Sognavamo macchine volanti

Ho promesso una recensione, eccola.
Sognavamo macchine volanti, Antologia a cura di Claudio Asciuti, Cordero Editore.


Cominciamo dal giudizio sintetico: compratelo (più sintetico di così!). Soprattutto se ultimamente parlate troppo di fantascienza e leggete poco. E magari volete scrivere voi stessi: cominciate a conoscere gli autori italiani (come dico sempre per le antologie di Bietti curate da Gian Filippo Pizzo!).
Poi la copertina: il giudizio migliore per l’impaginazione (vedi sopra) sarebbe che la grafica è…
Questo sarebbe il mio commento, ovvero una “sospensione” del titolo che dovrebbe creare curiosità. Parlando con il grafico, scopro inoltre la strategia per la quale il libro avendo il titolo “sfasato” (almeno quello in grande, che viene ripetuto in piccolo in alto) attirerebbe l’attenzione. Anche sapendo ciò, penso che il colpo creativo non sia andato a segno, io avrei continuato il titolo nel risvolto (che invece è bianco), avrei evitato il fondo bianco (più adatto alla manualistica), e semmai avrei girato la bandella di 45° per “staccare” veramente dalle altre copertine. Ma il grafico (che so essere bravo) si è ampiamente riscattato con il racconto, di cui parlerò più avanti.
Ma veniamo al contenuto: la prefazione di Asciuti ha un’alta caratura, presenta il progetto (un’antologia di racconti di fantascienza anni Sessanta, con libera interpretazione) e ne spiega le motivazioni: il fatto che con la New Wave negli anni Sessanta si è raggiunto l'”apice” letterario di questo genere, fino a giungere alla “metaletteratura”, che è parte integrante del postmodernismo e che successivamente (dagli anni 70) si è riproposto modelli precedenti, compreso il cyberpunk.
A prescindere dal fatto che non posso essere d’accordo su tutto, questa è prefazione è talmente ben fatta che rischia di creare nel lettore un’aspettativa troppo alta. Io non me la sono creata, e in questo modo i racconti mi hanno convinto.
Si parte con il racconto di Danilo Arona, che con il suo ormai consolidato stile, sciorina una perfetta storia di musica ed LSD che rotola come una pietra riuscendo a non uscire dal tema specifico. L’atmosfera Sixties è perfetta, ma non avevo dubbi su Arona.
Segue un racconto di Carlo Bordoni, decano della fantascienza nostrana che secondo me sbaglia il bersaglio. Intanto ambienta una storia negli anni 40, pur affrontando l’aspettativa dello sbarco sulla Luna, che effettivamente è degli anni Sessanta. Ma l’affronta con una specie di tono epico che sfocia nella letteratura per ragazzi. Asciuti lo assolve considerando i punti didascalici come metaletteratura. Ma per me è solo un racconto fuori posto. Ma è l’unico episodio del libro.
Si prosegue con Denise Bresci e Ugo polli, che ambientano la loro storia nella jungla vietnamita tra napalm ed LSD. Racconto trascinante e in cui si respira perfettamente l’aria dei Sixties (come in Arona), nonostante i due siano più giovani. Aggiungerei che i due in questione (che a quanto so non scrivono da molti anni) hanno potenzialità enormi, sopratutto nel campo letterario tout-court. Stile maturo, idee forti, documentazione minuziosa.
Abituato alle idee folgoranti di Walter Catalano, questo non delude, presentando un’ucronia allucinata dove l’assassinio di Bob Dylan crea una rivoluzione tutta da gustare. Il mio racconto preferito peché si avvicina a quello che scrivo io, dove le ucronie si allacciano in modo “laterale e sinistro” con l’attualità (in questo caso gli anni Sessanta).
Vittorio Catani in due sole righe riesce a proiettarti nel suo mondo fatto di visioni pugliesi, aliene e messapiche, dove delicatezza, liricità e profondità formano un perfetto equilibrio, qui rappresentato dalle Comuni anni Sessanta. Catani rimane il mio autore preferito della raccolta e uno della fantascienza italiana tutta.
