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Stephen King – Uncollected Unpublished. Le opere nascoste del Re – di Rocky Wood

Kipple Officina Libraria è lieta di presentare un’opera eccezionale e di vasto interesse, un saggio che cataloga e sviscera le opere meno note tra quelle edite, e quelle inedite, di Stephen King, il romanziere americano universalmente noto per la sua capacità di produrre da più di quarant’anni romanzi, racconti e sceneggiature, in grado di spaziare dall’horror alla fantascienza fino al mainstream. copertina

Autore di questa monumentale opera in eBook (ma prestissimo anche nel formato cartaceo) è Rocky Wood, purtroppo morto all’inizio di questo mese e amico, profondo conoscitore del Re il quale, attraverso una minuziosa e certosina opera di censimento della sterminata produzione kinghiana è riuscito a catalogare anche le sue opere misconosciute, rivelando particolari e pubblicando del materiale ormai da collezione che conoscono pochi esperti al mondo; la traduzione è a cura di Daniele Bonfanti, mentre la copertina è del maestro Ben Baldwin. Kipple desidera inoltre ringraziare l’amico Alessandro Manzetti per la sua intermediazione che ha reso possibile la pubblicazione di quest’opera.

Sinossi

Un esaustivo viaggio tra inediti, rarità e manoscritti ritrovati del Re della narrativa horror.
Quali sono le passioni che agitano la mente, l’anima di Stephen King, uno dei più grandi romanzieri contemporanei che ha mosso dalle trame del Fantastico, di cui è il sovrano incontrastato, per esplorare anche la letteratura non di genere, continuando a vendere un numero elevatissimo di copie? Rocky Wood, amico fraterno e massimo esperto della bibliografia del Re, è autore della più completa biografia al riguardo. In questo saggio sono gli inediti e gli scritti dimenticati a essere portati alla luce, con alcuni brani esclusivi da leggere tutto d’un fiato.

Estratto

Dall’introduzione:

Stephen King ha pubblicato più di duecento opere di narrativa (ovvero quarantadue romanzi editi, centonove racconti in raccolte personali e altri cinquantatré racconti sparsi), molte delle quali in differenti versioni. Da una ricerca emerge che esistono almeno altri cinquantaquattro lavori di narrativa di King che non sono stati pubblicati – tra questi, molti sono accessibili ai ricercatori tramite i documenti di King conservati presso l’Università del Maine a Orono, dove King si laureò, o tramite altri canali.
Molti appassionati di King non sono al corrente che parte della narrativa di King è stata pubblicata, ma mai raccolta in volumi dell’autore ad alta tiratura come A volte ritornano. Ci sono, come detto sopra, cinquantaquattro opere “sparse”, alcune delle quali scoperte solo di recente. Per esempio, la ricerca svolta proprio per questo libro ha portato alla luce un’opera poetica finora sconosciuta, pubblicata circa due decenni fa!
Questo libro si focalizza su queste due categorie – cinquantaquattro opere inedite e cinquantaquattro opere sparse di narrativa. Questi centootto romanzi, opere di narrativa più breve, sceneggiature e poesie sono organizzati nei settantuno sottocapitoli seguenti i primi quattro capitoli principali, che riguardano le Realtà di King, le opere “fantasma” (perdute, o quasi-opere), e le varianti e versioni nella sua narrativa. Sono inoltre inclusi un esteso capitolo mai pubblicato finora di un romanzo inedito di King, e una poesia apparsa soltanto una volta.

L’autore

Rocky Wood è stato un avido lettore di King dal 1977, e ha intrapreso cinque trasferte di ricerca nel Maine. È il coautore di alcune tra le opere principali su King: The Complete Guide to the Works of Stephen King (2003; 2004), candidato al premio Bram Stoker per il miglior saggio; Stephen King: the Non-Fiction (2009), candidato al premio Bram Stoker per il miglior saggio; e Stephen King: A Literary Companion (2011), vincitore del premio Bram Stoker per il miglior saggio. Ha pubblicato saggistica in tutto il mondo per trent’anni, è riconosciuto come uno dei principali esperti a livello mondiale sull’opera di King.
Orgoglioso membro della Horror Writers Association, ha prestato servizio all’interno del direttivo dell’associazione dal 2008, e nel 2010 ne è stato eletto presidente. È anche membro dell’Australian Horror Writers Association ed è scomparso, in seguito a una complicazione inattesa della malattia neurodegenerativa di cui soffriva da molti anni, nel dicembre del 2014.

