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Il castello: lo stupendo racconto breve di Italo Calvino

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Vi presentiamo Il castello, racconto scritto da uno dei più importanti autori italiani del secolo trascorso: Italo Calvino. Chi volesse leggere anche un altro suo famoso racconto, Il contadino astrologo, può farlo cliccando qui. Buona lettura!

Il castello di Italo Calvino

In mezzo a un fitto bosco, un castello dava rifugio a quanti la notte aveva sorpreso in viaggio: cavalieri e dame, cortei reali e semplici viandanti.
Passai per un ponte levatoio sconnesso, smontai di sella in una corte buia, stallieri silenziosi presero in consegna il mio cavallo. Ero senza fiato; le gambe mi reggevano appena: da quando ero entrato nel bosco tali erano state le prove che mi erano occorse, gli incontri, le apparizioni, i duelli, che non riuscivo a ridare un rodine né ai movimenti né ai pensieri.
Salii una scalinata; mi trovai in una sala alta e spaziosa: molte persone – certamente anch’essi ospiti di passaggio, che m’avevano preceduto per le vie della foresta – sedevano a cena attorno a un desco illuminato da candelieri.
Provai, al guardarmi intorno, una sensazione strana, o meglio: erano due sensazioni distinte, che si confondevano nella mia mente un po’ fluttuante per la stanchezza e turbata. Mi pareva di trovarmi in una ricca corte, quale non ci si poteva attendere in un castello così rustico e fuori mano; e ciò non solo per gli arredi preziosi e i ceselli del vasellame, ma per la calma e l’agio che regnava tra i commensali, tutti belli di persona e vestiti con agghindata eleganza. E nello stesso tempo avvertivo un senso di casualità e di disordine, se non addirittura di licenza, come se non d’una magione signorile si trattasse, ma d’una locanda di passo, dove persone tra loro sconosciute, di diversa condizione e paese, si trovano a convivere per una notte e nella cui promiscuità forzata ognuno sente allentarsi le regole a cui s’attiene nel proprio ambiente, e – come si rassegna a modi di vita meno confortevoli – così pure indulge a costumanze più libere e diverse. Di fatto, le due impressioni contrastanti potevano ben riferirsi a un unico oggetto: sia che il castello, da molti anni visitato solo come luogo di tappa, si fosse a poco a poco degradato a locanda, e i castellani si fossero visti regalare al rango d’oste e di ostessa, pur sempre reiterando i gesti della loro ospitalità gentilizia; sia che una taverna, come spesso se ne vedono nei pressi dei castelli per dar da bere a soldati e cavallanti, avesse invaso – essendo il castello da tempo abbandonato – le antiche sale signorili per installarvi le sue panche e i suoi barili, e il fasto di quegli ambienti – e insieme il va e vieni d’illustri avventori – le avesse conferito un’imprevista dignità, tale da riempire di grilli la testa dell’oste e dell’ostessa, che avevano finito per credersi i sovrani d’una corte sfarzosa.
Questi pensieri, a dire il vero, non m’occuparono che per un istante; più forte era il sollievo a ritrovarmi sano e salvo in mezzo a un’eletta compagnia, e l’impazienza d’intrecciare conversazione (a un cenno d’invito di colui che sembrava il castellano – o l’oste – m’ero seduto all’unico posto rimasto libero) e scambiare con i compagni di viaggio i resoconti delle avventure trascorse. Ma a questa mensa, a differenza di ciò che sempre avviene nelle locande, e pure nelle corti, nessuno profferiva parola. Quando uno degli ospiti voleva chiedere al vicino che gli passasse il sale o lo zenzero, lo faceva con un gesto, e ugualmente con gesti si rivolgeva ai servi perché gli trinciassero una fetta del timballo di fagiano o gli versassero mezza pinta di vino. Deciso a rompere quel che credevo un torpore delle lingue dopo le fatiche del viaggio, feci per sbottare in un’esclamazione clamorosa come: «Buon pro! » «Alla buon’ora! » «Qual buon vento! »: ma dalla mia bocca non uscì alcun suono. Il tambureggiare dei cucchiai e l’acciottolìo di coppe e stoviglie bastavano a convincermi che non ero diventato sordo: non mi restava che supporre d’essere muto. Me lo confermarono i commensali, muovendo anch’essi le labbra in silenzio con aria graziosamente rassegnata: era chiaro che la traversata del bosco era costata a ciascuno di noi la perdita della favella.
Terminata la cena in un mutismo che i rumori della masticazione e gli schiocchi nel sorbire il vino non rendevano più affabile, restammo seduti a guardarci in viso, con l’assillo di non poterci scambiare le molte esperienze che ognuno di noi aveva da comunicare. A quel punto, sulla tavola appena sparecchiata, colui che pareva essere il castellano posò un mazzo di carte da gioco. Erano tarocchi più grandi di quelli con cui si gioca in partita o con cui le zingare predicono l’avvenire, e vi si potevano riconoscere a un dipresso le medesime figure, dipinte con gli smalti delle più preziose miniature. Re regine cavalieri e fanti erano giovani vestiti con sfarzo come per una festa principesca; i ventidue Arcani Maggiori parevano arazzi d’un teatro di corte; e coppe denari spade bastoni splendevano come imprese araldiche ornate da cartigli e fregi.
Prendemmo a spargere le carte sul tavolo, scoperte, come per imparare a riconoscerle, e dare loro il giusto valore nei giochi, o il vero significato nella lettura del destino. Eppure non sembrava che alcuno di noi avesse voglia d’iniziare una partita, e tanto meno di mettersi a interrogare l’avvenire, dato che d’ogni avvenire sembravamo svuotati, sospesi in un viaggio né terminato né da terminare. Era qualcos’altro che vedevamo in quei tarocchi, qualcosa che non ci lasciava più staccare gli occhi dalle tessere dorate di quel mosaico.
Uno dei commensali tirò a sé le carte sparse, lasciando sgombra una larga parte del tavolo; ma non le radunò in mazzo né le mescolò; prese una carta e la posò davanti a sé. Tutti notammo la somiglianza tra il suo viso e quello della figura, e ci parve di capire che con quella carta egli voleva dire «io» e che s’accingeva a raccontare la sua storia.

