Scrittura, mostri e il muro dell’indifferenza da abbattere: intervista all’autore Marco Cardone

img_7459Ciao Marco, è un piacere averti ospite qui, fra le pagine virtuali di Kipple Officina Libraria. Per chi non ti conoscesse ancora, ti andrebbe di presentarti?

È un piacere per me essere qui con voi, grazie per lo spazio. Per i molti che ancora non mi conoscono, riassumerò dicendo che sono uno scrittore specializzato in narrativa “di genere” con una spiccata propensione per il fantastico, una macro area che spazia dall’horror alla fantascienza. Credo di avere una gavetta abbastanza lunga alle spalle, a fronte di un ridotto numero di pubblicazioni. Come tu ben sai, avendo diviso alcune di quelle esperienze con me, ho partecipato a molti contest on line, esperienza assolutamente formativa che consiglio a chiunque si voglia approcciare in modo serio il mestiere dello scrittore (“mestiere” inteso come attività svolta in modo serio e professionale, non nell’accezione di “lavoro con cui potersi mantenere”). Sui forum di XII, La Tela Nera e Minuti Contati ho gareggiato con decine di racconti, format narrativo che a lungo ho prediletto. Il mio esordio come scrittore, tuttavia, è precedente: nel 2011, partecipando a un concorso, riuscii a piazzare due racconti in un Giallo Mondadori. Da allora sono stato pubblicato in diverse raccolte e fanzine, ho curato antologie, ho scritto per la pubblicità e, infine, sono passato al romanzo nel 2015 con Acheron Books, per la quale ho dato alle stampe “Italian way of cooking”, opera cross gender che mi sta dando molte soddisfazioni. La mia ultima esperienza come scrittore è la sceneggiatura, cui sono approdato da meno di un anno ma che già mi vede coinvolto in una stesura a tre di un film la cui lavorazione dovrebbe cominciare l’anno venturo. Tradotto: a volte ci vuole anche un po’ di culo, nella vita.

Ci descriveresti il tuo percorso creativo, dall’idea alla sua realizzazione sul foglio?

Tormentato. Lo paragonerei a una forte nausea. A volte l’ispirazione è forte, come un malore improvviso che ti costringe a rigettare senza preavviso, lì dove ti trovi, per quanto inopportuno e imbarazzante possa essere. In altri casi, la maggior parte per la verità, si tratta di ondate crescenti di disagio, simili a vertigini e dolori che, prima dei veri conati, ti affliggono facendoti desiderare che tutto finisca in fretta. Il tormento, di solito, termina quando riesco a mettere nero su bianco la struttura narrativa, sempre a mano, su un foglio di carta. A quel punto mi sblocco: come un tribuno romano su un triclinio, pronto a ricominciare a ingozzarsi dopo aver svuotato lo stomaco, io posso partire di slancio con la stesura dopo aver definito gli elementi di fondo e gli snodi della trama. Non di rado succede che molti dettagli della storia emergano da sé, a completare l’intelaiatura che ho progettato o persino a modificarla. Ma a quel punto bisogna arrivarci, e non è per nulla piacevole.

In buona parte, in effetti, sposo la teoria di King, che descrive le storie come fossili nascosti e preesistenti che l’autore ha solo il compito di disseppellire. Per me il processo è volontario per la prima parte, poi passa subentra una zona inconscia che la sa molto più lunga di me.

In tutto ciò, non può essere trascurata la fase più dura del lavoro: la documentazione. È fondamentale investire molto tempo a informarsi su ogni argomento trattato nella storia, persino in maniera sovrabbondante. Ciò che non entra nelle pagine dei libri direttamente, filtra comunque in modo indiretto, arricchendo la narrazione di verosimiglianza e fascino. Un narratore documentato e consapevole avrà un fraseggio più chiaro e sintetico, capace di generare fiducia nel lettore e convincerlo ad abbandonarsi alla lettura. La sicurezza, nella vita, conferisce forza, eleganza e fascino; la scrittura non fa eccezione.

copiwocPer un autore leggere non è solo importante, ma fondamentale. Quali sono i tre libri che hai più amato e perché?

