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Intervista a Danilo Arona: Idee, contaminazioni e il futuro della letteratura

Ciao Danilo, è un onore averti ospite sul blog di Kipple. Sei un autore molto prolifico e molto ben noto, specialmente nell’ambito della letteratura italiana horror. Cosa ti ha spinto a diventare scrittore? Ti va di raccontarci un po’ la tua storia?

In breve, occorre ricordare che io provengo dalla saggistica. Ho iniziato a pubblicare nel ’78 (sono un Grande Anziano, lo so…) articoli e libri sul cinema fantastico. Allora, come oggi, mi vedevo un film al giorno, se possibile. Al che, a furia di assimilare storie provenienti dallo schermo, mi veniva la voglia di “modificarle”, all’insegna della più sciocca delle tentazioni, quella che recita. “se questa storia l’avessi scritta io, sarebbe stato meglio”. Eh, è cominciata così. Dapprima per gioco con piccole storie per minuscole realtà tipo la fanzine Kronos di Preganziol, diretta da un indomito pioniere che si chiama Piero Giorgi, e poi con romanzi veri e propri ad ambientazione basso-piemontese con editori locali (La penombra del gufo e Un brivido sulla Schiena del Drago). Poi è stato un crescendo tra alti, bassi, anni sabbatici e nomadismo editoriale. Perché tendenzialmente sono un inquieto e così dev’essere, credi, per produrre materiale realmente inquietante. Ho i miei fan, tanti e graditissimi, e i miei detrattori, qualcuno. Purtroppo il tempo è trascorso con troppa velocità. E mi ritrovo nel 2014 con più di quaranta libi all’attivo e 64 anni da compiere nei quali non mi riconosco affatto. Età percepita, 40 al massimo…

Ti andrebbe di descriverci il tuo processo di scrittura? Come nascono le tue idee e come arrivano sul foglio?

Le mie migliori idee provengono dalla cronaca. Se uno la sa leggere all’insegna della catalogazione alla Charles Fort, gli spunti sono veramente tanti e fecondi. Parto da un fatto di cronaca (ad esempio, l’investimento notturno di Melissa sull’autostrada Bologna-Padova nel dicembre ’99) e da lì descrivo e costruisco, in un meccanismo di scatole cinesi, le “onde di ritorno” del pilot traumatico. Scrivo quando posso, rubando tempo al lavoro e alle pause del nutrimento. Non faccio schemi o piani di scrittura. In questo sono totalmente e piacevolmente anarchico. Butto giù, che so, 50 cartelle al volo e inizio a editare, 5-6 o più volte. In questo processo “vedo” le sottotrame, i personaggi secondari, le soluzioni agli snodi narrativi un po’ difficili. Quando scrivo, mi immagino dentro una sala cinematografica dove qualcuno sta proiettando il mio film. E, come quando sei al cinema dinanzi a un film “non telefonato”, che tu lo voglia o meno, la mente tenta di anticipare quel che sarà da lì a poco. Ecco, quando produco, la condizione mentale è analoga. E l’inconscio, presumo, lavora da par suo.

Ti andrebbe di parlarci delle opere tue che più ti stanno a cuore?

Beh, sono tutti figli miei. Ma per intenzione e per intensità sofferta la palma sul podio d’onore va a L’estate di Montebuio, dove mi sono veramente messo a nudo. Non che il biografismo debba per forza entrare nel processo produttivo (è quasi sempre un atto di assoluta e stolta presunzione), però io ho avuto un’adolescenza sul serio interessante dal punto di vista “fantasmatico”. E il privilegio di poterne scrivere ha riesumato fantasmi generazionali che sono patrimonio universale. La ricaduta nei primi anni Sessanta di eventi shock (crisi di Cuba, morte di Marilyn, l’attentato a JFK…) unita all’avvento di autori e tendenze che stavano scardinando letteratura e cinema d’impianto tradizionale, in grado di saldarsi con la risalita delle pulsioni di una generazione nata a ridosso degli anni Cinquanta è un incrocio tematico e formale di straordinaria rarità e di “mostruosa” complessità. Le vere Cose dall’Altro Mondo provengono da un alveo generazionale cui ho la fortuna di appartenere, con ovvia benedizione di Padri Fondatori che alla rinfusa chiamansi Lovecraft, Poe,.Bradbury, Ballard, Matheson… Ma non voglio cadere nella trappola degli elenchi. A L’estate di Montebuio aggiungo Malapunta perché nel mix intenzionale di generi popolari ho raccontato la mia storia d’amore con la donna che resiste ancora al mio fianco, mia moglie Fabiana.

