L’irriducibile: un brevissimo racconto di Alfred Bester

Lo scontro generazionale è un tema che da sempre ha accompagnato e probabilmente sempre accompagnerà la storia della cultura umana. Chi ci ha preceduto critica la perdita di valori della società attuale, mentre le nuove generazioni ambiscono a liberarsi dai limiti che opprimevano i loro padri. Ma chi ha davvero ragione? 
Alfred Bester (1913-1987) è stato un importante autore di fantascienza statunitense, noto sopratutto per il suo romanzo L’uomo disintegrato (The Demolished Man) del 1952, vincitore del prestigioso Premio Hugo. Nel seguente racconto, L’irriducibile (The Die-hard), apparso in Italia all’interno della racconta Urania Microfantascienza: altre 44 storie, Bester affronta il tema dello scontro generazionale e lo fa con un tocco di ironia che sembra mostrarci come, alla fine, ogni generazione abbia i suoi difetti. 
L’IRRIDUCIBILE
di Alfred Bester
«Ai vecchi tempi» disse l’uomo anziano «c’erano gli Stati Uniti e la Russia, e l’Inghilterra e la Russia, e la Spagna e l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Patrie. Stati sovrani. Nazioni. Popoli diversi del mondo.»
«Anche oggi ci sono popoli diversi nel mondo, Anziano.»
«Chi sei?» chiese bruscamente l’Anziano.
«Sono Tom.»
«Tom?»
«No, Anziano. Tom.»
«E io ho detto Tom.»
«Non l’hai pronunciato esattamente, Anziano. Hai detto il nome di un altro Tom.»
«Siete tutti Tom» disse l’Anziano astiosamente. «Tutti Tom, Dick o Harry.»Sedette, tremando sotto i raggi del sole, odiando il giovane piacente che gli stava davanti. Erano sull’ampia veranda davanti alla stanza, dell’Ospedale. La strada sotto di loro era affollata di uomini e donne di bell’aspetto, tutti visibilmente in attesa. Da un punto imprecisato della bianca città veniva un clamore di evviva, un tumulto eccitato che si avvicinava lentamente.
«Guardali.» L’Anziano agitò il bastone verso la strada. «Tutti Tom, Dick e Harry. Tutte Daisy, Anne e Mary.»
«No, Anziano» sorrise Tom. «Usiamo anche altri nomi.»
«Avrò visto un centinaio di Tom qui seduti a farmi visita» ringhiò l’Anziano.
«Usiamo spesso gli stessi nomi, Anziano, ma li pronunciamo in modo diverso. Io non sono Tom, o Tom, o Tom. Io sono Tom. Senti la differenza?»
«Che cos’è questo rumore?» chiese l’Anziano.
«È l’Inviato Galattico» spiegò Tom. «L’ambasciatore di Sirio, una stella della costellazione di Orione. Sta facendo un giro turistico per la città. È la prima volta a memoria d’uomo che un essere di altri mondi visita la Terra. C’è una grande eccitazione.»
«Ai vecchi tempi» disse l’Anziano «c’erano veri inviati. Uomini da Parigi e Roma e Berlino e Londra e Mosca e Pechino e… Essi venivano con pompa e cerimonia. Dichiaravano la guerra. Stipulavano la pace. Grandi uniformi, e cannoni, e celebrazioni. Tempi avventurosi! Tempi
emozionanti!»
«Ci sono momenti avventurosi ed emozionanti anche oggi, Anziano.»
«Non ce ne sono» brontolò l’Anziano. Picchiò debolmente il bastone sul pavimento. «Non c’è più passione, né amore, né paura, né morte. Non piùsangue caldo che infuoca le vene. Siete tutta logica. Tutta calma e ragionevolezza. Tutti Tom, Dick e Harry.»
«No, Anziano. Noi amiamo. Ci appassioniamo. Temiamo molte cose. Ciò che rimpiangi è il male che abbiamo distrutto dentro di noi.»