Domanda da crisi esistenziale. Ho amato troppi libri per poterne scegliere tre a cuor leggero. Inoltre, quelli che più mi hanno colpito non coincidono necessariamente con quelli per me maggiormente formativi come scrittore. Se proprio avessi una pistola alla testa, nominerei It di King, Illusioni di Richard Bach e Il paradiso degli orchi di Pennac. Ma devo molto anche ad autori come Palahniuk, Asimov e Calvino.

It per la struttura magistrale e la capacità espressiva; Illusioni per il disincantato misticismo di fondo, Il paradiso degli orchi per lo stile e l’ironia sublime.

Noterai che ho menzionato solo un italiano, cosa che rammarica me per primo. Che posso dire? Sono figlio dei miei tempi. Però ho scelto di fare di questo 2016 un anno sabbatico in cui sto leggendo (nel poco tempo che ho) solo autori italiani, possibilmente estratti dal variopinto mondo dell’underground fantastico nostrano.

Chiudo il punto segnalando un saggio dei primi anni ’90, autentica fonte d’ispirazione fantascientifica per me e che credo ai lettori del blog potrà interessare: “Fisica dell’immortalità”, di Frank J. Tippler, professore del M.I.T., teso a dimostrare la possibilità di vita dopo la morte e la stessa esistenza di Dio attraverso lo stato dell’arte della fisica quantistica di quegli anni. Una lettura davvero singolare e intrigante, checché se ne possa pensare.

Che storia racconti nel tuo romanzo Italian Way of Cooking?

Una storia molto italiana, che parla di una persona normale, afflitta da problemi enormi quanto comuni nell’Italia dei giorni nostri: debiti, banche, ingiustizie istituzionali, senso d’impotenza e incertezza su come sbarcare il lunario e sul futuro dei figli. La banalità del male, insomma (citazione indegna, lo so, ma chiariva bene il concetto).

In questo contesto s’inserisce l’elemento sovrannaturale, carico di significati simbolici. I mostri esistono e il protagonista del romanzo, Nero, lo scopre per caso, quando uno di loro entra nel suo ristorante in crisi e cerca di mangiarsi i suoi figli. Nero lo uccide per difendere la sua famiglia e a quel punto, dove di solito le storie classiche finiscono, IWOC comincia. L’eroe ha vinto, ma rimane un’ingombrante carcassa di cui disfarsi. La scoperta che la carne di mostro è deliziosa se cucinata cambierà la vita di Nero e gli darà una nuova speranza. E molti altri problemi, ovviamente.

Tre parole per descrivere Italian Way of Cooking.

Divertente. Originale. Irriverente.

Per quanto riguarda il mondo editoriale, quali insidie sono sempre in agguato per uno scrittore che cerca di affermarsi in Italia?

Nessuna in particolare. Quel che ammazza le ambizioni degli scrittori italiani, di solito, è l’indifferenza. Sia delle grandi case editrici, prone quasi solo a logiche commerciali e non più interessate a svolgere il ruolo di selettori di opere di qualità, sia dei lettori, che innanzi tutto scarseggiano e, nel caso del fantastico, sono non tanto esterofili, quanto proprio italiofobi.

Certo, le case editrici a pagamento spesso sono trappole che campano sull’ego di autori alle prime armi e molti agenti letterari (non tutti, chiariamo) millantano risultati per l’onorario di una (costosa) scheda di lettura, ma sono mali che una persona normodotata impara di solito ad evitare dopo la prima fregatura. La mancanza di afflato artistico dell’editoria e l’indifferenza del pubblico, invece, sono ormai piaghe congenite e ben più difficili da combattere.

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Come immagini il futuro della letteratura italiana, incluso ovviamente la letteratura di genere?

Un anno fa avrei risposto: nefasto. Oggi intravedo un piccolo barlume di speranza, che tristemente non arriva dal mercato dei libri ma da quelli del cinema e dei fumetti. Film come “Il racconto dei racconti” e “Lo chiamavano Jeeg Robot” rischiano di fare la differenza nella percezione del pubblico nostrano del fantastico; la crescente e sempre più trasversale attenzione verso i comics e i manga, d’altro canto, stanno avvicinando nuovi lettori ai generi fantastici, e alcune positive ricadute si vedono anche nell’ambiente editoriale della narrativa di genere.

