Corpi e geometrie urbane: la perfezione dei difetti. Intervista al fotografo Emanuele Bavetti

014Ciao Emanuele e benvenuto sul blog di Kipple Officina Libraria. Oggi parleremo insieme a te di fotografia. Prima di tutto ti andrebbe di raccontarci cosa ti ha spinto ad abbracciare quest’arte?

Ciao Roberto! Prima di tutto grazie per l’ospitalità e l’opportunità che mi date e poi un saluto ai lettori di Kipple.
Sono un po’ a disagio a parlare di me, di solito sto dietro l’obiettivo e cerco di raccontare quello che i miei occhi vedono. Immaginerò di farmi un autoritratto seguendo le tue domande come linee guida.
La fotografia come arte; direi una bugia se rispondessi che ho da sempre reputato la fotografia arte, per arrivare a questa affermazione ne è passata di acqua sotto i ponti. Ho avuto un ottimo esempio da mio padre appassionato di fotografia da sempre. Ho vissuto la fotografia analogica nel suo massimo splendore, ho avuto la fortuna di avere tra i famigliari altri appassionati.
Ma la foto era vista più come un ricordo, un modo per mettere su carta le emozioni e le memorie di un’esperienza che potevamo poi rivivere sfogliando gli album. La vivevo più come magia che come arte, anche se forse l’arte stessa è un po’ magica.
La mia prima macchina era una kodak a rullino. Non ricordo quando me la regalarono, ma so che la usai davvero tantissimo. Poi mio padre mi passò la sua Olympus OM10, la mia prima reflex che tengo ancora e ogni tanto uso anche se il tempo si è fatto sentire e non è più così precisa come una volta.
La fotografia come arte ho iniziato a capirla, anche se alle volte non riesco a comprenderla, da quando mi sono avvicinato alla fotografia digitale. Ha reso tutto più facile, permettendo di sperimentare di più a costi davvero irrisori, in termini di stampa, non certo in termini di attrezzature.
Fatto sta che devo dire grazie a mio padre se mi sono avvicinato al mondo della fotografia e ho da poco scoperto che anche mia madre, da giovane, possedeva e scattava fotografie.

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Come nascono i tuoi scatti?

I miei scatti nascono ancora dall’esigenza di catturare un attimo, un’emozione; per farla mia e poi trasmetterla a chi guarderà la foto. Per questo ho spesso la macchina con me, ma ci sono volte che passeggio per la mia città e non la tiro mai fuori lasciandomi indifferente.
Seguo molto l’istinto e spesso anche l’umore del momento.
Ci sono dietro anche dei progetti, come quello su me stesso iniziato due anni fa e poi un po’ perso, ma che presto terminerò; una serie di autoscatti sulle mie imperfezioni.

Quali fotografi hanno influenzato maggiormente il tuo stile?

Una domanda difficile questa, Roberto. Difficile perché non credo che le mie foto si ispirino a qualcuno dei grandi della fotografia. Diciamo che mi hanno dato una mano a capire che la fotografia è un’arte; mi ispiro a loro nel mezzo, non nei risultati.
Trovare un proprio stile e metodo in un mondo così vasto e variegato non è facile, tenendo conto della diffusione nel mondo di dispositivi che possono catturare un’immagine la cosa diventa ancora più ardua. Se devo scegliere tra i tanti direi: Henry Cartier-Bresson, William Klein, Salgado, Steve McCurry, Vivian Maier. Ma sono a decine quelli che apprezzo anche solo per uno scatto, alle volte non guardo nemmeno chi ha fatto la foto, ma mi incanto davanti a essa come davanti a un quadro.
E’ tutta questione di occhio e di pazienza e tanta progettazione unita a una buona dose di istinto.
Alle volte poi non basta essere al posto giusto nel momento giusto, se non si è capaci di vedere la fotografia che abbiamo già davanti agli occhi.

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Quali sono i tuoi soggetti preferiti e perché?

Dai miei scatti emerge una passione per i paesaggi urbani spesso privi della presenza umana; amo moltissimo il bianco e nero forse perché l’occhio non viene attirato da macchie di colore e lo prediligo per le foto urbanistiche. Mi piace molto il gioco di luci e ombre del mio Centro Storico, ci sono quei chiari scuri che si ritrovano spesso nelle mie fotografie; Genova è capace di donare scorci meravigliosi con lame di luce che fendono i vicoli alti e stretti.
Ma adoro anche i colori che sa dare una città di mare come la Superba.
Amo fotografare gli amici, spesso a loro insaputa per poi chiedermi, mentre le guardano attraverso il display della macchina, chiedermi quando le ho scattate. Mi piace farlo per ritrarli nella naturalezza del quotidiano, spontanei come non sarebbero se fossero davanti all’obiettivo.
Un altro soggetto preferito sono le statue dei Cimiteri Monumentali; a questo proposito sto preparando una mostra fotografica, purtroppo non saranno presenti foto del progetto nella panoramica dei miei scatti.
Sono poi dietro a un progetto su me stesso, sulle imperfezioni del mio corpo. So che sembra sconveniente, ma vorrei riproporlo anche alle persone che sono attorno a me. Non amo la postproduzione a livello estremo come nelle foto di moda, lo faccio in maniera moderata per quanto riguarda le fotografie di paesaggio urbano e non. Ma le persone sono quelle che sono anche per le loro imperfezioni e cicatrici. Per questo vorrei avere la possibilità di fare un progetto su di loro.

