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H.P. Lovecraft: L’immagine nella Casa, l’audioracconto

H.P. Lovecraft è ritenuto oggi uno dei più grandi autori horror nella storia della letteratura occidentale. I suoi racconti continuano ancora oggi, a quasi un secolo di distanza, ad affascinare e terrorizzare i lettori. L’immagine nella casa (The Picture in The House), ultimato nel 1920 e pubblicato per la prima volta da The National Amateur, è un ottimo esempio di come Lovecraft riuscisse a creare delle atmosfere capaci di catturare il lettore e non lasciarlo andare fino all’ultima parola. Sul canale YouTube Ménéstrandise Audiolibri è possibile ascoltare l’intero racconto, narrato fra l’altro in modo egregio. Segue l’audioracconto.

 

Isaac Asimov legge il suo celeberrimo racconto L’ultima domanda

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L’ultima domanda è forse il racconto più celebre di Isaac Asimov, autore di fantascienza noto anche a coloro che hanno poca dimestichezza col genere. Pubblicato per la prima volta nel 1956 su Science Fiction Quarterly, fu proprio l’autore americano a definire questo come il suo miglior racconto. Nel video YouTube che vi presentiamo oggi, sentirete nientedimeno che lo stesso Asimov leggere L’ultima domanda! Buon ascolto!

I due re e i due labirinti, un brevissimo racconto di Jorge Luis Borges

Oggi vi regaliamo un racconto brevissimo di uno dei più noti e importanti autori argentini del XX secolo, Jorge Luis Borges. I suoi racconti non esitano a fare uso dei temi del fantastico per esprimere una visione umana e al contempo metafisica della realtà, influenzata dal taoismo che ha rappresentato un elemento formativo nella vita dell’autore. Segue il racconto:

 

 

I due re e i due labirinti

di Jorge Luis Borges

Narrano gli uomini degni di fede (ma Allah sa di più) che nei tempi antichi ci fu un re delle isole di Babilonia che riunì i suoi architetti e i suoi maghi e comandò loro di costruire un labirinto tanto involuto e arduo che gli uomini non si avventuravano a entrarvi, e chi vi entrava si perdeva. Questa costruzione era uno scandalo, perché la confusione e la meraviglia sono operazioni proprie di Dio e non degli uomini. Passando il tempo, venne alla sua corte un re degli arabi, e il re di Babilonia (per burlarsi della semplicità del suo ospite) lo fece penetrare nel labirinto, dove vagò offeso e confuso fino al crepuscolo. Allora implorò il soccorso divino e trovò la porta. Le sue labbra non proferirono nessun lamento, ma disse al re di Babilonia ch’egli in Arabia aveva un labirinto migliore e che, a Dio piacendo, gliel’avrebbe fatto conoscere un giorno. Poi fece ritorno in Arabia, riunì i suoi capitani e guerrieri e devastò il regno di Babilonia con sì buona fortuna che rase al suolo i suoi castelli, sgominò i suoi uomini e fece prigioniero lo stesso re. Lo legò su un veloce cammello e lo portò nel deserto. Andarono tre giorni e gli disse: « Oh, re del tempo e sostanza e cifra del secolo! In Babilonia mi vorresti perdere in un labirinto di bronzo con molte scale, porte e muri; ora l’Onnipotente ha voluto ch’io ti mostrassi il mio dove non ci sono scale da salire, né porte da forzare, né corridoi da percorrere, né muri che ti vietano il passo».
Poi gli sciolse i legami e lo abbandonò in mezzo al deserto, dove quegli morì di fame e di sete. La gloria sia con Colui che non muore.

La sentenza, un racconto breve di Fredric Brown

Oggi sul blog di Kipple vi proponiamo, come abbiamo già fatto altre volte (sotto trovate una lista di articoli), un racconto del genio della short fiction Fredric Brown. Intitolato La sentenza, il racconto pubblicato nel 1954 all’interno dell’antologia Cosmolinea B-2 di sicuro non vi deluderà. Buona lettura!

