Nero paura, rosso sangue: intervista a Danilo Arona, l’eclettico genio della narrativa fantastica Italiana

Ciao Danilo, è un piacere e un onore averti ospite qui fra le pagine virtuali di Kipple Officina Libraria. Con innumerevoli saggi e romanzi alle spalle, oggi sei ritenuto uno dei maggiori protagonisti del Fantastico Italiano. In che modo credi di essere cambiato come autore nel corso degli anni?

L’autore è invecchiato con l’uomo. Il cambiamento, se così si può definire, è fisiologico e ancora in fieri. I miei ultimi personaggi e le storie che li vedono protagonisti ne sono specchio. Uomini e donne a fine corsa, non importa se personale o inseriti in una “final destination” collettiva. Ma intendiamoci, è anche – soprattutto – un gioco che diventa funzionale a certe storie. Io mi sento dentro vent’anni di meno… Suono, scrivo, lavoro e leggo un sacco – spesso su richiesta del mondo là fuori. La mia scrittura, credo, si è fatta più rarefatta, meno ridondante e suppongo anche per merito della terza età – mi sto avviando a compiere 66 anni, sorbole! Purtroppo (per me), in questo quadro scrivo cose più sconcertanti di vent’anni fa. Perché non ho niente da perdere…

A parte i tanti romanzi, un’importante parte della tua produzione di autore include i saggi. Kipple Officina Libraria ha avuto l’onore di pubblicare L’ombra del dio alato reperibile qui. Ti andrebbe di parlarcene?

L’ombra del dio alato nasce alla fine degli anni ’90 del secolo scorso a seguito di una serie di trattative, innaffiate da ottimi vini bianchi, tra Marco Tropea e me. Marco allora, con la sua stupenda casa editrice, aveva anche una collana dedicata ai “misteri antichi” in cui passavano autori come Michael Baigent, Roger Sabbah, Richard Leigh e altri, ovvero semplificando, indagini avvincenti sugli albori della civiltà tra archeologia, leggende e presunte verità. Io, da sempre appassionato agli enigmi dell’antichissima Mesopotamia – ma non nego la folgorazione subita dal prologo antologico de L’esorcista di William Friedkin – gli proposi una sorta di indagine “alla Indiana Jones della tastiera” sul demoniaco assiro-babilonese attorno al quale intravedevo di far confluire i punti di vista delle discipline più disparate: criptozoologia, mitologie, archeologia, antropologia, pseudo storia alla Zecharia Sitchin, clipeologia, ma anche le intuizioni quantiche di Lovecraft e Graham Hancock, senza dimenticare cinema, letteratura, ufologia e i rettiliani di David Icke. Presentato così, faceva sorridere – anzi, Marco proprio ci sghignazzò… – ma non so come lo convinsi che tutte queste prospettive raccontano la stessa storia, ovvero che la storia dell’umanità e del nostro pianeta è fortemente influenzata dai demoni (e spero che si capisca che non mi riferisco affatto a quelli dell’inferno cattolico…). Pazuzu come focus di tanta indagine ce l’avevo già ben in mente, ma mi guardai bene dallo svelarlo a Marco, altrimenti sarebbe stata la fine di un’amicizia che, al di là del gioco delle parti, era e resta autentica e autenticamente vissuta. Peraltro devo confessare che l’idea di un tomo a 360° su quella pipistrellesca creatura che negli anni ’70 faceva vomitare Regan MacNeil la mitica pappa verde pareva una follia anche a me. Eppure ne scaturirono quasi 400 cartelle – Marco un po’ me ne tagliò… – perché durante la mia indagine, non compiuta soltanto e troppo facilmente utilizzando la Rete, scoprivo collegamenti e riferimenti sconcertanti di ogni tipo, come la presenza di Pazuzu in epoche e luoghi lontanissimi dall’Iraq avanti Cristo o, addirittura, la sua iconicità usata da certi, anche segretissimi, gruppi rituali. È un testo che ancora oggi, in ossequio al suo titolo, proietta la sua ombra sul presente, grazie anche all’ottima riedizione, integrale e aggiornata, da parte degli amici di Kipple, con un manipolo di fan sempre più fitto e una serie di agganci importanti e significativi. Penso soprattutto alla stupenda installazione Suillaku di Roberto Cuoghi, tenutasi al Castello di Rivoli nel 2008 e ci cui ho raccontato qui: http://www.carmillaonline.com/2008/08/15/suillakku-quando-pazuzu-vol/, che ho personalmente vissuto come un colossale esperimento magico con una portata vibrazionale assoluta (Alessandro Defilippi che la visitò con me dovette uscire dalla sala dopo pochi secondi, e stiamo parlando di uno psicanalista junghiano – oltre che straordinario scrittore – che con le Forme del Profondo ci lavora, ma forse proprio per questo…) e che ha permesso al demone di librare le sue ali sopra Torino. Nel mio immaginario Pazuzu è spesso presente come personaggio. In due racconti a lui dedicati (Jay.rtf e Il ritorno di Jay), in un romanzo fantasy di Yon Kasarai e in più di una comparsata qua e là. Ma non sono operazioni a tavolino, lui arriva quando deve arrivare…

