Il maestro dell’ucronia italiana: intervista a Giampietro Stocco

12769537_782002031943214_1671599940_nCiao Giampietro, è un piacere e un onore averti per la prima volta ospite qui sulle pagine virtuali di Kipple Officina Libraria. Oggi parleremo principalmente di Ucronia e fantascienza in Italia. Ma prima di tutto ti andrebbe di parlarci del tuo percorso di autore dalle origini a oggi?

Nasco come autore con Nero Italiano. Un romanzo che ha avuto una gestazione lunga – è stato scritto dal 1996 al 1997 ed è rimasto nel famoso cassetto ad aspettare le tarme fino al 2002-2003, anno in cui l’editore Marco Frilli di Genova si appassionò a questa storia e la diede alle stampe con una curiosa copertina nera che rompeva con il cliché giallo della collana poliziesca da loro inaugurata. Lo definì, Frilli, un “noir”, e fu tra i primi esempi di fantastico italiano etichettato in modo, per così dire, improprio, per sottrarlo a una nicchia, quella fantascientifica, che altrimenti si pensava avrebbe limitato le vendite. Poi la strategia risultò vincente, perché il romanzo vendette bene e continua a farlo, anche nella sua nuova veste digitale, considerando che ha tredici anni.

Nel 2005 fu poi la volta di Dea del Caos, seguito di Nero Italiano e romanzo al quale sono molto attaccato perché fu successivamente drammatizzato in teatro con il supporto di Lorenzo Costa e del Teatro Garage, in due occasioni, la prima a Finalborgo, con una splendida interpretazione della protagonista, e quindi a Genova. Parliamo del 2006. Quindi Figlio della Schiera edito da Chinaski, la curiosa storia di una razza di roditori senzienti che abita il sottosuolo di una Terra postapocalittica, anche se le cose sono un po’ più complicate di così, nel 2007, e quindi il romanzo che a molti è piaciuto di più, Dalle mie ceneri edito da Delos, il primo di un autore italiano nella prestigiosa collana di science fiction, nel 2008. Nel 2010 è arrivato Nuovo Mondo con Bietti, avventura salgariana in un Rinascimento alternativo insieme con Critoforo Colombo e Leonardo da Vinci, e infine nel 2013 La corona perduta con Cordero, altro romanzo ucronico ambientato in un mondo che non ha mai conosciuto Bonaparte imperatore. Con nel mezzo un noir vero, edito da 111 Edizioni, Dolly, nel 2012. E poi racconti pubblicati un po’ ovunque, la verità è che non me lo ricordo più. Ah, sempre nel 2007 insieme con Alessandro Vietti e altri abbiamo dato vita al primo festival fantascientifico genovese, FantasticaMente, con iniziative di vario genere e la riunione di tutto il mondo della sf italiana sotto un unico tetto.

Con romanzi come Nero Italiano e più recentemente il seguito Dea del Caos, così come Nuovo Mondo pubblicato nel 2010, ti sei affermato come uno dei maggiori esponenti dell’ucronia in Italia. Che cosa ti ha spinto ad abbracciare questo genere letterario?

Le infinite possibilità di questo genere. Giustamente si dice che l’ucronia è fantascienza – grazie professor Umberto Rossi! – per l’apertura a 360 gradi, la sospensione dell’incredulità e le mille e mille strade che si prospettano per la fantasia. Insomma, queste sono le ragioni. E ancora ce ne sarebbero altre, come la possibilità di parlare di politica senza litigare troppo, le rivisitazioni sociali, antropologiche…

È vero che le fonti di ispirazione per un’ucronia possono venire anche da contesti inaspettati o ludici?

Certo. Personalmente sono un accanito giocatore di strategici come Europa Universalis e Crusader Kings, in cui tu impersoni un regnante e vai avanti con la tua dinastia. Possono uscire, e sono uscite, linee temporali molto interessanti. Chissà che non si possano sviluppare in romanzo?

Nero Italiano e Dea del Caos raccontano un’Italia dove il fascismo non è mai caduto. Con quali difficoltà deve confrontarsi l’autore quando tratta temi politici tanto importanti quanto delicati come questo?