La sentenza di Fredric Brown 
Charley Dalton, spaziale di origine terrestre, entro un’ora dal suo atterraggio sul secondo pianeta della stella Antares aveva commesso un reato assai grave. Aveva ucciso un Antariano. Su gran parte dei pianeti l’assassinio è un reato minore; su molti altri è un’azione lodevole. Ma su Antares II è un delitto capitale.
«Sei condannato a morte», decretò il solenne giudice antariano. «Morte per disintegrazione domani all’alba.» Non era permesso fare appello alla sentenza.
Charley fu condotto nell’appartamento dei condannati.
L’appartamento si rivelò composto di diciotto stanze sfarzose, ognuna fornita, molto ben fornita, con un’ampia scelta di cibi e bevande, giacigli e qualunque altra cosa egli avesse potuto desiderare, inclusa una bellissima donna sopra ognuno dei giacigli.
«Ch’io sia dannato», disse Charley.
La guardia antariana si chinò verso di lui e spiegò: «È l’usanza del nostro pianeta. Facciamo così per l’ultima notte di ogni uomo condannato a morire all’alba. Gli viene offerto tutto quello che potrebbe desiderare.»
«Vale quasi la pena», osservò Charley. «Dimmi un po’, io avevo appena atterrato quando mi è capitato questo guaio e non ho avuto il tempo di controllare la guida del pianeta. Quanto è lunga una notte, qui? Quante ore impiega questo pianeta in una rotazione?»
«Ore?» disse la guardia. «Dev’essere un termine terrestre. Telefonerò all’Astronomo Reale per una raffronto del tempo tra il tuo pianeta e il nostro.»
Telefonò, fece la domanda, ascoltò. Poi disse a Charley Dalton: «Il tuo pianeta Terra compie novantatré rivoluzioni attorno al suo sole durante un periodo di oscurità su Antares II. Una delle nostre notti equivale a novantatré dei vostri anni.»
Charley fischiò sommessamente e si domandò se ce l’avrebbe fatta. La guardia antariana, la cui vita aveva una durata di poco più che ventimila anni, si inchinò con aria grave e compassionevole per poi ritirarsi.
Charley Dalton affrontò la sgobbata di quella lunga notte di mangiate, bevute, et coetera, sebbene non in questo ordine preciso. Le donne erano davvero belle e lui era stato nello spazio un bel po’ di tempo.
Altri articoli Kipple su Fredric Brown:

Usi e costumi del grifone, uno stupendo racconto di Robert Sheckley

Pubblicato per la prima volta nella raccolta Microfantascienza: altre 44 storie, oggi vi proponiamo un bellissimo racconto del genio della fantascienza Robert Sheckley.

Sempre in ambito di letteratura, vi segnaliamo inoltre l’ormai importante Premio Kipple 2014 per romanziQui troverete il bando!
Buona lettura!


USI E COSTUMI DEL GRIFONE
di Robert Sheckley
Treggis si sentì notevolmente sollevato quando il proprietario della vecchia libreria si allontanò verso la porta per accudire a un altro cliente. Dopo tutto, era esasperante avere costantemente dietro le spalle un vecchio untuoso, occhialuto, servile, che sbircia le pagine che state sfogliando, indica ora qua ora là con un sudicio dito nodoso, spolvera ossequiosamente sotto il vostro naso gli scaffali con un fazzoletto chiazzato di nicotina. Per non parlare del vivo fastidio di dover prestare ascolto alle sue invadenti,
chiocce reminiscenze.
Indubbiamente era animato da buone intenzioni, ma c’è un limite a tutto. E uno non poteva far altro che sorridere cortesemente, sperando che il campanello sulla porta squillasse – come aveva appunto appena fatto.
Treggis si diresse verso il fondo del negozio, sperando che quell’ometto disgustoso non si mettesse sulle sue tracce. Oltrepassò una cinquantina di titoli greci, quindi la sezione dei testi di divulgazione scientifica. Poi, in uno strano guazzabuglio di titoli e autori, superò Edgar Rice Burroughs, Anthony Trollope, i volumi della Società Teosofica e i poemi di
Longfellow. Quanto più avanzava verso il retro, tanto più spessa diventava la polvere; quanto più fioca si faceva la luce delle lampadine nude sospese lungo lo stretto corridoio, tanto più alte divenivano le pile di libri muffiti e malconci.
Era veramente un posto splendido c, accidenti, Treggis non riusciva proprio a capacitarsi di esserselo lasciato scappare finora. I vecchi negozi di libri usati erano l’unico piacere della sua giovane vita. Trascorreva là dentro tutte le sue ore libere, girellando felice tra gli scaffali.
Naturalmente, era interessato solo a certi tipi di libri.Alla fine dei lunghi scaffali si diramavano altri tre corridoi, formando angoli assurdi. Treggis imboccò quello centrale, riflettendo che la libreria non gli era sembrata così vasta dall’esterno. Solo una porticina
seminascosta tra due edifici, con una vecchia insegna dipinta a mano sul pannello superiore. Ma queste vecchie botteghe, del reste, sono piene di sorprese, e si prolungano spesso per quasi mezzo isolato in profondità.