Abbiamo parlato di narrativa e saggi, ma il tuo bisogno di raccontare storie si è concretizzato anche attraverso un altro medium narrativo: la graphic novel. Dopo Morbo Veneziano, è il turno adesso di Melissa Syndrome, primo volume della nuova collana “One shock”. Di cosa parla Melissa Syndrome?

Si tratta della versione graphic novel del romanzo KM 98, l’ultimo prodotto a quattro mani con Edoardo Rosati a partire della mia mitologia personale del fantasma dell’autostrada A 13 chiamato Melissa. Va da sé che spesso romanzo e immagini non siano proprio la stessa cosa, anzi proprio divergano. Con scene aggiunte e/o passaggi eliminati. È il lato divertente delle sceneggiature prodotte per il mondo del fumetto. Ti puoi sbizzarrire a scombinare il plot, tanto l’autore è d’accordo. La storia racconta della maledizione di Melissa che, dall’anno 2000, ogni 29 dicembre provoca la morte di una donna in una zona ristretta della provincia di Padova. Decessi misteriosi, caratterizzati dall’eponimo clinico della Sindrome di Melissa, ovvero identiche fratture e stesse cause di morte per ognuna delle vittime. Con un team di medici che tenta di scongiurare l’ennesima morte che sta per colpire la fidanzata di uno di loro. Edoardo che è un vero medico divulgatore con un impressionante curriculum di titoli nell’ambito è l’anima scientifica di un’operazione che abbiamo inteso definire come “medical ghost thriller” laddove la medicina tenta di opporsi al paranormale con strumenti che le sono propri. Sono molto soddisfatto di Melissa Syndrome, del segno “realistico” di Paolo Bertolotti che traccia con chirurgica precisione un universo ballardiano dove regna la carne compenetrata dall’incursione del metallo proveniente dalle auto incidentate e dell’apocalittica copertina di Marco Turini che trasferisce con coerenza “prismatica” rispetto al mito il personaggio di Melissa in una location americana. E onore ovviamente all’eccelso “manovratore” di tutta l’operazione di Edinkiostro, l’amico Stefano Fantelli, genio italico della letteratura horror.

Saggi, narrativa e graphic novel. Il processo creativo è sempre lo stesso oppure cambia a seconda della tipologia di opera a cui lavori?

Ovvio, cambiano per forza sia l’approccio che lo stato emotivo. Per la narrativa occorre un’idea forte in grado di supportare un incipit all’altezza. Per me, come lettore, le prime 3-4 cartelle sono fondamentali. Se non mi acchiappi o, peggio, mi urti, ti mollo. Come scrittore, devo mettermi alla pari e in qualche modo “proiettarmi” all’esterno della pagina per confrontarmi con il me stesso lettore. Chiaro, non è agevole. L’emotività nella narrativa tende a prendere il sopravvento, a farti perdere un po’ di obiettività, perché poi si proietta sempre un po’ di sé stessi in più di un personaggio. Va ancora peggio se si usa l’io narrante… Per la saggistica, l’atteggiamento è freddo, ma stimolante se il saggio è “a tesi” e abbisogna di supporti e di ricerche. Ma non è un lavoro di pancia come la narrativa, è solo di testa. Per quel che riguarda la GN… beh, è un metodo strano e divertente. Si parte da una storia precostituita e me la visualizzo come se fossi al cinema. Dopo di che inizio. Congelo le inquadrature nella mente e le trasferisco su carta. E il film me lo giro come piace a me. O come presumo piacerebbe a certi maestri di cui mi sono nutrito.

Il luogo d’origine può influenzare profondamente l’autore. Penso a H.P. Lovecraft che, a parte una breve parentesi a Brooklyn, ha sempre vissuto a Providence oppure al Maine di Stephen King che fa da sfondo a molti dei suoi romanzi. Fino a che punto credi che Alessandria ti abbia influenzato?

