontrarci alla premiazione, e renderci conto di essere un insieme di persone legate da affinità elettive importanti, e dalla consapevolezza di voler uscire dalle dinamiche competitive che spesso offuscano il mondo della scrittura, per sperimentare una visione fortemente cooperativa. Questo aspetto è diventato l’elemento caratterizzante del Collettivo Italiano Fantascienza, il gruppo che è nato da questa prima conoscenza e che ha coi mesi sviluppato un proprio metodo di scambio delle reciproche competenze, che mi ha permesso di crescere e migliorare come scrittrice. Posso dire che senza Il Collettivo non avrei mai scritto le Fantafiabe. Per il resto, ho quarantadue anni, lavoro come psicologa in un servizio pubblico, vivo a Trieste con mio marito e mio figlio di otto anni.

Ci parleresti un po’ delle Fantafiabe?

Si tratta di sei racconti che ripercorrono le fiabe classiche in chiave fantascientifica, o secondo una prospettiva diversa da quella abituale. In alcune Fantafiabe la fantascienza fa da sfondo, per dare spazio all’introspezione dei personaggi, in altre è più centrale. In generale quello che ho cercato di fare è unire alla prospettiva fantascientifica un “buon scrivere”, sia dal punto di vista formale che per ciò che riguarda i modelli letterari: ci sono una serie di riferimenti da “scoprire”, sia stilistici che di contenuto, da Fitzgerald (per scrivere uno dei racconti ho riletto un bel po’ della sua opera) a Shakespeare, a Conrad (citazione nascostissima, solo per veri appassionati). Il volume sarà pubblicato nella collana Robotica.it di Delos Digital.

Copertina Fantafiabe

Com’è nata l’idea del progetto?

La risposta a questa domanda ha a che fare con un altro interrogativo: perché ho cominciato a scrivere proprio fantascienza? Siccome nella mia evoluzione personale penso di essere in un punto cruciale di quella che Jung chiama individuazione, che in parole povere vuol dire mettere assieme, integrare tutti i propri “pezzi” e diventare se stessi, mi sono chiesta quale aspetto di me rappresenti il mio immaginario fantastico. L’Ombra? No. L’Animus? No. No, non è questo. Pensa e ripensa, si allarga nella mia mente un’immagine. È un grosso libro rosso. Si intitola Il Tesoro. Apparteneva ai miei nonni. Dentro, tutte le fiabe che mio padre mi leggeva ogni sera, prima che io mi addormentassi. È il mio Bambino, il Puer, la parte di me che ritrovo nella scrittura. E a ben pensarci, non sono, le favole, dei racconti fantastici? E sono le prime storie, per me, quelle su cui tutto il mio immaginario si è fondato, tanto più dentro la cornice affettiva di quella vicinanza serale. Quando mi sono resa conto dell’importanza delle fiabe per la mia evoluzione passata e presente, ho deciso di proiettarle nel futuro.

Ci descriveresti il processo creativo che hai utilizzato?

Ho scelto le fiabe che avevano una reale e profonda risonanza dentro di me, quelle che più mi avevano lasciato un segno, dentro, nell’infanzia. Ho riletto le versioni originali, naturalmente non quelle disneyane, ma quelle ben più crude e realistiche della tradizione favolistica: ad esempio le favole di Andersen, autore a me molto caro, o le primissime versioni popolari di alcune fiabe, dense di violenza e certamente prive di lieto fine. Dopo essermi documentata, ho cominciato a scrivere, semplicemente. Gli amici del Collettivo mi hanno aiutato a perfezionare le storie. Piero Schiavo Campo, membro del gruppo, ha accettato di scrivere la prefazione: ci tenevo molto a coinvolgerlo in questo progetto, sapendo quanto anche lui ama le fiabe.
Chi ha letto già le Fantafiabe ha notato quanto si possano apprezzare maggiormente rileggendo la versione originale, motivo per cui ho voluto fornire al lettore un riferimento che là lo riconducesse: le illustrazioni. Nel librone “Il Tesoro”, che mi veniva letto la sera, ogni fiaba aveva un’illustrazione, che è rimasta impressa indelebilmente nella mia testa. Le “mie” Fantafiabe dovevano avere un’immagine che le caratterizzasse. Un po’ perché mi ricordavano quei vecchi disegni, un po’ perché libere da problemi di diritti d’autore (morto e sepolto da più di settanta anni), ho scelto le opere di Arthur Rackham, illustratore inglese di epoca Vittoriana, nella sua produzione dedicata proprio alle favole da me scelte.

Collettivo Italiano Fantascienza

Quali sono le tue influenze maggiori?

La letteratura americana, Jung, Dick, la mia vita onirica, la poesia del Novecento, i sepolcrali, i miei ricordi tardoadolescenziali, le suggestioni della musica che amo.

Come vedi la situazione della fantascienza in Italia?

In evoluzione. Bisogna però uscire dalle sciocche competizioni, dalle invidie, dai reciproci sputtanamenti.

Prima di salutarci, ci diresti come può fare la gente per seguire le tue attività?

Proprio ieri, non con grande entusiasmo, ho reso pubblico il mio profilo Facebook. Presto il Collettivo Italiano Fantascienza avrà uno spazio virtuale dove raccontare dei propri progetti.