Al termine del corridoio si biforcavano ancora due stretti budelli tappezzati di libri. Scelto quello a sinistra,. Treggis cominciò a leggere i titoli, scorrendoli a caso rapidamente dall’alto in basso, con occhio esperto. Non aveva fretta; avrebbe potuto, se ne valeva la pena, passare lì il resto della giornata – per non parlare della notte.
Aveva fatto otto o dieci passi strascicati nel nuovo corridoio, quando un titolo lo colpì. Tornò indietro.
Era un libretto con la copertina nera, vecchio, ma con quell’aspetto di età indefinibile che hanno certi libri. La scritta sulla copertina era sbiadita, i margini consunti.
«Guarda, guarda! Chi l’avrebbe mai detto!» mormorò Treggis soavemente.
La copertina annunciava: Cura e alimentazione dei grifoni. E sotto, in caratteri più piccoli, Consigli per il guardiano.
I grifoni, per chi non lo sa, sono mostri mitologici, metà aquila, metà leone.
«Bene» disse Treggis tra sé «diamo un po’ un’occhiata.» Aprì il libro e cominciò a leggere l’indice. I capitoli erano: 1. Specie di grifoni. 2. Una breve storia della grifonologia.
3. Sottospecie di grifoni. 4. Alimentazione dei grifoni. 5. Creazione di un habitat naturale per il grifone. 6. Il grifone nel periodo della muda. 7. Ilgrifone e…
Treggis chiuse il libro.
«Ecco qualcosa» disse tra sé «di decisamente… ehm, insolito.» Sfogliò il libretto, leggendone una frase ora qua ora là. Il suo primo pensiero, checioè si trattasse di una di quelle compilazioni di storia naturale innaturale, tanto care al sentimento elisabettiano, si rivelò subito erroneo. Il libro non era abbastanza antico; e non c’era nulla di superfluo o eufemistico nel linguaggio, nessuna struttura bilanciata delle frasi, né contrapposizione di ingenue antitesi, e simili. Era un testo semplice, chiaro, conciso. Treggis sfogliò qualche altra pagina, fino a fermare l’occhio su una frase: Unico alimento dei grifoni sono giovani vergini. Il periodo della nutrizione cade una sola volta al mese, e occorre prestare particolare attenzione…