 

Perché scrivere racconti brevi: l’estratto dal saggio di Edgar Allan Poe

Quello che segue è l’estratto da un saggio di Edgar Allan Poe, pubblicato sul Graham Magazine nel lontano 1842 e reperibile all’interno della raccolta “Nathaniel Hawthorne. Tutti i racconti” (Universale Economica Feltrinelli), dove ci spiega quali sono i pregi del racconto breve rispetto al romanzo. Un testo interessante sia per i lettori che gli autori in erba e non.

Sempre in ambito di letteratura, vi segnaliamo inoltre l’ormai importante Premio Kipple 2014 per romanziQui troverete il bando!

Buona lettura!

“Il racconto vero e proprio, secondo noi, offre indiscutibilmente un migliore terreno per l’esercizio del talento più elevato, di quanto possa offrire il più ampio dominio della semplice prosa. Se fossimo costretti a dichiarare quale sia la maniera più proficua in cui il genio superiore possa dare una dimostrazione delle sue facoltà, senza esitare noi risponderemmo: nella composizione di una poesia in rima che non superi in lunghezza quel che si potrebbe leggere in un’ora. Il grado più elevato di poesia può esistere esclusivamente all’interno di questi limiti. Rispetto a ciò, noi possiamo dire che in quasi tutte le categorie della composizione, l’unità di effetto, o di impressione, è un punto della massima importanza. È chiaro, poi, che tale unità non può essere del tutto mantenuta in quelle opere la cui lettura non può essere completata in una seduta. Possiamo continuate la lettura di un componimento in prosa, per la natura stessa della prosa, molto più a lungo di quanto si possa perseverare, pur animati dalle migliori intenzioni, nella lettura di una poesia. Quest’ultima, se soddisfa davvero le esigenze del sentimento poetico, provoca un’esaltazione dell’anima che non può essere sostenuta a lungo. Tutte le sollecitazioni elevate debbono essere transitorie. E, senza l’unità d’impressione, gli effetti più profondi non si possono raggiungere…(omissis)…se invece ci chiedessero di indicare quell’altra classe di composizioni che, oltre a una poesia del genere di quella che abbiamo suggerito, riesce meglio a soddisfare le esigenze del genio elevato – che gli offra l’ambito di applicazione più vantaggioso – diremmo senza esitazione il racconto in prosa…alludiamo alla breve narrativa in prosa che richiede una lettura che va da mezz’ora a un’ora, o anche due. Il comune romanzo presenta problemi a causa della sua lunghezza, per le ragioni già esposte nella sostanza. Poiché non può essere letto in una seduta, si priva da sé, com’è ovvio, dell’immensa forza che gli deriva dalla totalità. Gli interessi terreni che intervengono nelle pause di lettura, modificano, annullano, o contrastano, in maggiore o minore misura, le impressioni prodotte dal libro. Ma da sola, la mera sospensione della lettura, sarebbe sufficiente a distruggere la vera unità. In un racconto breve, invece, l’autore ha la possibilità di sviluppare la pienezza dei suoi scopi, qualunque essi siano. Nel corso di un’ora di lettura, l’anima del lettore è in balia dello scrittore. Non ci sono influenze estrinseche che derivano da stanchezza o interruzione.

