Rabbia. Ovvero quando anche Palahniuk scrive fantascienza

Come diceva Rant Casey, scrive Chuck Palahniuk nel suo romanzo del 2007 Rant (Rabbia), la gente ti rende famoso parlando male di te finché sei vivo, oppure cantando le tue lodi quando non lo sei più. Per sua fortuna, Palahniuk ha ragione solo in parte. Se è vero alcuni lettori storcono il naso solo sentendone il nome, non esitando a parlarne male, l’autore statunitense ha saputo comunque raccogliere moltissimi consensi, anche oltreoceano, pur essendo fortunatamente ancora fra noi. Non a caso il suo sito ufficiale si chiama The Cult (Il Culto). Un autore complesso come Palahniuk tende a provocare reazioni opposte. O lo si detesta. Oppure lo si ama.
Detto così, è vero, sembra un po’ un cliché. Ma c’è un fondo di verità. Durante il tour promozionale del suo libro Haunted (Cavie), libro strutturato come raccolta di diversi racconti sullo sfondo di una storia che li collega tutti, molte furono le persone (settantatré per l’esattezza) che sentendolo leggere il racconto Guts (Budella) persero i sensi. Le descrizioni molto crude – il racconto narra la vicenda di una masturbazione dall’esito a dir poco fallimentare – hanno di certo contribuito all’incidente, ma non è da sottovalutare nemmeno l’effetto che l’autore stesso, per via dell’aura trasgressiva che lo circonda, è riuscito a trasmettere al pubblico.
E se la realtà non fosse altro che una malattia? si domanda Palahniuk in Rant. La sua missione sembra proprio quella di utilizzare questa patologia che è la realtà, sviscerandola, e mostrandoci come sia possibile modificarla. In nessuno dei suoi romanzi il protagonista muore, né mai morirà, per scelta dichiarata dell’autore. Per quanto estremi possano essere i suoi romanzi, dietro a quella coltre malata, si rivela sempre una positività di fondo che caratterizza lo stesso Palahniuk. Nel seguente video lo scrittore del Portland ci spiega perché secondo lui il futuro della narrativa è roseo:


Palahniuk, come dimostrato ad esempio in Fight Club, è prima di tutto un critico della società. I suoi metodi saranno molto diversi da quelli dei soliti autori di fantascienza sociologica, ma è il medesimo animo critico a motivarli.
Rant è un libro particolare, molto ricco di idee, alcune originalissime, altre meno – nel romanzo ad esempio ci vengono proposti dei transfer di memorie, concetto già proposto nella fantascienza – ma che comunque riesce a mischiare tanti di quei concetti disparati, e a farlo bene, da rendere l’opera un lavoro che non può lasciare indifferente l’amante del genere. Perché è proprio questo che abbiamo in mano quando sfogliamo Rant: un romanzo di fantascienza.
Si sente spesso dire che la fantascienza è in crisi. Che un autore, con un seguito di pubblico così ampio, abbia abbracciato il genere potrebbe essere un’ottima cosa. Molti dei suoi lettori probabilmente leggeranno per la prima volta qualcosa di fantascienza proprio leggendo Rant. E non è detto che non si lascino tentare anche dai vari Dick, Ballard o addirittura Clarke.
Quando uno scrittore, per quanto controverso – e non è detto che essere controversi sia per forza una qualità negativa, tutt’altro – decide di avvicinarsi a un genere come quello della fantascienza, genere che ha sofferto il pregiudizio di molti critici, accademici e lettori, dovrebbero essere gli amanti stessi della fantascienza a non commettere lo stesso errore, respingendo con un altro loro pregiudizio l’autore.
Palahniuk è fonte di innovazione. Col suo caratteristico stile minimalista potrebbe aiutare a gettare un ponte fra il mondo della fantascienza, troppo spesso ghettizzato, e il resto della realtà narrativa contemporanea.

7 pensieri su “Rabbia. Ovvero quando anche Palahniuk scrive fantascienza

  1. X

    Be', sia in Fight Club che in Rabbia il protagonista formalmente muore… 😉 Semmai in entrambi i casi l'occhio di Palahniuk – in maniera molto anticonvenzionale e con esiti a mio parere diversi, un po' stucchevole in FC, decisamente sperimentale e innovativo in R – segue il martire oltre la soglia.

    Comunque autori bestseller che si muovono come Palahniuk a cavallo tra i generi, e soprattutto senza timore di sporcarsi con la SF, ce ne sono. Su due piedi, me ne vengono in mente diversi: Audrey Niffenegger, Banana Yoshimoto, Haruki Murakami, Michel Houellebecq. E i casi di William Gibson e Iain [M.] Banks dimostrano che è valido anche il contrario: che autori di SF purissima possono sfondare fuori dai confini del genere.

    Il problema secondo me è altrove. Nella critica (non solo quella accademica, ma quella più popolare, che può contare sulla visibilità garantita da TV e quotidiani), che almeno qui in Italia continua a disinteressarsi dei generi, con un'ostinazione particolare nei riguardi della SF. E nell'editoria, che non compie un minimo sforzo a sostegno del genere, malgrado gli ottimi riscontri dello stesso nei media paralleli: cinema, TV, videogiochi.

    D'altro canto è interessante assistere anche a benemerite operazioni di valorizzazione, come quella condotta per esempio da Rai4 con il suo palinsesto infarcito di SF (storica, moderna e contemporanea). Se riesce a resistere altri 15-20 anni, magari riusciamo ad apprezzarne i benefici anche in campo editoriale (come dimostrano esperienze analoghe registrate con la BBC in UK e tv via cavo negli USA)… 😉

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  2. Roberto Bommarito

    @Maico Morellini: grazie, bella recensione. mi trovi d'accordo con te. secondo me è uno dei lavori migliori dell'autore. e davvero un ottimo romanzo di fantascienza, uno dei migliori che abbia letto. in origine CP voleva trasformarlo in una trilogia. ma per il momento sembra essersi fermato al primo, per ampliare un'altra trilogia, quella di Damned 🙂

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  3. Roberto Bommarito

    @X grazie mille per il tuo prezioso intervento. sì, in effetti in futuro penso di parlare appunto anche di altri autori che hanno fatto delle incursioni importanti nella fantascienza come appunto murakami. “nell'editoria, che non compie un minimo sforzo a sostegno del genere” che dire? verissimo. ed è anche una questione molto pratica. quante librerie hanno degli scaffali dedicati esclusivamente alla fantascienza? troppo pochi purtroppo. anche scelte di esposizione e marketing come queste influenzano molto la vendita del prodotto, in questo caso la fantascienza.

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  4. Maico Morellini

    Tra le altre cose da scrittore resto sempre affascinato (non senza una punta di invidia) dalla capacità di Palahniuk: scrive senza nessun filtro e ci vuole un diavolo di coraggio anche solo per fare quello. 🙂

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