Chiuse ancora il libro. La frase diede la stura a un filone di pensieri tutto particolare. Li scacciò imbarazzato, lieto che nessuno potesse scorgere il suo rossore, e guardò nuovamente lo scaffale nella speranza di trovare altri libri dello stesso genere. Qualcosa come Breve storia degli amori delle sirene, o magari La corretta alimentazione dei minotauri. Ma non c’era niente di neppure lontanamente simile. Né sullo stesso scaffale, né su altri, per quanto riuscisse a vedere.
«Trovato niente?» disse una voce alle sue spalle. Treggis sobbalzò, deglutì, sorrise e mostrò il libretto nero.
«Ah, quello» disse il vecchietto, spolverandone la copertina. «Un libro piuttosto raro, sapete?»
«Oh, dite davvero? mormorò Treggis.»
«Anche i grifoni» proseguì il vecchio libraio con aria assorta, sfogliando rapidamente il libretto «sono piuttosto rari. Proprio una specie rara di…animali. Un dollaro e cinquanta per questo, signore» concluse, dopo una breve pausa di riflessione.
Treggis uscì con il nuovo acquisto stretto sotto l’esile braccio destro, e si diresse ansiosamente verso casa. Non capita tutti i giorni di comprare un libro sulla Cura e alimentazione dei grifoni.
La stanza di Treggis aveva un’impressionante somiglianza con un negozio di libri di seconda mano. La stessa mancanza di spazio, lo stesso strato di polvere grigia distribuito uniformemente dappertutto, lo stesso caos approssimativamente disposto di titoli, autori e formati. Treggis non si soffermò a rimirare i suoi tesori. La copia consunta dei Versi libidinosi, benché esposta in bella vista, passò inosservata. Quasi sgarbatamente gettò
via la Psicopatia sessuale dalla poltrona, sedette, e cominciò a leggere.
Una parte piuttosto lunga era dedicata alla cura e alimentazione. Chi avrebbe mai detto che una creatura mezza leone e mezza aquila fosse così sensibile. C’era anche un’interessante e ampia descrizione delle abitudini alimentari del grifone. E varie altre informazioni. Per puro diletto, quel libro valeva almeno quanto le lezioni di Havelock Ellis sul sesso, fino a
quel momento le sue preferite.
Poco prima della fine, venivano fornite precise istruzioni su come raggiungere lo zoo che conservava gli ultimi esemplari di grifone.
Istruzioni, a dir poco, uniche nel loro genere.
Era trascorsa da un bel po’ la mezzanotte quando Treggis chiuse il libro.
Che messe di straordinarie informazioni era contenuta tra quelle due copertine nere! Ma c’era una frase soprattutto che non riusciva a togliersi dalla mente: Unico alimento dei grifoni sono giovani vergini.Quel punto lo angustiava. Non gli sembrava una cosa leale, in un certo senso.
Dopo un po’, apri ancora il libro sulle Istruzioni per raggiungere lo zoo.
Erano decisamente strane, non c’era dubbio. E tuttavia, non troppo difficili. Non richiedevano di Certo un eccessivo sforzo fisico. Solo poche parole, e qualche gesto. Treggis ricordò d’improvviso quanto fosse insopportabile il suo lavoro d’impiegato di banca. Uno stupido spreco di otto ore al giorno, da qualsiasi punto di vista si considerasse la questione.
Quanto sarebbe stato più interessante essere un guardiano di grifoni.
Spargere lo speciale unguento durante la stagione della muda, risolvere i quesiti ancora aperti della grifonologia. Essere responsabile della loro nutrizione. Unico alimento…
«Ma sì, ma sì» borbottò concitato, percorrendo nervosamente su e giù la misera stanzetta. «Uno scherzo… ma potrei anche mettere alla prova queste istruzioni. Così, per ridere.»
E Treggis rise, senza convinzione.
Non vi furono lampi accecanti, né rombo di tuoni, ma Treggis fu nondimeno trasportato, istantaneamente in apparenza, da qualche parte. Barcollò per un momento, poi riacquistò l’equilibrio, e aprì gli occhi. La luce del sole era abbagliante. Guardandosi intorno, poté constatare che qualcuno aveva fatto un ottimo lavoro di Creazione di un habitat naturale per il grifone.
Treggis avanzò nella valle, cavandosela abbastanza bene, considerando lo stato delle sue ginocchia e dello stomaco. E finalmente vide il grifone.
Nello stesso momento il grifone vide lui.
Dapprima lentamente, poi accelerando sempre più, il grifone avanzò allasua volta. Le grandi ali d’aquila spiegate, gli artigli distesi, il mostro balzò, o volò, verso di lui. Treggis, terrorizzato, cercò di saltare da parte. Ma il grifone, enorme e dorato nel sole, gli piombò addosso, e Treggis urlò disperatamente: «No, no! Unico alimento dei grifoni sono giovani…»
Poi urlò di nuovo, rendendosi conto del suo equivoco, mentre gli artigli si stringevano su di lui.