Stephen Edwin King è uno scrittore e sceneggiatore statunitense, uno dei più celebri autori di letteratura fantastica, in particolare horror, dell’ultimo quarto del XX secolo; è considerato anche un autore di spicco nel romanzo gotico moderno. Scrittore notoriamente prolifico, nel corso della sua fortunata carriera, iniziata nel 1974 con Carrie, ha pubblicato oltre sessanta opere, fra romanzi e antologie di racconti, entrate regolarmente nella classifica dei bestseller, vendendo complessivamente più di 400 milioni di copie. 

Daniele Bonfanti è un appassionato di avventura vissuta e narrata. È autore di romanzi e racconti tra l’horror e la fantascienza, e ha pubblicato saggi e articoli tra misteri, scienza di confine, esoterismo e natura selvaggia. In passato ha lavorato per diversi anni come freelance in veste di articolista, redattore e traduttore – operando su testi di diverse autorevoli firme nostrane e internazionali. Da alcuni anni si occupa a tempo pieno di agricoltura naturale, ma continua a scrivere per diletto e qualche volta si diverte con le traduzioni.

La collana V.

La collana V. è lo spazio speciale che la Kipple Officina Libraria riserva alle opere particolarissime, frutto di scelte editoriali che espandono i vasti confini dell’immaginazione, laddove non esiste classificazione e la fantasia corre sfrenata senza nessun limite o condizionamento.

Rocky Wood – Stephen King, Uncollected Unpublished – Le opere nascoste del Re
Copertina di Ben Baldwin
Traduzione di Daniele Bonfanti

Kipple Officina Libraria
Collana V. — Formato ePub e Mobi — Pag. 700 — € 5.99 — ISBN 978-88-98953-14-1

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Le origini dei robot e le loro ascendenze letterarie: il saggio di Sandro Pergameno

Il robot, l’uomo meccanico, preferibilmente dotato di due gambe e due braccia, con cellule fotoelettriche al posto degli occhi e un cervello elettronico, è sempre stato, fin dalla nascita delle prime riviste di fantascienza nei lontani anni venti, uno dei soggetti basilari di questa letteratura, pari per importanza ai viaggi spaziali e all’invasione dei mostri dagli occhi piatti. In realtà, l’idea del robot, dell’automa di metallo dalla forma umana, ha origini lontanissime nel passato.

Inizia così il saggio sulla storia dei robot e la fantascienza di Sandro Pergameno, che fra l’altro in passato ha già concesso una stupenda intervista a Kipple che potete trovare qui, che non solo ci illustra la storia dei robot nel contesto fantascientifico, ma indaga anche con scrupolosità nelle loro origini, andando indietro nel tempo addirittura fino all’Antico Egitto. Un saggio davvero ben scritto, ricchissimo di informazioni, che tutti gli amanti della fantascienza (e non solo) non possono perdersi.
È possibile leggere il saggio per intero sul numero 2 di Cronache di un Sole Lontano, scaricabile gratuitamente qui.
Buona lettura!