Sei un autore che non teme di osare, cercando anche di esprimere nei proprio romanzi idee complesse, come nel caso di Malapunta, un romanzo che unisce elementi horror ad altri che potremmo definire fantascientifici. La fantascienza in Italia non se la cava benissimo. Credi che la contaminazione fra i vari generi del fantastico potrebbe iniettare nuova linfa vitale anche nella Sci-Fi nostrana?

Credo che questa contaminazione in parte stia già avvenendo. Dario Tonani e Caleb Battiago mi sembrano maestri nell’arte del contaminare. Però una delle anime della fantascienza, anche storica, è appunto una sottotraccia horror dalla quale è spesso impossibile affrancarsi. Pensa all’ineludibile modello di Who Goes There? di John W. Campbell o all’archetipico The Body Snatchers di Jack Finney. L’Horror che viene dallo spazio, appunto. Secondo me dovrebbe tornare d’attualità. Infine,, visto che siamo su Kipple… beh, la contaminazione tra Horror e Connettivismo non solo è straordinaria, ma doverosa.

Su Fantasy Magazine è stata pubblicata di recente una bella recensione del tuo La croce sulle labbra, fatta da Claudia Graziani, che fra l’altro si può leggere qui. Ti andrebbe di parlarci della tua opera più recente, La croce sulle labbra?


La croce sulle labbra è un romanzo non solo mio perché per tutta la costruzione medica e per il travolgente finale action è di pertinenza del mio socio-amico-fratello Edoardo Rosati, genialissimo medico e giornalista che lavora alla RCS. E’ un tentativo in primo luogo di lanciare sul mercato un prodotto esportabile e in grado di competere con certi colossi del medical thriller come Richard Preston o Robin Cook. Una sfida che non vinceremo, dato anche il momento difficilissimo dell’editoria, ma lasciateci sognare. Vi si racconta di un letale morbo prionico creato ad arte in un oscuro laboratorio nel Caribe che viene esportato e diffuso a Milano con risultati catastrofici e sanguinolenti. Intenzionalmente molto splatter ma, data la presenza di Edoardo, del tutto coerente con l’orripilante malattia che non è affatto un’invenzione. Sottotesti, tanti e pingui: lo scontro fra civiltà, il pericolo delle sette deviate, la circolarità globalizzata di virus e malattie, la paura del Diverso contaminante. Manna per sociologici e antropologi, ma, data la mia presenza, i più lo prenderanno per un horror e basta. Il che non è.

Che impatto a lungo termine credi che avranno sulla letteratura l’avvento delle nuove tecnologie?

L’e-book si prenderà una certa fetta di mercato. La carta non sparirà affatto. I due moduli dovranno convivere e non saranno affatto concorrenziali. Io già sto lavorando su entrambi i fronti. Essendo un Grande Anziano, il mio cuore batte per la carta. Mi piacciono i libri con la copertina, l’odore, le ali… Mi piace il libro che si stazzona. La carta possiede un’anima. Le nuove tecnologie forse proiettano fantasmi e, sotto questo profilo, sono certo interessanti. Ghost in the Machine… è una vecchia faccenda, già emersa negli anni Ottanta.

Quali consigli daresti a uno scrittore esordiente?

Francamente io non ho mai sfondato. E mi rifiuto sempre di dare consigli a chiunque. Non sono un modello imitabile, soprattutto nell’interesse di chi mi chiede consigli. Sono peraltro felice così. Perché in ogni caso scrivo quando voglio io. Se non ho idee e se, più semplicemente, non ne sento la voglia, ci sono tante altre cose da fare. La musica, l’amore, l’amicizia… Sì, in parte sono retorica, ma la vita spesso lo è.

Grazie mille, Danilo, per questa bella intervista. Ti auguro in bocca al lupo per tutti i tuoi progetti!

Grazie a te, Roberto, per l’opportunità.