Ombra, un brevissimo racconto di Edgar Allan Poe

Ombra è un brevissimo racconto di uno degli autori che più hanno influito sul genere horror (e non solo): Edgar Allan Poe. Scritto nel 1835, fu pubblicato solo cinque anni dopo all’interno della raccolta Racconti del grottesco e dell’arabesco. Per il piacere di tutti gli appassionati del fantastico, oggi ve lo riproponiamo.
Rimanendo sempre in tema di racconti brevi, vi ricordiamo inoltre che siete ancora in tempo per partecipare al Premio Short-Kipple 2014. Per consultare il bando, basta che clicchiate qui.
Buona lettura!
Ombra
di Edgar Allan Poe
Voi che mi leggete siete ancora tra i viventi; ma io che scrivo, da molto, da molto tempo sarò partito per la regione delle ombre. Poichè, in verità, succederanno di ben strane cose, molti segreti saran rivelati, molti secoli passeranno prima che queste parole sian vedute dagli uomini. E quando le avranno vedute, gli uni non le crederanno, gli altri dubiteranno, e ben pochi troveranno materia di meditazione nei caratteri che su queste tavolette vo tracciando con uno stile di ferro.
L’anno era stato un anno di terrore, pieno di sentimenti più intensi del terrore, pei quali non c’è un nome sulla terra. Poichè c’erano stati molti prodigi e molti segni, e da tutte le parti, sulla terra e sul mare; le negre ali della Peste s’eran largamente spiegate. Ma quelli ch’eran sapienti nelle stelle non ignoravano che i cieli aveano un aspetto di sventura; e per me, tra gli altri, il greco Oinos, era evidente che stavamo al ricorso di quel settecentonovantaquattresimo anno, in cui, all’entrata in Ariete, il pianeta Giove si trova in congiunzione col rosso anello del terribile Saturno. Lo spirito particolare dei cieli, se non m’inganno di molto, manifestava la sua potenza non soltanto sul globo fisico della terra, ma ben anche sulle anime, sui pensieri, sulle meditazioni dell’umanità.
Una notte, eravamo in sette, in fondo a un nobile palazzo in una triste città chiamata Tolemaide, seduti intorno ad alcune anfore d’un vino rosso di Chio. E la nostra camera non aveva altra entrata che un’alta porta di bronzo; e la porta era stata lavorata dall’artista Corinno, ed era d’una rara perfezione, e si chiudeva per di dentro. Del pari, dei panneggiamenti neri, proteggendo questa camera melanconica, ci risparmiavamo l’aspetto della luna, delle stelle lugubri e delle vie spopolate: – ma il presentimento e il ricordo del flagello non s’erano potuti così facilmente escludere. C’erano, intorno, presso a noi, delle cose di cui non posso render completamente ragione,- delle cose materiali e spirituali, – una pesantezza nell’atmosfera, – una sensazione di soffocamento, d’angoscia, – e, sopratutto quel terribile modo d’esistenza che subiscono le persone nervose, quando i sensi son crudelmente viventi e svegli, e le facoltà dello spirito assopite, intristite. Un peso mortale ci schiacciava. Si stendeva sulle nostre membra, – sul mobilio della sala, – sulle coppe in cui si beveva; e tutte le cose parevano oppresse, prostrate in quell’abbattimento,- tutto, eccetto le fiamme delle sette lampade di ferro che rischiaravano la nostra orgia. Allungandosi in minuti filamenti di luce, rimanevano tutte così, e bruciavano pallide e immobili; e nella rotonda tavola d’ebano, attorno a cui sedevamo, e che il loro chiarore trasformava in specchio, ogni convitato contemplava il pallore della sua propria faccia e il lampo inquieto degli occhi tristi dei suoi compagni. Nondimeno si mandavan delle risate, ed eravamo allegri a nostro modo, – un modo isterico; e si cantavano le canzoni d’ Anacreonte, – che non son che follia; e si beveva molto, quantunque la porpora del vino ci rammentasse la porpora del sangue. Perchè c’era nella camera un ottavo personaggio, il giovane Zoilo.
Morto, lungo disteso e seppellito, egli era là il genio e il demone della scena. Ahimè! Non aveva parte, lui, al nostro divertimento; salvochè la sua faccia, sconvolta dal male, e gli occhi, dove la morte non avea spento che a mezzo il fuoco della peste, sembrava prendere tanto interesse alla nostra gioia quanto posson prendere i morti alla gioia di quelli che devon morire. Ma, benchè io, Oinos, mi sentissi addosso, fissi su me, gli occhi del defunto, nondimeno mi sforzai di non comprendere l’amarezza della loro espressione, e, figgendo ostinatamente lo sguardo nelle profondità dello specchio d’ebano, cantai con voce alta e sonora le canzoni del poeta di Teo. Ma grado a grado il mio canto cessò, e gli echi, correndo lontano fra le nere drapperie della camera, divennero fievoli, indistinti, e svanirono. Ed ecco che dal fondo di quelle drapperie nere ove andava a morire il suono della canzone, s’arderse un’ombra, fosca, indefinita, – un’ombra simile a quella d’un corpo di un uomo, quando la luna è bassa nel cielo; ma non era l’ombra né d’un uomo, né di un Dio, né d’alcun altro essere comune. E quasi rabbrividendo, oscillando per un istante fra le drapperie, rimase infine visibile e dritta, sulla superficie della porta di bronzo. Ma l’ombra era vaga, senza forma, indefinita; non era l’ombra né di un uomo né di un Dio,- né di un Dio di grecia, né d’un Dio di caldea, né d’alcun altro Dio egiziano. E l’ombra riposava sulla gran porta di bronzo e sulla cornice scolpita, e non si muoveva, e non pronunciava una parola: ma si fissava sempre più, e restò immobile. E la porta sulla quale l’ombra riposava era, se ben mi ricordo, proprio di contro ai piedi del morto Zoilo. Ma noi, i sette compagni, avendo veduto l’ombra mentre usciva dalle drapperie, non osavamo contemplarla fissamente; ma abbassavamo gli occhi, figgendoli sempre nelle profondità dello specchio d’ebano. E, finalmente, io, Oinos, ardii pronunziare alcune parole a bassa voce, e domandai all’ombra il suo nome e la sua dimora. E l’ombra rispose:
Io sono OMBRA, e la mia dimora è vicina alle catacombe di Tolemaide, e presso quelle cupe lande infernali, dove scorrono le acque impure di Caronte! –
E allora, tutti e sette, ci rizzammo inorriditi sui nostri seggi, e restammo così, tremanti, terrorizzati, convulsi; perchè il timbro della voce dell’ombra non era quello d’un solo individuo, ma d’una moltitudine d’esseri; e quella voce, variando le sue inflessioni di sillaba in sillaba, veniva a caderci confusamente negli orecchi, imitando gli accenti noti e familiari di mille e mille amici scomparsi.