Kipple intervista Umberto Rossi: l’importanza di Philip K. Dick

Ciao Umberto. Benvenuto sul blog di Kipple Officina Libraria. È un onore averti qui. Prima di tutto, per chi non ti conoscesse, che ne dici di raccontarci chi sei?
Un americanista che tanti anni fa si laureò con una tesi su Dick (era il lontano 1989), ha continuato a lavorarci come altri studiosi italiani (da Carlo Pagetti a Gabriele Frasca, senza dimenticare Antonio Caronia, recentemente scomparso), poi, a differenza degli altri ha pubblicato un libro negli Stati Uniti (nel 2011) che ancora vende qualche copia. Aggiungo che la traduzione di Le tre stimmate di Palmer Eldritchancora in stampa è mia, con tutti i suoi pregi e difetti.
L’interesse accademico per Philip K. Dick sembra aumentare di pari passo con quello di Hollywood, sempre più incline a ispirarsi ai suoi racconti. Da dove credi origini tutto questo interesse nei confronti dell’autore californiano?
Cito Tommaso Pincio, altro grande conoscitore di Dick (e suo traduttore): lo scrittore californiano ha toccato tutti i temi fondamentali per comprendere il mondo in cui viviamo, il potere dei media, l’intelligenza artificiale, l’uso e abuso delle droghe, la politica-spettacolo, la società dei simulacri… semplicemente il mondo della cultura in generale e quello accademico in particolare si stanno accorgendo di lui. L’anno scorso due eventi piuttosto grossi, un convegno internazionale all’università di Dortmund, e il festival in una delle università di San Francisco, hanno segnato il trentennale della morte di Dick; ma altre cose sono all’orizzonte. In Italia forse siamo stati più svelti degli americani (una volta tanto), perché il picco dell’attenzione su Dick e la sua opera risalgono a una decina d’anni fa, quando Fanucci comprò in blocco i diritti della sua opera completa, e di Dick ne parlavano tutti, da Cofferati a Toni Negri. Ora da noi l’interesse è un po’ calato, anche se non scomparso del tutto, mentre mi sembra che adesso sia l’America a dedicare sempre più attenzione a questo suo figliol prodigo. Prova ne sia la pubblicazione di quindici dei suoi romanzi nella Library of America, una collana molto seria e prestigiosa, paragonabile da noi ai Meridiani Mondadori, o alla Pléiade francese…
Nel tuo saggio The Shunts in the Tale: The Narrative Architecture of Philip K. Dick’s VALIS, affronti il tema delle esperienze mistiche che Dick ha integrato nei suoi romanzi e in modo particolare in VALIS. Spesso questo aspetto di Dick viene schernito, facendo cenno a una condizione psicologica instabile. Qual è la tua opinione a riguardo?
Vogliamo dire le cose come stanno? Probabilmente Dick soffriva di disordine bipolare, cioè di un’alternanza di fasi euforiche e depressive. Bene, non è il primo scrittore ad avere problemi di ordine psichiatrico. Sappiamo che Van Gogh è finito in manicomio (cosa che a Dick non è successa). Vogliamo dire che non vale niente come pittore? Uno dei più grandi poeti romantici tedeschi, Friederich Hölderlin, soffrì negli ultimi anni della sua vita di schizofrenia, e firmava le sue poesie col nome Scardanelli; resta comunque uno dei più grandi poeti romantici tedeschi.
Quanto alle famose visioni del febbraio-marzo 1974, sono uno dei temi più dibattuti, ma siccome io non sono uno psicanalista né uno psichiatra mi interessano solo come un’esperienza della vita di uno scrittore degno del massimo rispetto in quanto scrittore, che da quelle esperienze ha tratto materiali per romanzi degni del massimo rispetto. Senza il raggio rosa dal quale Dick affermava di essere stato colpito (qualunque cosa fosse in realtà), non avremmo Un oscuro scrutare, VALIS, Invasione divina… e il mondo sarebbe più povero. Del resto, a nutrire scetticismo verso quelle visioni in certi momenti era lo stesso Dick. Non a caso sintetizzò la sua vita con una frase lapidaria, parlando di sé in terza persona: “S’è drogato. Ha visto Dio. Bel capolavoro!”
Il tuo libro The Twisted Worlds of Philip K. Dick: A Reading of Twenty Ontologically Uncertain Novels, che fra l’altro contiene anche il saggio The Shunts in the Tale, reperibile su Amazon a questo indirizzo, raccoglie tutti i tuoi articoli su Dick. Quali temi dickiani affronti del volume?