«Voi avete distrutto ogni cosa! Avete distrutto l’uomo!» gridò l’Anziano. Puntò un dito tremante verso Tom. «Tu! Quanto sangue hai nelle vene?»
«Non ne ho affatto, Anziano. Nelle mie vene è stata iniettata la soluzione Tamar. Il sangue non può sopportare le radiazioni, e io lavoro come ricercatore alle centrali nucleari.»
«Niente sangue» ridacchiò l’Anziano. «E neppure ossa.»
«Non tutto è stato sostituito, Anziano.»
«E niente tessuti nervosi, eh?»
«Non tutto è stato sostituito, Anziano.»
«Niente sangue, né ossa, né intestini, né cuore. E niente parti intime. Che cosa ci fai tu con una donna? Quanta parte di te è meccanica?»
«Non più del sessanta per cento, Anziano» sorrise Tom. «E ho dei bambini.»
«E gli altri Tom e Dick e Harry?»
«Una percentuale variabile tra il trenta e il settanta per cento, Anziano. E anche loro hanno bambini. Quel che gli uomini dei vostri tempi facevano con i denti, noi lo facciamo con tutto il corpo. Non c’è niente di male.»
«Voi non siete uomini! Siete macchine!» gridò l’Anziano. «Robot! Mostri! Voi avete distrutto l’uomo.»
Tom sorrise. «A dire il vero, Anziano, c’è una tale commistione di uomo nella macchina e di macchina nell’uomo che è difficile fare una distinzione. Noi non usiamo più farla. Siamo contenti di vivere e lavorarefelicemente, e di funzionare regolarmente. Ci siamo adattati.»
«Ai vecchi tempi» disse l’Anziano «avevamo tutti corpi autentici. Con ossa, sangue, nervi e budella. Come me. E lavoravamo, sudavamo, amavamo, lottavamo e crepavamo. Eravamo vivi. Voi non lo siete… voi, superuomini adattati… uomini-macchina… meticci bastardi di un acido e uno spermatozoo. Da tempo immemorabile non ho più visto un colpo vibrato, un bacio carpito, il clamore di un conflitto, la vita insomma. Quanto desidero vedere ancora la vita reale… non la vostra pallida imitazione meccanica!»
«Questa è l’antica malattia, Anziano» disse Tom seriamente. «Perché non lasci che ti ricostruiamo per guarirti? Se lasciassi che ti sostituiscano le glandole rinsecchite, ricondizionino i riflessi appannati, e…»
«No! No! Mille volte no!» gridò l’Anziano appassionatamente. «Io non diventerò un altro Tom.» Si rizzò improvvisamente dalla sedia e barcollando colpì col bastone il giovane piacente. Il colpo, vibrato con forza, ruppe la pelle sulla faccia liscia del giovane, e fu così inaspettato che questi gridò per lo stupore. Un altro giovane piacente corse sulla veranda,
immobilizzò l’Anziano e lo spinse di nuovo a sedere sulla sedia. Poi si volse verso Tom, che cercava di tamponare il liquido gelido che stillava dalla ferita.
«Come va, Tom?»
«Non è un gran danno.» Tom scrutò l’Anziano con una sorta di timore reverenziale. «Ma lo sai? Credo che volesse veramente ferirmi.»
«Certo che voleva. È il tuo primo incontro con lui, non è vero? Dovresti vederlo imprecare e dare in escandescenze. Che razza di vecchio non ricostruito ribelle è! Noi siamo fieri di questo vecchio giovanotto. È unico.Un vero museo di patologia. Non c’è ospedale che non ce l’invidi.» Il secondo giovane si sedette accanto all’Anziano. «Gli farò compagnia io per un po’. Vai pure a vedere l’Inviato.»