Le altre interviste di Kipple:

Chuck Palahniuk: le regole per scrivere bene

Una settimana fa abbiamo illustrato le otto regole di Kurt Vonnegut per scrivere narrativa breve. Oggi illustreremo invece altre regole, questa volta di un autore che, pur non essendo esclusivamente un autore di fantascienza, ha abbracciato almeno in un’occasione il genere con il suo ottimo romanzo Rabbia: Chuck Palahniuk. 
La parola all’autore:
Vent’anni fa, a Natale, camminavo con un’amica nel centro di Portland. I grandi magazzini: Meier&Frank… Fredrick&Nelson… Nordstroms… le loro grandi vetrine mostravano tutte un’unica semplice scena: un manichino o una bottiglia in mezzo alla neve finta. Ma le vetrine di J.J. Newberry, dannazione!, erano strapiene di bambole e decorazioni e spatole e set di cacciaviti e cuscini, aspirapolvere, stampelle di plastica, gerbilli, fiori di seta, caramelle – insomma, avete capito. Ogni singolo oggetto era prezzato con un tondo cartoncino rosso-sbiadito. Passandoci accanto, la mia amica Laurie guardò attentamente e disse: «La loro filosofia per allestire vetrine deve essere: “Se la vetrina non va ancora bene, mettici più roba”». Fece il commento giusto al momento gusto, e se lo ricordo ancora dopo vent’anni è perché mi ha fatto ridere. Le altre, graziose vetrine… sono sicuro che fossero eleganti e raffinate, ma proprio non ricordo com’erano allestite. Per questo articolo, il mio obiettivo è metterci più roba possibile. Fare una specie di calza natalizia di idee con la speranza che qualcosa risulti utile. O impacchettare un regalo per i lettori infilandoci caramelle e uno scoiattolo e un libro e qualche giocattolo e una collana, sperando che la varietà sia sufficiente a garantire che vi sia qualcosa di totalmente stupido ma anche qualcosa di perfetto.
1. Due anni fa, il primo di questi saggi che scrissi riguardava il mio metodo di scrittura a “timer da cucina”. Non hai mai letto questo saggio, ma ecco il metodo: quando non ti va di scrivere, imposta un timer da cucina su un’ora (o mezz’ora) e siediti a scrivere finché il timer non suona. Se ancora non ti va di scrivere, sarai comunque libero in un’ora. Ma di solito, non appena il timer suona, sarai così coinvolto e divertito dal lavoro che continuerai. Al posto del timer, puoi azionare una lavatrice o una lavastoviglie e usarle come cronometro. Alternare all’impegno della scrittura il lavoro ripetitivo di queste macchine ti darà le pause necessarie per le nuove idee e le intuizioni di cui hai bisogno. Se poi non sai come continuare la storia… pulisci il bagno, cambia le lenzuola, per amor del cielo!, spolvera il computer. Arriverà una idea migliore.
2. Il tuo pubblico è più intelligente di quanto immagini. Non aver paura di sperimentare nuove forme narrative e temporali. La mia personale teoria è che i lettori di oggi disdegnano molti libri non perché questi lettori siano più stupidi di quelli del passato, ma perché sono più intelligenti. Il cinema ci ha resi molto sofisticati riguardo alla narrazione. Il tuo pubblico è più difficile da shockare di quanto tu possa immaginare.
3. Prima di sederti a scrivere una scena, ripassala più volte a mente così da conoscere lo scopo di quella scena. A quali scene precedenti si salderà? Che cosa disporrà per quelle successive? Come porterà avanti il tuo plot? Mentre lavori, guidi, fai ginnastica, tieni a mente solo questa domanda. Prendi nota delle nuove idee. E soltanto quando avrai deciso lo scheletro della scena, siediti e scrivilo. Non metterti davanti a quell’impolverato e noioso computer senza avere qualcosa in mente. Non sfiancare il tuo lettore con una scena in cui succede poco o niente.
4. Sorprenditi. Se riesci a portare la storia – o se la storia porta te – in un posto che ti stupisce, allora potrai sorprendere il tuo lettore. Nel momento in cui riesci a vedere chiaramente una sorpresa, lì ci sono delle possibilità e così sarà per il tuo sofisticato lettore.
5. Quando sei bloccato, torna indietro e leggi le prime scene, cerca personaggi dimenticati o dettagli da riutilizzare come assi nella manica. Quando ho finito di scrivere Fight Club, non avevo idea di cosa fare con il palazzo degli uffici. Ma rileggendo la prima scena, trovai delle note su come mescolare la nitroglicerina con la paraffina e su quanto non fosse un metodo sicuro per farne un esplosivo al plastico. Questa sciocchezza (non ho mai avuto nulla a che fare con la paraffina) fu il perfetto asso nella manica da tirare fuori alla fine per salvare il culo alla mia storia.