Diciamo che ho scelto un tema che fa da filo conduttore, e cioè l’incertezza ontologica. Cartesio scrisse “penso, dunque sono”; secondo Fredric Jameson il ragionamento di Dick potrebbe essere “penso, dunque sono un androide”. In Dick certezze non ce ne sono: ogni rivelazione potrà essere smentita domani o dopodomani da una contro-rivelazione. Come si vive in queste condizioni, che poi sono le nostre condizioni attuali, a ben vedere? Ce lo racconta Dick nei suoi romanzi e racconti. A parte queste considerazioni più sociologiche, più culturali nel senso più ampio del termine, a me interessava vedere cosa succede in un romanzo o un racconto, in un testo narrativo, una volta che in esso opera il principio dell’incertezza ontologica, il dubbio su cosa sia reale e cosa no. Io ci tengo a distinguere Dick da Matrix e dai fratelli Wachowsky. In Matrix il messaggio è “la realtà è un’altra”: siamo tornati a Platone con le sue idee nascoste dietro i fenomeni. In Dick si scopre che la realtà è un’altra, ma poi la realtà nascosta viene smentita anch’essa, poi magari ci si ritorna su e si decide che no, è vera ma non è proprio quello che sembrava all’inizio, e alla fine no, non era la realtà neanche quella perché qualche rivelazione all’ultimo minuto rimette tutto in dubbio. Anche quando Dio entra in scena, come in VALIS, il dubbio permane fino alla fine, ed è il discorso che porto avanti nell’articolo da te citato, dove cerco di smontare il romanzo pezzo per pezzo. E’ un lavoro da bravi meccanici, e non so se sono bravo come meccanico, però mi sembra di essere riuscito a seguire il gioco di Dick fino alla fine, il gioco del Ratto, quello che – secondo Thomas Disch – Dick giocava coi suoi lettori. Il gioco del Ratto era una specie di Monopoli truccato dove il banchiere può cambiare le regole durante la partita, e imporre per esempio a tutti i giocatori di pagare una tassa che non esisteva prima o di tirare un dado solo; e nei romanzi di Dick capita spesso che il gioco della narrazione cambi le sue regole in corsa, spiazzando completamente i lettori. E forse è proprio questo che ci piace tanto!
Prendendo in considerazione l’avvento delle nuove tecnologie che permettono, grazie ad esempio agli ebook, alle piccole case editrici (anche italiane) di ritagliarsi una fetta di mercato maggiore, come vedi il futuro della fantascienza?
Mamma mia che domanda. La domanda da un milione di dollari. Ho avuto una limitata esperienza dell’industria e del mercato editoriale, per cui penso che altri saprebbero rispondere meglio di me, però due cose penso di poterle affermare.
Allora, l’ebook può essere un ottimo canale per una letteratura di nicchia come quella di fantascienza. Oggi pubblicare un libro è più semplice e più facile. Ma questo non significa che siamo in paradiso, e che la fantascienza italiana prospererà. Qui bisogna distinguere tra il mercato di lingua inglese e il nostro. Talenti ce ne sono dappertutto. Prendi per esempio Tullio Avoledo: sta scrivendo ottima fantascienza da anni, un romanzo dopo l’altro. Solo che non la chiama fantascienza e viene pubblicato da Einaudi.
In Inghilterra è diverso: Iain Banks, scomparso prematuramente quest’anno, scriveva senza problemi sia fantascienza che altre cose. E non si nascondeva. Perché? Secondo me per un motivo molto semplice, e cioè che in Inghilterra (come anche negli Stati Uniti) hanno un’editoria di fantascienza professionale. Che vuol dire, seria, competente, preparata. Soprattutto hanno, più che gli editori (publisher) gli editor, e cioè quelli che lavorano gomito a gomito con lo scrittore per fare uscire un romanzo o un racconto al meglio. Chi crede che lo scrittore partorisca un testo perfetto, e lo dia all’editore che si limita a stamparlo, crede alle favole. L’editor è una figura fondamentale, necessaria, vitale. Ma nell’editoria di fantascienza di editor all’altezza di quelli inglesi e americani io non ne vedo. Gente come Campbell, ai suoi tempi, e poi Tony Boucher (che fu l’editor di Dick agli inizi), o Fred Pohl, fino a uno come Russell Galen, che lavorò con Dick per gli ultimi romanzi e ancora ha un’agenzia importante.
Allora lo scrittore italiano dotato, come Avoledo, va da Einaudi e stampa la sua fantascienza come narrativa generale. Fantascienza di contrabbando, in maschera, sotto falso nome. Ma deve fare così, perché pubblicando con Einaudi ha il supporto di una struttura professionale e si confronta con editor competenti.
Quindi, riassumendo: l’editoria elettronica è una grande opportunità, ma se la qualità del prodotto non viene curata l’opportunità viene sprecata. Che tu legga un libro di carta o di bit memorizzati su un Kindle, non conta; quel che conta è che il libro si faccia leggere.
Ti ringrazio per l’intervista, Umberto. È stato un piacere. Spero di riaverti presto ospite.
Prego. Ha fatto piacere anche a me!