L’Anziano era scosso da un tremito. Le lacrime gli rigavano il volto. «Ai vecchi. tempi» cantilenava con voce tremula «c’erano coraggio e audacia e vigore e forza e sangue rosso e coraggio e audacia e…»
«Su, su, Anziano» lo interruppe vivacemente il nuovo compagno «ci sono anche adesso. Quando ricostruiamo un uomo non gli togliamo niente, se non le parti guaste della mente e del corpo.»
«Chi sei?» chiese l’Anziano.
«Sono Tom.»
«Tom?»
«No. Tom. Non Tom. Tom.»
«Sei cambiato.»
«Non sono lo stesso Tom che era qui prima.»
«Siete tutti Tom» gemette l’Anziano. «Tutti gli stessi miserabili Tom.»
«Ma no, Anziano. Siamo tutti diversi. Solo che tu non riesci a vederlo.»
Le acclamazioni e il tumulto si avvicinarono. Fuori, nella strada davanti all’ospedale, la folla cominciò a gridare eccitata. Poi fece ala, liberando uno stretto passaggio. In lontananza, in fondo al viale ci fu un luccichio di ottoni e le prime note d’una fanfara. Tom prese l’Anziano sottobraccio e lo aiutò ad alzarsi.
«Vieni fino al parapetto, Anziano» disse tutto eccitato. «Vieni a vedere l’Inviato. È un grande giorno per Madre Terra. Siamo finalmente entrati in contatto con le stelle. Sta cominciando una nuova era.»
«È troppo tardi» mormorò l’Anziano. «Troppo tardi.»«Che cosa vuoi dire, Anziano?»
«Avremmo dovuto trovare noi loro, non loro noi. Avremmo dovuto essere noi i primi. Ai vecchi tempi saremmo stati noi i primi. Ai vecchi tempi c’era coraggio e audacia. Noi lottavamo, e tenevamo duro, e…»
«Eccolo» gridò Tom puntando il dito verso la strada. «Si è fermato all’Istituto… Ecco che esce… Si avvicina… No. Aspetta. Si è fermato di nuovo… Va al Centro. Che magnifico portamento. Che cortesia squisita. Questo non è un giro di convenienza. Sta ispezionando con cura ogni cosa.»
«Ai vecchi tempi» borbottò l’Anziano «noi saremmo scesi dal cielo col ferro e col fuoco. Avremmo marciato nelle strade straniere con le armi al fianco e la sfida negli occhi. O, se fossero arrivati qui loro per primi, li avremmo accolti con fierezza, vigore, spavalderia. Ma voi no… meticci meccanici… superuomini da laboratorio… adattati… ricostruiti… senza dignità…»
«Eccolo che esce dal Centro» esclamò Tom. «Si sta avvicinando. Guarda bene, Anziano. Non dimenticare mai questo momento. Egli sta…» Tom s’interruppe e trasse un respiro strozzato. «Anziano» mugolò «sta per fermarsi qui all’ospedale.»
L’automezzo lucente si fermò davanti al cancello. La banda segnò il passo, continuando a suonare entusiasta e gioiosa. La folla strepitò. Sull’automezzo ufficiali e funzionari erano tutti sorrisi, spiegazioni, indicazioni. L’Inviato Galattico si rizzò in tutta la sua fantastica statura, scese dall’automezzo e avanzò a grandi passi verso la scalinata che portava alla veranda.«Viene proprio qui!» urlò Tom, e aggiunse al clamore generale un suo strepitio confuso.
D’improvviso l’Anziano si staccò dal parapetto. Avanzò oltre Tom e gli altri Tom, e i Dick e gli Harry, e le Daisy, le Anne e le Mary che affollavano la veranda. Si aprì la strada tra di loro col suo tremante, maligno bastone, fino a fronteggiare, dall’alto della scala, l’Inviato Galattico che saliva maestosamente. Fissò per un attimo, con orrore e disgusto, la faccia verde da mantide religiosa, poi gridò: «Io ti saluto. Io solo posso salutarti.»
Alzò il bastone e colpì con tutta la sua forza quella faccia di insetto.
«Io sono l’ultimo uomo della Terra» gridò.

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