6. Usa la scrittura come scusa per organizzare una festa a settimana, anche se chiamerai quella festa “workshop”. Ogni volta che passi del tempo tra persone che valorizzano e sostengono la scrittura, bilancerai tutte le ore che trascorri da solo scrivendo. Anche se un giorno piazzerai il tuo libro, nessuna somma di denaro potrà ricompensarti di tutto il tempo trascorso da solo. Quindi, prenditi un anticipo sulla paga, fai della scrittura una scusa per stare in mezzo agli altri. Alla fine della tua vita, credimi, non vorrai guardare indietro per assaporare i momenti in cui sei stato solo.
7. Accetta l’Ignoto. Questo piccolo consiglio viene da un centinaio di persone famose, da Tom Spanbauer a me e ora a te. Più a lungo permetti alla tua storia di prender forma, migliore sarà la forma che avrà. Non forzare né affrettare la fine di una storia o di un libro. Tutto ciò che devi conoscere è la scena successiva, o poche scene successive. Non devi conoscere ogni momento fino al finale. Se così fosse, scrivere sarà noioso da morire.
8. Se hai bisogno di più libertà per la storia, bozza dopo bozza, cambia il nome dei personaggi. I personaggi non sono reali, e non sono te. Cambiandone arbitrariamente i nomi, puoi trovare la distanza di cui hai bisogno per tormentare veramente un personaggio. O peggio, eliminarlo, se è ciò di cui la storia ha bisogno.
10. Scrivi il libro che vorresti leggere.
11. Fatti le foto per la bandella ora che sei giovane. E tieniti i negativi e i diritti.
12. Scrivi di cose che davvero ti fanno arrabbiare. Sono le uniche cose di cui vale la pena scrivere. Nel suo corso, chiamato “Scrittura pericolosa”, Tom Spanbauer sottolinea che la vita è troppo preziosa per passarla a scrivere storie noiose e convenzionali con le quali non hai nessun legame. Ci sono tante cose di cui Tom ha parlato ma ne ricordo solo mezza: l’arte della “manomissione”, che non so spiegare, ma ho capito che ha a che fare con la cura che ci metti per emozionare un lettore attraverso i passaggi di una storia; e la “sous conversation” che penso indichi il messaggio nascosto e sepolto sotto l’evidenza. Poiché non sono a mio agio nel descrivere cose che ho capito a metà, Tom ha deciso che scriverà un libro sul workshop e le sue idee.
13. Un’altra storia di vetrine natalizie. Quasi ogni mattina faccio colazione nello stesso locale e questa mattina un uomo stava decorando le finestre con disegni natalizi. Un pupazzo di neve. Fiocchi di neve. Campane. Babbo Natale. Se ne stava sul marciapiede, dipingendo nel freddo gelido, col fiato fumante, alternando pennellate e rullate di differenti colori. Nel locale, i clienti e i camerieri lo osservavano stendere vernice rossa, bianca e blu al di fuori delle grandi finestre. Dietro di lui la pioggia intanto era diventata neve, spinta di traverso dal vento. I capelli del pittore erano di tutte le sfumature di grigio e la sua faccia pigra e rugosa come il culo vuoto dei suoi jeans. Tra un colore e un altro, si fermava a bere qualcosa da un bicchiere di carta. Qualcuno, guardandolo dall’interno, disse – tra un uovo e un toast – che era triste. Probabilmente, disse questo cliente, l’uomo era un artista fallito. Probabilmente c’era del whisky dentro il bicchiere. Probabilmente aveva lo studio pieno di dipinti mal riusciti e ora per vivere faceva decorazioni per ristoranti da quattro soldi e vetrine di alimentari. Davvero triste, triste, triste. Questo pittore continuava a mettere i colori. Prima tutto il bianco “neve”. Poi qualche passata di rosso e verde. Poi qualche linea che dava forma ai colori in calze natalizie e alberi. Un cameriere che girava fra i tavoli versando caffè alle persone, disse: “È così preciso. Vorrei saperlo fare anch’io…”. E per quanto potessimo provare invidia o compassione per quel tizio nel freddo, lui continuava a dipingere. Aggiungendo dettagli e strati di colore. E non so quando accadde, ma a un certo punto lui non c’era più. Le immagini stesse erano così ricche, riempivano la vetrina così bene, i colori erano così vividi, che il pittore se ne andò. Che fosse un fallito o un eroe. Sparì, andato chissà dove e tutto ciò che vedevamo era il suo lavoro.