Le altre interviste di Kipple:

Come costruire un universo secondo Philip K. Dick

Gli amici mi domandavano: “Ma non stai scrivendo niente di serio?”, intendendo dire: “Non stai scrivendo qualcos’altro, oltre alla fantascienza?”. Questo è un passaggio tratto da un saggio firmato Philip K. Dick, dal titolo: How To Build a Universe That Doesn’t Fall Apart Two Days Later (Come costruire un universo che non cada a pezzi dopo due giorni). Un saggio interessante in quanto l’autore, che ai tempi – parliamo del periodo fra il 1978-1985 – non godeva ancora della celebrità di oggi, celebrità giunta purtroppo troppo tardi, analizza quale dovrebbe essere il ruolo dello scrittore di fantascienza.
Spesso considerata come letteratura di serie B – basti pensare alla reticenza che alcuni critici e accademici dimostrano nel definire fantascienza importanti capolavori di critica sociale come 1984 di George Orwell e Brave New World (Il mondo nuovo) di Aldous Huxley, cosa che chiaramente sono – la fantascienza ancora oggi paga lo scotto di un passato che l’ha vista emergere nella cultura popolare fra le pagine dei pulp magazine americani.
Malgrado tutto, però, la fantascienza è ancora fra noi, con nuovi autori interessanti sia all’estero che all’interno dei confini italiani. Se è sopravvissuta fino a oggi significa che gli autori di fantascienza hanno in effetti qualcosa da dare.
Ma cosa?
Dick scrive: Ebbene, vi parlerò dei miei interessi, di ciò che io considero importante. Non posso spacciarmi per un’autorità in nessun campo, ma posso dire in tutta sincerità che alcune materie mi affascinano moltissimo, e passo tutto il mio tempo a scriverne. Le due questioni che più mi affascinano sono: “Che cos’è la realtà?” e “Che cosa caratterizza l’autentico essere umano?”.
L’autore prosegue sottolineando come, essendo la realtà soggettiva, sia legittimo dubitare fino a che punto è plausibile una forma di comunicazione autentica. Quali messaggi arrivano a noi attraverso i mass media? Gli “pseudomondi” mediatici, realtà modificate in modo tale da cambiare il nostro modo di percepire la realtà, sono positivi o incoraggiano alla passività? Quasi sempre sono le forze dell’ordine a vincere nei film. Qual è il messaggio se non, come scrive Dick, che opporsi all’autorità è inutile e bisogna quindi sottomettersi? Fino a che punto veniamo manipolati a nostra insaputa? E quali sono i risultati? Secondo Dick: La pioggia di pseudorealtà comincia molto rapidamente a produrre esseri umani inautentici, spurii, falsi quanto i dati da cui vengono assediati su ogni lato.
Forse il ruolo dello scrittore di fantascienza consiste proprio in questo: non essendo esperto di nulla, può osservare le cose dal di fuori e aiutare la gente a vedere ciò che nella vita di ogni giorno – come il significato degli “pseudomondi” creati dai mass media – passa inosservato.
Il saggio, molto interessante, può essere consultato interamente qui.