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Domina uno spiccato senso di geometria e composizione nelle tue immagini, soprattutto per quanto riguarda quelle estratte dal contesto urbano. Quanto importante è l’istinto e quanto invece la tecnica nella realizzazione di una buona immagine?

La tecnica è fondamentale. Ma io non mi ritengo un tecnico della fotografia. Non ho mai fatto un corso base o anche avanzato, quello che ho imparato lo devo a mio padre e agli amici che scattano foto con me. Internet poi è una fonte infinita di corsi, spunti e esercitazioni interessanti. Quando scatto cerco di stare attento all’inquadratura, ma spesso mi accorgo degli oggetti che entrano nel mirino solo quando ho premuto il pulsante di scatto.
Ho imparato nell’ultimo anno a scattare meno, ma scattare meglio. Ho iniziato un corso sul fotogiornalismo a Milano lo scorso anno, purtroppo per motivi di lavoro non sono riuscito a concluderlo. Ma ho imparato molte cose, cose che non sapevo sulla fotografia di reportage.
Mi accorgo molto spesso di scattare più con l’istinto: quando vedo un angolo di città che mi attira lo fotografo subito. Cambio poco l’inquadratura perché se mi ha colpito la prima volta mi dico di insistere sulla stessa. Forse alle volte dovrei usare un po’ di più la tecnica per scattare, ma il cuore è più forte. Credo che la via di mezzo sia la via migliore: una buona tecnica senza cuore serve poco. Se il fine della fotografia è trasmettere qualcosa che vada oltre il dire: “è una foto scattata bene”.
Ci vogliono cuore e istinto. Quella parte di noi che si emoziona scattando emozionerà anche le persone che guarderanno quelle foto.

Con l’avvento delle nuove tecnologie online, e quindi di piattaforme come Instagram, chiunque sia in possesso di un telefonino può immortalare qualsiasi soggetto in qualsiasi momento, rendendolo pubblico. Cosa qualifica secondo te un’immagine come arte rispetto all’ondata di scatti con effetto seppia pubblicati sui social network?

003Ho sempre pensato che l’arte sia negli occhi di chi guarda e con quello spirito mi sono sempre confrontato con le opere che vado a vedere alle mostre, che siano esse fotografie, statue o quadri.
Instagram e altre piattaforme di Social Network hanno aumentato esponenzialmente il numero di foto che circolano nel mondo.
Forse una foto si può considerare arte quando ti dice qualcosa senza che qualcuno te la spieghi; se ti lascia un’emozione può essere considerata una forma d’arte, per quanto mi riguarda deve anche piacermi.
Se fotografo un bel tramonto e applico un filtro di Instagram non credo di aver prodotto arte, avrò fatto una bella foto con un filtro “artistico”.
L’arte spesso viene associata allo shock che trasmette a chi la guarda; siamo talmente subissati di fotografie da tutte le parti che ci soffermiamo a guardare solo quelle che ci colpiscono.
Nel bene o nel male.
Instagram spesso viene usata come vetrina da fotografi veri, lo trovo un ottimo mezzo di comunicazione, ma per quanto mi riguarda non riesco a vederci arte.
Il progetto è quello che fa la differenza con la foto scattata al volo con un cellulare. La differenza tra un fotografo professionista e un amatore è proprio questa: la capacità di progettare e non uscire e scattare a caso. Ci vuole un buon bilanciamento tra tecnica e istinto, ma la progettazione è quella che fa la differenza.

005Prima di lasciarci a una panoramica dei tuoi lavori, ti andrebbe di fornirci dei link utili a seguire le tue attività?

Per quanto riguarda i miei link al momento sono tutti fermi, in una sorta di ristrutturazione grafica globale.
Alcune foto si possono vedere sul blog https://visionifotografiche.wordpress.com/
Entro breve subirà un restyling grafico per presentare una vetrina dei miei progetti, non amo chiamarli lavori perché al momento il committente sono io.
Buona luce a tutti!

 

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Intervista a cura di Roberto Bommarito

2 pensieri su “Corpi e geometrie urbane: la perfezione dei difetti. Intervista al fotografo Emanuele Bavetti

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