Faccio una piccola digressione sul perché, a mio avviso, siamo afflitti da tanta italofobia, tanto che, nel nostro Paese, il detto “nemo profeta in patria” ha una valenza doppia, se non tripla: credo che le radici del nostro rifiuto per la narrativa nostrana, elemento che costituisce di solito una valida cartina di tornasole dei cambiamenti sociali e culturali delle nazioni, siano da ricercare nel moto di ripulsa per il nazionalismo fascista del primo dopoguerra, esasperato dalla dipendenza politica ed economica degli anni seguenti da due blocchi contrapposti e antitetici (Stati Uniti e U.R.S.S.), accomunati dal solo tratto di essere esteri. Per troppo tempo gli ideali, gli afflati e le suggestioni hanno avuto volti stranieri. Tornare indietro non sarà uno scherzo, e se accadrà non sarà con la sola forza dei libri, come dicevo, ma soprattutto grazie all’aiuto di altri media.

Il segreto per nutrire ottimismo, però, è il realismo: pur nell’ipotesi che questi elementi aiutino davvero l’editoria di genere e che una svolta positiva possa essere alle porte, non bisogna comunque immaginare un cambiamento drastico, un’inversione totale di tendenza. Un giovane autore che culli il sogno di vendere milioni di copie del suo romanzo steampunk rischia di andare incontro a cocenti delusioni. Se però ipotizzassimo che, nel medio termine, un numero maggiore di piccole case editrici specializzate in ambiti specifici possa essere in grado di sopravvivere e consentire ai propri autori di farsi conoscere a qualche centinaio di lettori, beh, quella sarebbe un’aspettativa più realistica.

… Ok, voglio essere del tutto onesto, perché rileggendo il pezzo qui sopra l’ho trovato fin troppo pragmatico e saccente. La verità è che io, come tutti quelli dell’ambiente, ci spero che la gente un bel giorno torni a leggere, e magari cominci a capire che generi come il fantasy o la fantascienza sono vera letteratura, non cose strambe per le quali alzare un sopracciglio o scrollare le spalle. Quelle, in fondo, sono le stesse persone che spendono 10 euro per andare al cinema a vedere Thor o gli Avengers, che trattano di wormhole, divinità con superpoteri, intelligenze artificiali e manipolazione del genoma umano. Lo ammetto, sì, ci spero davvero le persone capiscano quanto sia divertente leggere. Poi, però, mi ricordo di essere un adulto, e allora mi limito a fare il mio, aspettare sulla riva del fiume e pregare che un manga o una produzione cinematografica indipendente ci salvi.

Hai in cantiere qualcosa di nuovo e, se sì, quando potremo leggerlo?

Come accennavo, sono impegnato nella sceneggiatura di un film, del quale non posso parlare per vincolo contrattuale. Ho inoltre in lavorazione un romanzo dal titolo Mafia for Rent, un non-fantastico dai tratti comunque parecchio borderline, che tuttavia ormai finirà in coda al seguito di Italian way of cooking, che l’editore ha richiesto vista la buona accoglienza di pubblico e critica (e che avrei comunque scritto, ma non diteglielo…). Oltre al secondo romanzo di IWOC, credo lavorerò a un paio di novelle di fantascienza già esistenti, per le quali due diversi editori hanno manifestato interesse.

img_7463Prima di lasciarci, ci daresti i link utili a seguire le tue attività?

Purtroppo non ho un sito internet, né una pagina facebook da scrittore. Sono un po’ orso e, non basandomi sulla scrittura per vivere (purtroppo), non ho mai provveduto in questo senso. Posso segnalare però la pagina Facebook di Italian way of cooking, sulla quale raccolgo recensioni e novità sul romanzo e i suoi seguiti, il primo dei quali, come dicevo, dovrebbe arrivare l’anno prossimo.

Grazie ancora per lo spazio e un saluto a tutti i lettori. Un’intelligenza superiore vi benedica.

Intervista a cura di Roberto Bommarito

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