Alessandria (Bassavilla…) è una città che ti entra dentro e non ti molla. Può anche non piacerti, ma “ti marchia”. E, citando una vecchia intervista, è un contenitore perfetto per storie moderne di fantasmi. Per colpa del fiume Tanaro che l’attraversa, la nebbia d’inverno invade il centro città e alle cinque del pomeriggio in inverno i passanti paiono spettri frettolosi e guardinghi. Per uno scrittore dotato di un po’ d’immaginazione è il massimo. E poi Alessandria possiede delle belle storie nere, custodite gelosamente come scomodi scheletri dentro un armadio a sua volta nascosto. Ma questo è un atteggiamento tipicamente piemontese, non esclusivo di Alessandria. Da “quel che si nasconde dietro la nebbia” nasce negli ultimi anni persino una piccola “scuola” alessandrina di autori, tutti tra loro amici (Marenzana, Bona, Massobrio, D’Aquino e altri) che si cimentano proprio sul terreno della location locale. Un convegno-festival, Ciò che la nebbia nasconde, e un volume a tante mani, Le maledizioni di Bassavilla (Delmiglio editore) consacrano questa progettualità del genius loci come protagonista in toto di una grande idea collettiva e archetipica, la Città Infera e Nera. E siccome Alessandria è grigia per convenzione, per stemma e per maglia dei giocatori di calcio, diventa perfetta allo scopo. Il Grigio è anche la sintesi di tutte le gamme cromatiche. Una grande artista alessandrina, Maddalena Sisto, Mad, prematuramente scomparsa, amava ricordare il tratto saliente della Città Grigia, Alessandria in negativo come luogo vitale del noir”. Proprio la “mancanza di colori” che pure è la somma di tanti altri colori, da Simenon a David Goodis, da Mino Milani a Flavio Santi perché provincia è ovunque, e spesso — ovunque — significa “lontano da dove”. Ocra mistery, nero paura, rosso sangue, il porpora della follia: se mescoli il tutto — anche agitando forsennatamente — viene fuori il grigio. Infanzie lontane, domeniche deserte, le nebbie che nascondono gente avvolta su sé stessa. Un alveo primordiale che, di tanto in tanto, partorisce indelebili schegge di arte e di bellezza. E i nostri autori. La letteratura grigio-horror di Bassavilla.

Sarebbe bello un giorno svegliarsi e leggere sui giornali “Gli italiani leggono troppo”. Sappiamo però che la realtà, purtroppo, è ben diversa: attualmente i lettori nel Belpaese scarseggiano. Quali cambiamenti credi siano necessari affinché la letteratura di genere possa riscattarsi in Italia?

Mah, il noir sta messo meglio dell’horror. Io dico horror per capirci, ma sinceramente preferirei “gotico contemporaneo”, ma capisco che suona troppo pomposo, un po’ aristocratico e poi sospetto l’esistenza di parecchi fraintendimenti al riguardo. I romanzi noir, magari con l’ennesimo maresciallo o ispettore come focus della storia, trovano audience e mercato. Purtroppo ancora oggi, anche se hai sul groppone 40 libri (parlo di me…), spesso si alza un muro a prescindere. Ho qualche fan ai piani alti di qualche major e negli ultimi mesi mi sono sentito anche dire «Le cose che scrivi tu sono bellissime ma le prendiamo tutt’al più dagli americani», che è una considerazione grottesca ma vera in quanto tiene conto di un pubblico che, anche qui a prescindere dalla bontà o meno del testo, non compera horror sul quale campeggia un cognome italico – persino il compianto e bravissimo Tom Piccirilli ebbe a lamentarsi di questo fatto in un’intervista perché qui vendeva poco e qualcuno gli riportò che la causa era il cognome italiano. L’unico cambiamento pensabile è la ricostruzione di un pubblico che si è volatilizzato negli ultimi anni. Come si faccia io non lo so. La vedo dura, sarò sincero. Perché c’è poca condivisione anche all’interno, tra gli addetti ai lavori. Ho constatato che ci sono parecchi giovani che non mi leggono, per cui non mi comprano, a causa della mia età… Lo trovo demenziale. Come se io non leggessi loro perché hanno vent’anni. Invece spesso mi mandano le loro cose da leggere, anche se – come in questo momento – sono subissato di file e di manoscritti. Uno addirittura mi ha proposto di smazzarmi il suo tomazzo di quasi 500 cartelle, attaccando così: «Guardi, io non ho mai letto niente di suo, ma se fossi così gentile…». Beh, a volte bisognerebbe non essere gentili.

Prima di lasciarci, ti andrebbe di parlarci dei tuoi progetti futuri e di fornirci dei link utili a seguire le tue attività?

Attualmente sto scrivendo un noir ad alto tasso di emoglobina in combutta con l’amico Angelo Marenzana. Di più non posso dire se non che si ambienta dalle parti di Valenza, un tempo città dell’oro. Per il resto mi si può seguire su Carmilla On Line e nella mia rubrica settimanale Il Superstite sul sito corriere.al, oltre che sulla pagina http://www.daniloarona.com
Grazie, Roberto, per la tua preziosa attenzione.

Intervista a cura di Roberto Bommarito.

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