Un abile artista letterario ha costruito un racconto. Se è accorto, non ha adattato i suoi pensieri per metterci dentro dei fatti; ma, avendo pensato, con deliberata cura, di raggiungere un certo effetto unico e incomparabile, egli inventa quei fatti in un secondo momento, poi li combina in una maniera che possa essergli di aiuto per arrivare meglio a questo effetto premeditato. Se la sua frase d’esordio non tende alla rivelazione di questo effetto, ciò significa che ha fallito sul nascere. In tutta la composizione non ci dovrebbe essere neppure una parola che non sia legata, direttamente o indirettamente, allo scopo prestabilito. E con tali mezzi, con tale cura e perizia, alla fine si dipinge un quadro che, nella mente di chi lo contempla con un’arte affine, lascia una sensazione di soddisfazione massima. L’idea del racconto è stata esposta senza macchia, perché indisturbata, e questo è un fine irraggiungibile per un romanzo. Qui l’eccessiva brevità è eccepibile tanto quanto nella poesia; ma la lunghezza eccessiva è da evitare anche di più”.

Kurt Vonnegut: le otto regole per scrivere un racconto breve

Fate in modo che i vostri lettori non pensino di aver sprecato tempo per leggervi. Questo è uno dei consigli di Kurt Vonnegut (1922 – 2007) su come scrivere un racconto breve, forse il più essenziale. Mattatoio n.5; La colazione dei campioni; e Dio la benedica, Mr Rosewater o perle ai porci sono alcuni dei romanzi più noti dell’autore. Ma Vonnegut ha saputo eccellere anche nel campo della narrativa breve, anche grazie all’immediatezza del suo stile che vuole essere essenziale per comunicare l’essenziale, come possiamo ammirare ad esempio nella raccolta Guarda l’uccellino pubblicata postuma nel 2009 (in Italia solo nel 2012 da Feltrinelli). 
Seguono tutte le otto regole di Vonnegut, che potete sentire pronunciate da lui stesso cliccando qui. Come sempre in questi casi, uno può essere d’accordo con tutti o nessuno dei consigli. In ogni modo servono però a riflettere.
  1. Fate in modo che i vostri lettori non pensino di aver sprecato tempo per leggervi. 
  2. Date al lettore almeno un personaggio per cui possa fare apertamente il tifo. 
  3. Ogni personaggio che si rispetti deve volere qualcosa, fosse anche solo un bicchiere d’acqua.
  4. Ogni frase deve fare una di queste due cose: rivelare un personaggio o portare avanti l’azione.
  5. Iniziate la narrazione il più possibile vicino alla fine.
  6. Siate sadici. Non importa quanto sia dolce, amabile e simpatico il protagonista del vostro racconto: fategli accadere cose terribili, in modo che il lettore possa vedere di che è pasta è fatto.
  7. Scrivete pensando di essere graditi a un lettore solo. Se si pensa di poter piacere a tutti, non si piacerà a nessuno.
  8. Date al lettore più informazioni possibili, il più presto possibile. Al diavolo la suspense. I lettori devono avere una completa comprensione di ciò che accade, del quando e del perché. Dategli l’impressione che potrebbero aver scritto loro stessi la vostra storia, con facilità.