Bè, anzitutto con se stesso.Ricostruire significa ricercare ed essere spietati anzitutto con se stessi. Errori se ne fanno, bisogna essere in grado di evitarli in futuro. L’ucronico è uno storico a tutti gli effetti: lavora anzitutto a una cronologia e cerca di renderla il più credibile possibile. Poi non è detto riesca a darle forma di romanzo. Turtledove per esempio fa ottime cronologie e pessimi personaggi, Silverberg ottimi personaggi e ottime storie, ma le sue ucronie lasciano per me un po’ a desiderare, Kim Stanley Robinson preferisce sfumare il POD, o punto di divergenza, e poi concentrarsi sul world building, dove eccelle. Io ho cercato di dare nel mio piccolo un quadro un po’ più di cronaca, come se si trattasse di descrizioni giornalistiche. Parlando di Nero Italiano e Dea del Caos, specie il primo romanzo per lunghi tratti è quasi un reportage indiretto di ciò che accade. Qui sono stato facilitato dal mio lavoro. Gli aspetti difficili vengono dopo, quando il romanzo esce ed è sottoposto al giudizio altrui. Non sono mancate le critiche, visto che all’epoca si usciva dritti da una polarizzazione destra-sinistra che poneva tutti gli ucronici in un mazzo nostalgico in cui io mai mi sono riconosciuto. Infatti le ho prese sia a destra, sia a sinistra… Ma sono ancora qui.

La tua produzione letteraria non si limita all’ucronia. Col tuo romanzo Dolly, infatti, hai esplorato anche il noir. Quali sono le differenze principali che hai riscontrato come autore fra la stesura di un romanzo di fantascienza e un thriller?

Un romanzo è un romanzo. Diciamo che il thriller si basa di più sulla trama e sui personaggi come tecnica. Stai più attento a seguire un certo mainstream, specie se l’editore ritiene che tu debba calcare la mano o andarci più piano. Dolly è un romanzo forte, con aspetti da “snuff film”, come ha scritto qualcuno. E qui è di nuovo uscito il gusto di raccontare Genova per immagini, come farebbe il giornalista televisivo che io sono. La fantascienza pone esigenze di rigore simili e a un tempo diverse. La sospensione dell’incredulità funziona in modo molto simile. Nel senso che tratteggiare un serial killer come quello di Dolly ha abbastanza in comune con l’inventarsi un alieno: entrambi così diversi da noi, ma nello stesso tempo così simili.

Ci parleresti del tuo romanzo ucronico La corona perduta?

Accennavo prima: un mondo che non ha conosciuto il bonapartismo perché Napoleone è stato ucciso durante la Campagna d’Italia e dunque la Rivoluzione Francese e tutti i suoi frutti sono rimasti un’idea. Dunque un XX secolo – inizio XXI veramente – aristocratico, con una società spaccata in caste e tanti stati e staterelli in Italia, un Impero su cui non tramonta mai il sole. Però ci sono comunque i grandi temi che conosciamo: l’aspirazione alla libertà, le prigioni visibili e invisibili, gli amori proibiti e quelli leciti. Tutto in un quadro che, come già in Nuovo Mondo, è un grande omaggio a Emilio Salgari, a mio avviso vero gigante della letteratura di genere.

Al di là della carenza di lettori, un fatto divenuto ormai cliché, quali credi che siano i problemi principali che soffocano il mondo della narrativa fantastica italiana?

Le troppe beghe tra autori nel mondo virtuale in primo luogo, ciò che resta di una passione politica che ha suddiviso il campo in fazioni avverse. Il trombonismo di alcuni che ritengono di essere depositari di non si sa bene quale primogenitura culturale; il fighettismo di qualche giovane o ex giovane che tende a costruire conventicole e ci viene a miracol mostrare; le troppe chiacchiere, in assoluto. Va bene che gli autori si confrontino, non va bene che si scontrino per un “like” su FaceBook o si guardino con sospetto se uno non ha aderito a certi movimenti o se non si adagia estasiato su certi luoghi comuni. Non esito a dire di preferire ancora Tau zero di Poul Anderson al ciclo ancillare di Ann Leckie. Il primo per me è un capolavoro a prescindere dalle aspirazioni politiche dei protagonisti del romanzo o dello stesso autore – e lo stesso potrei dire dell’Orson Scott Card del Gioco di Ender; il secondo un guazzabuglio illeggibile. Ecco, dividersi su queste cose e dare patenti di progresso o regresso sulla base di ciò che ci piace è veramente un fascismo – o stalinismo, fai tu – di ritorno, tipico di un Paese come il nostro in cui tanto garbano ancora chiese contapposte, campanili, e sezioni da giovani pionieri, che poi a ben vedere sono la stessa cosa.

Prima di lasciarci, ti andrebbe di parlarci dei tuoi progetti futuri?

Per ora sto dietro a una serie di progetti che potrebbero sfociare in una space opera un po’ diversa. Se son rose fioriranno.

Intervista a cura di Roberto Bommarito.

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