Altri post Kipple dedicati a Edgar Allan Poe:

Il solipsista di Fredric Brown

Di Fredric Brown, il genio della flash fiction fantascientifica, vi abbiamo già parlato in passato, proponendovi il racconto La razza dominante e un brano  un po’ “anomalo”. Oggi vi proponiamo invece il racconto Il solipsista (Solipsist, 1954), in cui Brown torna a occuparsi di tematiche metafisiche.
Inoltre, rimanendo sempre in tema di narrativa breve, vi ricordiamo che avete ancora tempo fino al primo gennaio per partecipare all’ormai famoso Premio Short-Kipple! Cliccando qui potrete consultare il bando!

Buona lettura!

IL SOLIPSISTA
Walter B. Jehovah (non ve la prendete con me, si chiamava davvero così) era stato un solipsista per tutta la vita. Un solipsista, nel caso non lo sappiate, è un tale che crede di essere la sola cosa veramente esistente, che l’altra gente e l’universo generale esistono solo nella sua immaginazione e che se lui smettesse di immaginarli cesserebbero d’esistere.
Un giorno, Walter B. Jehovah diventò solipsista militante. Nel giro di una settimana, sua moglie era scappata con un altro uomo, lui aveva perso il posto di magazziniere e si era rotto una gamba correndo dietro a un gatto nero per impedirgli di attraversargli la strada.
Mentre era in ospedale, decise di farla finita.
Guardando fuori della finestra, fissò le stelle e volle che cessassero d’esistere. Le stelle sparirono.
Volle poi che tutta l’altra gente cessasse d’esistere, e l’ospedale si fece stranamente silenzioso, ancor più silenzioso del solito.
Passò poi al mondo, e si ritrovò sospeso nel vuoto.
Con la stessa facilità si liberò del proprio corpo, e poi giunse finalmente ad annullare se stesso.
Strano, Walter B. Jehovah pensò. Possibile che il solipsismo abbia dei limiti?
“Sì” disse una voce.
“Chi sei?” chiese Walter B. Jehovah.
“Sono quello che ha creato l’universo che tu hai appena fatto sparire, e adesso che hai preso il mio posto…” ci fu un profondo sospiro, “posso finalmente cessare la mia stessa esistenza, trovare la pace e lasciare che sia tu a continuare.”
“Ma…come si fa a cessare d’esistere? È proprio questo che sto cercando di fare!”
“Sì, lo so” disse la voce. “Devi fare come ho fatto io: crea un universo, e aspetta finché non verrà uno come te ad annullarlo, poi potrai andare in pensione e lasciare che sia lui a continuare. Be’, addio.”
E la voce sparì.
Walter B. Jehovah era solo nel vuoto, e c’era una sola cosa che potesse fare.
Creò il cielo e la terra.
Gli ci vollero sette giorni.