Poi ecco tale Oskar Felix Drago: lo vedevo in posizione precaria, tra i due autori più navigati della fantascienza italiana (Catani e Pestriniero) e ho temuto per lui: invece il nostro futuro medico ne esce alla grande, con una storia che secondo me è connettivista. Sono dovuto andare a rileggere alcune parti perché le connessioni non erano così evidenti: del resto, per raggiungere un risultato ottimale (quando si ha a che fare con piani narrativi diversi), non si deve trascurare né la fatica del lettore, e nemmeno sottovalutarlo e presentargli la pappa pronta: bisogna riuscire ad attrarre la sua attenzione sulle (poche) frasi giuste. E questo è difficilissimo. Essendo al suo primo racconto professionale glielo perdoniamo, insieme al fatto che non si respira molto l’aria anni Sessanta. In ogni caso secondo me è un buon Connettivista, e se mi capita gli chiederò di entrare a far parte dei Connettivisti, perché se lo merita!
Renato Pestriniero stupisce per la freschezza delle tematiche (ha 80 anni), perfettamente New Wave e perfettamente Sixties, con la paranoia del complotto e tutto. Racconto intrigante e molto bello.
Segue Franco Ricciardiello, come sempre accuratamente documentato da catapultarti subito nel mondo dei personaggi. In questo caso siamo in Russia, con le tipiche tematiche anni Sessanta. Decisamente un’idea molto bella con la sorpresa finale che, se va di moda tra i “debuttanti”, in questo caso è invece la ciliegina sulla torta, in quanto non sconvolge l’intera struttura della storia (questo Franco lo sa, lo dico per coloro che si accingono a scrivere racconti!).
Segue poi Stefano Roffo che si rifà della copertina con un bel racconto di intelligenza artificiale ambientato nella paranoia Sixties statunitense. Perfetto, mai banale, uno dei migliori racconti della raccolta!
E si finisce con Giampietro Stocco, che mette tutta la propria nostalgia di romano in un racconto che è più weird che fantascienza. Scritto bene, coinvolgente, sorprendente, anche se un po’ al limite della tematica dell’antologia. A qualcuno verrebbe in mente che abbia fatto l’occhiolino al New Italian Epic per la presenza insistente di “creature” epiche, ma sappiamo bene quanti scrittori negli ultimi anni abbiamo ripreso ispirazione dell’epica (Simmons, Gaiman, Bilal). In realtà ho voluto tirare in mezzo il NIE per fare una riflessione con Asciuti.
Nella prefazione, Claudio infatti parla spesso di metaletteratura, metanarrazione, “appioppandola” (in vari modi) a Bordoni, Arona, Ricciardiello, forse anche a Stocco. Non che non sia vero, in tutti questi autori è presente questa caratteristica che l’acume di Asciuti riconosce al volo. Ma avendo letto diversi autori New Wave penso che la metanarrazione in alcuni di loro sia davvero evidente, struttura portante del romanzo o del racconto, e che deve essere tale per non disperdersi e confondersi con i vari livelli di lettura che i critici indivuduano caso per caso.
Non è una polemica con Asciuti, naturalmente, perché lui è stato analitico come un calcolatore e ne ha parlato “degustando” racconto per racconto, descrivendole come caratteristiche secondarie, ma con il NIE, appunto, quando intravede nelle proprie caratteristiche l'”epica”, l’epicità delle storie e dello stile. Questo lo dico perché penso che il NIE si distingua invece soprattutto per altro, ovvero per il punto di vista “distorto”, “insolito” e la destrutturazione del testo, sia a livello sintattico che strutturale. Ciò lascerebbe l’unica differenza con il postmodernismo (da cui il NIE si vuole inspiegabilmente distinguere) nella “presa di posizione” etica, sociale o politica che sia.
Insomma, ho sbordato, l’ho fatta fuori dal vaso, come si dice a Livorno. Come forse ha fatto Asciuti.
Ma vi assicuro che questi racconti hanno una cosa che trascende tutti questi “sofismi letterari”: sono coinvolgenti e divertenti come dovrebbero sempre essere dei buoni racconti di fantascienza!

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